Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / Fine

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviUn calcio in culo alla storia… agli archivi, alle buste, alle filze, alle sudate carte, ai fascicoli, a quei sedimenti inchiostrati, a quei telegrammi di spie, ai cancellieri dei tribunali che timbrano per vero solo ciò che è imputabile… nessun ossequio bibliografico, nessun dotto “a buon rendere”, nessuna nota a piè di pagina, nessun debito, nessun ringraziamento… e poi chi dovrei ringraziare? Posso solo farmi complice del Marchettini, della sua rabbia e della sua passione autentica, del suo sguardo truce….

Complice di Temistocle Coli, di cui condivido i gusti in maniera di vino e legnate sul groppone, complice di tutti gli altri ribelli….imputati dell’accusa di aver voluto vivere senza compromessi… refrattari finanche alle buone maniere, renitenti a questa Maremma domesticata, che oggi ci dispensa la brutalità senza la rivolta… dov’è la verità storica? Non c’è, non c’è mai stata, Potassa è un garbuglio da cui si dipanano tanti fili neri intessuti di sudore e rabbia… la carte sono solo un pretesto, un punto di partenza…. Per comprendere la rivolta del Marchettini non bisogna studiarsi il suo fascicolo… basta camminare e guardarsi intorno, oggi, nel presente…se mi è mancato un nome me lo sono inventato… così ho fatto per le testimonianze orali, per le interviste… non si può cercare la verità solo negli archivi, in questi postriboli della delazione… vera è l’ansia di farla finita con l’addomesticamento dei cuori… vera è la rabbia del Marchettini, più che il suo fascicolo presso la direzione di polizia politica…

No, non voglio fare come gli altri, non voglio togliere i ribelli dal casellario di polizia per metterli nella fossa comune dell’erudizione…Ecco qualche storia autentica, e quindi utopica e impossibile: il maresciallo accoppato da un masso lanciato da un energumeno; il carabiniere morso al calcagno da un ciabattino comunista; l’oste anarchico che colmava i bicchieri alzando una damigiana da 54 litri con una mano sola, il prete di Travale che dopo aver fatto piange le donne con l’omelia del venerdì di pasqua, siccome era bono disse: “Oggiù donne ‘un piangete, so’ storie successe tant’anni fa e mi sà che ‘un so’ nemmeno tanto vere.”

1 settembre 1929 - Ogni giorno che passa è peggio, il governo di Yrigoyen è schiavo dei comunisti questo momento il estipendio dei lavoratori lievita più delle pizze, così non c’è giorno che non cè sciopero di protesta, la gente si presenta nel lavoro in horario però non lavora. In ottobre ci saranno lezioni, ancora i polichi di diversi partiti non si hanno messo d’accordo chi va essere presidente, tutti lottano perché tutti volessero essere presidente, mentre nel frattempo sbiluppano gli aumenti di tutto, tanto tasse come tutti gli articoli in generale. Io penso che qui in argentina le cose vanno così male che c’è bisogno de la pena di morte chi robba amazarlo come i cani. Facesse bisogno Mussolini Balbo Farinacci con la pena di morte. Comunque il giorno 21 di questo mese è primavera, così pronto il mio giardinito che ciò vicino la calle si riempi di fiori, la pergole è una maraviglia già va a incominciari a sbocciari aspetto quest’anno un cinquanta kili di uva.

Non sappiamo quale via di fuga si sia scelto Robusto Biancani. La sua prima meta è la Francia, che gli vale l’impunità da qualunque mandato di cattura. A sorreggerlo nel suo lungo cammino c’è un mito, un mito che lo accomuna a migliaia di rivoluzionari dell’epoca e che gli sarà fatale: il mito dell’Unione Sovietica. Per i rivoluzionari del ‘22 la Russia dei Soviet è il primo germe del socialismo, la terra del sole dell’avvenire. In realtà già in quegli anni il bolscevismo di Lenin ha mietuto migliaia di vittime, prima nello sterminio degli altri partiti marxisti non bolscevichi (menscevichi, socialisti rivoluzionari), poi nella lunga guerra contro gli anarchici in Ucraina, infine nella repressione della rivolta di Kronstadt. Ma Biancani, mentre attraversa i confini francesi, questo non può saperlo.

Adesso, nel 1922, la Russia è per lui, comunista ricercato da carabinieri e fascisti, qualcosa di più della salvezza: è il paradiso dei lavoratori. Ma quali sono le vicende sovietiche del Biancani? Lasciamo da parte il registro semipicaresco alla maremmana ed elenchiamole telegraficamente.

1922-26: Si stabilisce a Leningrado e si sposa con una ragazza russa, Nadia. Nasce una bambina, Lucetta. Scrive alcune lettere ai familiari. Manda in Italia una cartolina da Leningrado e alcune foto. Si interessa del caso d’un operaio di Tatti, recatosi a lavorare in Russia, e ivi schiantato nella patria del lavoro. Si occupa delle pratiche e fa avere alla famiglia la liquidazione.Vaghi e saltuari i rapporti con i parenti italiani, ai quali manda solo francobolli e denaro, e coi quali mai parla di politica. I fascisti a volte perquisiscono la sua abitazione a Tatti e sputano sulla sua fotografia.

1926-27: Nello scontro tra Stalin e Trotzsky Biancani si trova dalla parte del secondo, che viene sconfitto. Per questo Biancani viene espulso dal partito. È però riammesso dopo una dura autocritica nelle file del PCUS. 1929-31:Adesso è tornato tra i titolari: è un duro e rodato stalinista. Nel gennaio ‘29 è nominato presidente della sezione italiana del Club Internazionale degli Emigrati. Nel ‘31 viene mandato sul Mar Nero, come propagandista presso il CIM, il Club Internazionale dei Marittimi di Nikolajev. Fa propaganda tra i marinai italiani che per ragioni commerciali approdano sulla costa del Mar Nero. Firma un articolo sul Primo Maggio su un giornale locale.

1932-37: Nel 1932 torna a Mosca e lavora come interprete in una fabbrica di dirigibili. Nel 1935 viene espulso dal partito. Alcuni mesi più tardi verrà riammesso, ma con un biasimo severo per “passività e legami con gli specialisti stranieri”. Dal ‘35 attende un tristissimo lavoro in un sotterraneo di Mosca: si occupa di intercettazioni telefoniche. Tra i suoi doveri dovrebbe esserci quello di censurare la corrispondenza tra l’URSS e l’estero. Nel ‘37, sull’onda della reazione emotiva per la guerra di Spagna, rompe la cautela delle sue precedenti lettere ed invia ad un conoscente di Tatti uno stampato di quattro pagine in italiano, inneggiante alla lotta antifascista. Di suo pugno, in stampatello, aggiunge: “Leggetelo e passatelo ad altri.” Ma a Tatti tira ariaccia. Il destinatario della lettera, un certo Martelli, passerà lo stampato unicamente ai carabinieri.

Saggio di simulazione del flusso di coscienza stalinista: Farsi vedere dalla parte del popolo… ecco il primo dovere del rivoluzionario di professione… un ottimo lavoro, nevvero… pieno di difficoltà, eh!… perquisizioni… tribunali… galera… ma se davvero le cose si rivoltano… i padroni li si brucerà!… e comanderà il popolo… spieghiamoci meglio.. il popolo attraverso i suoi leader… attraverso noi che siamo gli interpreti della storia… il popolo prende la sbornia… per qualche giorno gli si concede il lusso della crudeltà… ma noi sappiamo curare i postumi… dobbiamo far girare le cose …e poi tutti quello che abbiamo patito… noi a fare volantini e il popolo in qualche taverna… noi in galera e il popolo al bordello… noi all’esilio e il popolo, quel manigoldo!… a tastare i culi alla fiera del paese.. cafoni!… adesso vi presentiamo il conto … noi l’abbiamo fatto per voi… e voi non capivate… vi abbiamo difeso sulle barricate… e abbiamo guadagnato la vostra derisione….ma ora le cose sono cambiate… ora è il nostro turno a fottere…adesso la storia cammina sotto i nostri piedi… e quindi ascoltate i nostri progetti… vi organizziamo la vita… non sarete sfruttati.. ma attenzione!… dovrete lavorare… con alacrità… con entusiasmo.. con eroismo…vedrete che anche con voi costruiremo il socialismo… del resto si deve utilizzare tutto… con l’astuzia della ragione… merda!…qui c’è troppa confusione…non tutti hanno lo slancio entusiastico dei cekisti… ci vuole il lavoro correzionale per raddrizzare certe schiene…. se sarete bravi vi daremo un cuore d’acciaio percorso dalla corrente elettrica…anche la metropolitana, sì… ma non fate i furbi… cogli scansafatiche saremo inflessibili.. individualisti piccolo-borghesi…segaioli… vi schiacceremo… sabotatori…. emissari del nemico… una centrale cospirativa… vogliono organizzare atti di diversione contro il piano di lavoro… ma li teniamo in pugno… organizziamo un bel processo… sì, fornirete una confessione completa.. spontanea… per dio se la fornirete… e il giudice più spietato sarà il popolo…. alle vostre insidie il popolo opporrà l’audacia dei forti… la paziente tenacia degli onesti… il tono fermo delle ore decisive…un colpo di pistola alla nuca… il lampo della dialettica… in marcia verso l’alba di un mondo nuovo! Simulazione di una nota di biasimo a carico di Robusto Biancani: Biancani Robusto.

Di carattere chiuso. Dimostra menefreghismo e irresponsabilità verso il lavoro. Passivo rispetto alla vita sociale. Elemento borghese degenerato. Staccato dalla vita di partito. Non frequenta corsi di formazione politica. Non realizza un ruolo di avanguardia nella produzione. Non si distingue per la vigilanza bolscevica. Il funzionario Il Generale Umberto Nobile è uno dei più sfigati eroi dell’aviazione che si ricordino. Ha cercato di conquistare alcuni primati legati al volo dei dirigibili, ma spesso si è trovato in panne. Adesso anche i vertici del regime fascista si sono stancati di accordargli fiducia. Il progetto di atterrare sul Polo Nord con un dirigibile chiamato Italia si è schiantato sul pack alle 10.33 del 25 maggio 1929.

Al ritorno in Italia Nobile ha subito un’indagine, e la Commissione d’inchiesta lo ha definito “codardo”e “incompetente”.L’aviatore decide di cambiare aria. Non c’è posto per lui sul cielo italico, oscurato com’è dall’ombra pesante del fascista Balbo. Nobile si guarda intorno: poi cerca ospitalità in Russia. Il governo sovietico è allettato dall’idea di utilizzare un tecnico straniero, foss’anche un esponente d’un esercito fascista,per migliorare la propria potenza militare. Si concedono a Nobile quattrini e uomini per installare una fabbrica di dirigibili. Nobile installa la sua fabbrica, chiamata Dirizablestroj, in un villaggio non distante da Mosca: Dolgoprudnaia.Alle sue dipendenze, tra tecnici, disegnatori, progettisti e ingegneri, ha circa duecento uomini.

Gli danno anche un interprete, un interprete particolare, che in caso di necessità, per non lasciarlo con le mani in mano, può trasformarsi in un meccanico tornitore: è Robusto Biancani. In pochi mesi i dirigibili sono pronti: ancorati a pesi mobili, assicurati al pavimento, sembrano mostri pieni di gas e benzina. Ma Nobile non ha fatto i conti con il caso o con la sua portentosa sfiga: per una banalità, un dirigibile s’incendia. Inizia una serie d’esplosioni a catena, la Dirizablestroj è in fiamme. È la fine del sogno sovietico di Nobile. Nell’era stalinista, ogni errore è un atto di sabotaggio. Contro Nobile e i tecnici italiani che lo hanno aiutato l’accusa di essere spie fasciste è facile da formulare. Nobile, caduto in disgrazia, è costretto a ritornare in Italia. Ma per Biancani, che ormai ha cittadinanza sovietica e non può tornare in Italia, il destino è segnato. Biancani ha parlato con la spia fascista Nobile? Si! (Del resto gli era stato chiesto di fargli da interprete).

Biancani è quindi una spia fascista.Falsamente accusato, prelevato di notte dal suo alloggio (appartamento n.4 palazzo n.1, vicino alla stazione Dolgoprudnaja) interrogato,fu costretto sotto tortura a firmare una dichiarazione di colpevolezza. Dopo un sommario processo, è stato fucilato in una caserma dell’NKVD, la polizia segreta sovietica, il 3 giugno 1938. Questo è l’epilogo della vita del sovversivo maremmano. Comunista, si è fidato dei chierici della versione autoritaria del comunismo. Rivoluzionario e nemico del fascismo,è stato accusato da questi stessi chierici di spionaggio a servizio del fascismo e di attività controrivoluzionaria. Era andato pel mondo, illuso di poter trovare una patria,un approdo.Ha smesso di essere un individuo nel momento in cui ha pensato di essere arrivato al termine della sua fuga, nel momento in cui ha assunto la cittadinanza sovietica, nel momento in cui ha smesso d’essere un nemico dello stato:allora ha firmato il suo atto di morte.Non così ha fatto il Marchettini, straniero in ogni luogo, irreperibile per ogni potere.

Domenico Marchettini non ha lasciato tracce. Dopo aver fatto mangiare la polvere alle forze dell’ordine, il ricciolo non l’ha data vinta nemmeno alle spie dell’OVRA, di solito brave anche ad inventare notizie inesistenti pur di ottenere una misera ricompensa dal ministero degli Interni. L’unica cosa certa è una cartolina scritta nel ‘25 dalla moglie, Zelinda Branconi, proveniente dall’URSS e inviata a sua sorella, abitante a Gavorrano, cartolina molto probabilmente spedita su suggerimento del Marchettini per ingannare le ricerche sul suo conto. Né il Marchettini né la moglie andarono mai in Russia, mentre in quel periodo fu l’Innocenti a farci un viaggio. È ipotizzabile che il Marchettini, sempre disposto allo scherzo, abbia chiesto all’Innocenti o a qualcun altro in cammino per la Russia di inviare la car tolina, con l’unico fine di complicare la vita degli spioni fascisti.

Uniche informazioni su di lui sono fornite dal “chiacchierone” Gualtiero Bucci, che confiderà agli inquirenti che il Marchettini ha adottato in Francia lo pseudonimo di “Adolfo Pecorini”. Lo stesso Gualtiero Bucci sostiene che il Marchettini lo ha un po’ maltrattato in Francia perché temeva che si lasciasse andare a dichiarazioni presso l’ambasciata italiana (cosa poi puntualmente avvenuta). Se è vero che Adolfo Pecorini e Domenico Marchettini sono la stessa persona, bisogna considerare che esistono degli abbonamenti al nome di “Pecorini Adolfo” sulla stampa massimalista dell’emigrazione italiana, tanto da credere che contrariamente ai suoi compagni, rimasti nelle file del par tito stalinista, il “ricciolo” si sia spostato nel gruppo delle opposizioni antistaliniste. Saggio di simulazione di una scrittura burocratica: Oggetto: Marchettini Domenico. Con riferimento alla prefettizia n. 0840 del 17 marzo corrente anno, esaminati gli atti relativi al sovversivo in oggetto, classificato da Codesta Prefettura come attentatore, si comunica che non risultano essere mai stati segnalate informazioni a questo Casellario Politico, e pertanto si prega di riferire particolareggiate notizie su precedenti morali, penali e politici, comunicando altresì i dati completi di segnalazione e identificazione. Il funzionario.

Lettera di un analfabeta agli spioni che indagano su di lui… Eccomi… mi riconoscete, vero? Sono il sovversivo che avete ricercato per anni… Come? Sì, posso scrivere anche se sono analfabeta… uno scrivano si trova un po’ dovunque, anche se questo non ha la stoffa del pretaccio… Ditemi. Quanta polvere avete trovato nel mio fascicolo? Ne rimane dappertutto tra i faldoni del casellario politico…in quel posto c’è così tanta polvere, che quasi sembra di stare in un campo maremmano, in un pomeriggio estivo, col sole che fa ingiallire i girasoli e suggerisce le bestemmie ai contadini… guarda! Un punto nero, lontano sulla linea dell’orizzonte… e i tafani che da ore ronzano negli orecchi dei bestiai…

Con la fuga del Marchettini e del Maggiori le macchie del grossetano non nascondono più molte insidie per la sicurezza fascista. Uno di quelli che continuerà a far sputare sangue ai fascisti è un disertore della prima guerra mondiale, latitante nelle macchie: Chiaro Mori, anarchico, soprannominato “Chiarone”, aiutato dalla gente di campagna nella sua lunghissima latitanza (visse nei boschi, o nei poderi vicino ai boschi, per circa 12 anni). Persona decisa e abile a vivere alla macchia (gira sempre con la pistola, secondo quanto racconta un vecchio maremmano, suo discendente) ama però la bella vita, i balli e la musica e di quando in quando frequenta i poderi dove si tiene qualche festa. In un’occasione è impegnato in un ballo in un podere quando viene avvertito che alcuni carabinieri stanno arrivando. Smette di ballare e scende di corsa le scale del podere, ma sul pianerottolo si trova dinanzi un brigadiere che gli chiede se c’è nel salone il Mori.

Dimostrando d’essere uomo di spirito e di sangue freddo, Mori risponde, con tipica ironia maremmana: ando c’ero c’era, ora ‘un c’è più”. Detto questo aggira il milite, frastornato dalla potenza logica dell’argomentazione, e si dilegua nelle macchie circostanti. Chiarone rimane alle macchie fino al 1929, spostandosi tra Tatti, Massa Marittima e Gavorrano, e fu per i fascisti, che in più di una occasione cercarono di arrestarlo, una spina nel fianco.Arrestato infine nel ‘29, viene condannato al carcere. La sera del 21 maggio 1921, verso le 19, un tale Bernandini Giuseppe sente bussare alla porta della sua abitazione, a Montebamboli (Massa Marittima).Aperta la porta, si trova di fronte due tipi male in arnese. Uno lo conosce di vista, è Chiaro Mori. Chiaro fa la questua a mano armata. Il Bernardini obietta di non avere denaro. Chiaro, che doveva essere onnisciente, ribatte che la sera prima il Bernardini aveva intascato tremila lire per la vendita di alcuni suini. Sarà la tempestività di questa osservazione, sarà la pistola che Chiaro tiene in mano, insieme al fucile del suo complice, ad ogni modo il Bernardini trova il denaro. I due intascano, intimando di non far parola a nessuno dell’episodio e “raccomandando al Bernardini, se aveva cara la vita, il più assoluto ritegno.” Ma si sa, certe esortazioni a volte lasciano il tempo che trovano. Così il Bernardini va di filato alla stazione dei carabinieri di Massa per denunciare Chiaro Mori di Antonio e Fiorentini Cecilia, nato il 26 febbraio 1885 a Massa Marittima, bracciante, disertore e latitante.

Il giorno dopo il Bernardini si ritrova sull’uscio di nuovo Chiaro Mori. Il Bernardini non può negare di avere parlato coi carabinieri. Sembra che lo videro tornare in caserma, per rimangiarsi la denuncia. Sarà la tempestività dell’osservazione, sarà la pistola che Chiaro teneva in mano… Su un muro d’un’osteria a Pian di Mucini, Massa Marittima, un pezzo di pagina con un’intervista al poeta-contadino Lio Banchi. Lio parla di Chiaro Mori, il disertore della banda del prete. Dice che nel dopoguerra a Pianizzoli contadini, vetturini e boscaioli si riunirono per sfidarsi a colpi d’ottava rima.Tra loro c’era Chiaro…che per molti anni aveva vissuto al bosco essendosi rifiutato al servizio militare… cantava poesie chiedendo risposta a chi poteva essere in grado di farlo… E penso a Chiaro Mori, che cantava e chiedeva risposte a chi poteva essere in grado di farlo…

Chiaro me lo immagino intento a sfidare gli altri braccianti, e mi spiace di non conoscere i suoi versi… sulle scale del podere, con la musica della festa che si attutisce e gli stivali dei carabinieri che rimbombano sugli scalini… quando c’ero c’era, ora ‘un c’è più… parole che fanno ridere, che sanno di sberleffo, ovvie e stupendamente argute, scandite dai suoni vocalici che si intrecciano in uno scioglilingua quasi infantile…poi di colpo un’intuizione: mi metto a contare le sillabe. Sono 10, con ultima sillaba accentata. È un endecasillabo tronco: rimbalzata nella memoria orale, la poesia di Chiaro Mori è arrivata in un unico meraviglioso frammento, che raccoglie l’eco di Dante fuggitivo nel castello di Poppi – finché iv’ero iv’era – e lo prolunga in un endecasillabo che ammutolisce un carabiniere: Chiaro faceva poesia col vino in corpo, Dante in testa e la pistola in tasca, e nel contrasto poetico si giocava la propria libertà.Viene da rammaricarsi pensando che non si conosce altro della sua poesia. Ma penso anche che l’efficacia delle rime contadine sta proprio nel’analfabetismo dei suoi illetterati protagonisti. Suono che nasce e muore nelle osterie e nelle aie dei poderi, la poesia a braccio perde di vigore quando si posa sulle pagine di carta. E allora cosa importa se di tutti i versi di Chiaro ne conosciamo uno solo, così efficace da aggirare un mandato di cattura? Mi chiedo dov’è oggi la poesia di Chiaro. Quando c’ero c’era… 7 aprile 1929

Le uscite precedenti


Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi di Alberto Prunetti
Collana Margini
104 pagine
ISBN: 88-7226-828-1
Il libro su Libera Cultura.

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