Di Pietro ha sbagliato, ma Veltroni ha torto
Il caso Di Pietro-Napolitano è emblematico del profondo degrado morale e istituzionale nel quale è stato trascinato il Paese dai veleni, dai ricatti e dalle imposture di un confronto politico tutto basato sulle strumentalizzazioni e sulla dissimulazione. L’aggettivo usato dal leader dell’Italia dei Valori (”mafioso”) - a proposito di un comportamento silente rispetto alle gravi lesioni che oggettivamente vengono inflitte, dall’alto, al sistema della giustizia e al principio di legalità – era ed è legittimo, per quanto approssimativo. Ma Antonio Di Pietro ha sbagliato, non solo “politicamente”, a usare quell’aggettivo immediatamente dopo aver pronunciato il nome del presidente della Repubblica. Il quale può anche essere considerato troppo prudente. Può anche essere criticato esattamente per ciò di cui, legittimamente, mena vanto (la perfetta equidistanza fra centrodestra e centrosinistra e l’aver sempre mantenuto una posizione “calibrata e apprezzata da tutte le posizioni politiche”), obiettando che si può essere equidistanti, ad esempio, fra due persone perbene o semplicemente normali che esprimano civilmente due posizioni e due interessi legittimi in contrasto fra loro, ma che non lo si può e non lo si deve essere – sul piano morale e giuridico, e prima ancora su quello istituzionale e politico – fra una guardia e un ladro.
Insomma, in parole povere, si potrebbe anche criticare Napolitano per avere come modello di comportamento presidenziale, nei confronti dell’anomalia-Berlusconi, più il settennato di Ciampi (durante il quale il quale il berlusconismo potette storicamente mettere radici ed espandersi in tutte le sue forme e i suoi contenuti più controversi) che quello di Scalfaro (che tentò di contenerlo e di contrastarlo, interpretando la propria funzione istituzionale per quella che è: “formale” e politica!). Ma citare la figura del Presidente della Repubblica in un ragionamento o in un veemente passo di comizio che si conclude con la denuncia che “il silenzio è un comportamento mafioso” è oggettivamente un errore. Ingeneroso e offensivo nei confronti di Napolitano.
E autolesionistico: quanti non aspettavano altro che Di Pietro facesse questo errore! Niente, naturalmente, in confronto con ciò che quotidianamente fa, dalle istituzioni, il presidente del Consiglio. Niente con quello che quotidianamente sentenzia, ad esempio, Marco Pannella (per il quale tutte le istituzioni – in primis la Corte Costituzionale – e tutti i partiti, ad eccezione del solo Pr, sono “mafia partitocratica”, “cosche mafiose”, “corleonesi e palermitani”…), peraltro da Radio Radicale, pagata con soldi pubblici e persino investita di una funzione pubblica (anch’essa ben pagata), vale a dire le “dirette” e le “differite” dal Parlamento. Ma si sa: ai tipi come Berlusconi si deve perdonare tutto, ai tipi come Pannella si perdona tutto, ai tipi come Di Pietro – che è brutto, sporco e cattivo, e per giunta non ha la capacità economica e mediatica di persuasione del Cavaliere, né la cultura e la lingua forbita del guru radicale – non si perdona niente.
Nel merito, è difficile non essere d’accordo con Gianfranco Fini, ex-neofascista e presidente della Camera: “E’ lecito e naturale il diritto di critica politica, ma questa non può mai travalicare il rispetto che si deve al presidente della Repubblica, che rappresenta tutta la Nazione al di là del fatto che sia stato eletto o meno all’unanimità” (eh sì, perché il paradosso è che Di Pietro votò per Napolitano Presidente, ma Fini no). Una sintesi del caso ineccepibile, quasi banale. Ma, non per la politica italiana di oggi. Essa infatti viene messa in discussione nientemeno che dal leader dell’opposizione di centrosinistra. Si legge infatti di Veltroni: “Il ruolo e le parole del presidente della Repubblica non possono essere messe in discussione”. Che, in italiano e nella logica, equivale a dire: non è lecito né naturale il diritto di critica politica al Presidente. Dal punto di vista democratico – qualità che caratterizza sin dal nome il partito di centrosinistra e di opposizione – una vera bestialità.
Del resto, all’origine del caso – e dello stesso, infelice sfogo di Di Pietro – c’è un episodio assai singolare e inquietante. All’inizio della manifestazione di piazza Farnese, un gruppo di ragazzi (che le cronache definiscono del “Meetup di Bologna Amici di Beppe Grillo”) aveva srotolato ed esposto uno striscione che diceva: “Napolitano dorme, il popolo insorge”. Apriti cielo! Proprio in base al “democraticamente corretto” di Veltroni e, in concreto, ad uno specifico ordine proveniente dal gabinetto della questura di Roma, quei ragazzi sono stati costretti dalla polizia, dopo “pochi secondi”, a riarrotolare lo striscione.
A parte quell’aggettivo infelice usato da Di Pietro (sul quale si sono avventati come belve affamate uomini di governo con la coda di paglia, uomini di opposizione anelanti a compromessi, odiatori dell’ex-pm, nemici della magistratura, centristi e cuffariani scandalizzati, editorialisti del principe, ex diavoli comunisti che puntano alla Corte Costituzionale ecc. ecc.), l’aspetto più allarmanti del “caso” è proprio questo: il fatto che in Italia susciti (falso) scandalo un cartellone che dice “Napolitano dorme, il popolo insorge” e che non scandalizzi e non inquieti nessuno, invece, il fatto che la polizia possa intervenire e intervenga per impedire quella manifestazione di elementare diritto di civile critica politica. Peraltro in base ad una convinzione agitata e strumentalizzata da un presidente del Consiglio politicamente scorretto come Berlusconi (”Quello dell’ex pm è stato un gesto rozzo”) e ribadita dal leader dell’opposizione democratica che più politicamente corretto non si può (”Il ruolo e le parole del presidente della Repubblica non possono essere messe in discussione”).
Nessuno - ha rilevato Di Pietro a “scandalo” scoppiato, dopo aver ribadito che non ce l’aveva con il presidente della Repubblica - “ha parlato della luna, tutti intenti a guardare il dito perché è vietato guardare la luna. La luna ha un nome, Why not, e parla di nove miliardi di finanziamenti europei che scompaiono nel nulla ogni anno in Calabria e che finiscono nelle tasche della criminalità organizzata e dei partiti politici. Linfa vitale della dittatura in cui siamo scivolati”. E può aver ragione Di Pietro. Anzi ce l’ha (a prescindere ancora una volta dalla terminologia alla quale fa ricorso). Ma, proprio per questo, la prossima volta non si presti all’opera di distrazione di massa che lui stesso denuncia, indicando la luna – per rimanere in metafora – con il dito medio. Usi, correttamente ed efficacemente, l’indice. Usando l’aggettivo “mafioso” per i mafiosi e l’aggettivazione “troppo prudente e inopportunamente equidistante” per chi sembra scambiare l’istituzione o un incarico istituzionale per neutri esercizi di formalità, come se non fossero e non debbano essere e non siano, comunque, prodotti e produttori di politica, di vita sociale, di conflitti e di interessi.
(Questo editoriale è stato pubblicato su Infodem.it lo scorso 29 gennaio.)
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