Fragile: gli Yes e la maestà della musica
La terza facciata delle quattro che compongono l’album [TALES FROM TOPOGRAPHIC OCEANS] racconta degli Antichi Giganti sotto il sole, che sono “intonati alla maestà della musica”. In conclusione, se qualcuno mi dovesse chiedere chi sono gli autori di questo album, e se si tratti o no di un capolavoro, potrei dare la stessa risposta: YES!!
Così si esprime, con ingenuo entusiasmo, nel primo articolo scritto per il giornalino della scuola, il giovane Philip, uno dei protagonisti del romanzo di Jonathan Coe La banda dei brocchi (titolo originale The Rotter’s Club, pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 2002).
Philip, un ragazzo timido e sognatore, ha ricevuto l’album doppio come regalo di Natale dai suoi genitori. L’amico Benjamin, invece, guarda già oltre il progressive, e gli fa ascoltare il primo LP degli Henry Cow, avuto in prestito dal “capellone”, il fidanzato di sua sorella: uno più grande, un intellettuale. Un altro loro amico, Doug, si reca a Londra per cercare di collaborare con il «New Musical Express». Quando un redattore gli propone di recensire un concerto degli Steeleye Span, oppure dei National Health, lui si sottrae, un po’ schifato: quella non è roba per lui, è musica da hippy, e finisce per andare a sfondarsi i timpani a un concerto dei Clash.
Bastano questi pochi accenni da parte di Coe alla scena musicale inglese della metà degli anni Settanta – il titolo del libro, tra l’altro, prende il nome da un importante album degli Hatfield & The North – per restituire alla musica degli Yes tutto il suo splendore, ma allo stesso tempo tutta la sua eterna precarietà. Anderson e compagni, sebbene sulla scena da soli cinque anni, rappresentavano la classicità ormai superata, da un lato, dalle avanguardie che guardavano al free jazz e alla musica concreta, e dall’altro dalle prime salve di cannone della rivoluzione punk. La sorella di Benjamin, Lois, legge avidamente gli annunci sentimentali di Sound, alla ricerca di un fidanzato e scarta a priori annunci come questi:
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Piccoli rebus: l’enigmistica scritta nei geni o nel futuro
Il 15 novembre 2008, nel corso del 29° Convegno dell’Ari (Associazione Rebussistica Italiana), una qualificata giuria di esperti enigmisti ha proceduto all’assegnazione del prestigioso Trofeo Ari 2008, leggendo la seguente motivazione:
Con il Trofeo Ari 2008, vogliamo colmare una pluriennale lacuna destinandolo a un benemerito della nostra Arte, nella duplice immagine di autore e divulgatore. Sotto quest’ultima veste, egli è da annoverare fra i più attivi di ogni tempo. Ci riferiamo ad articoli e giochi presentati su riviste e giornali a tiratura nazionale […] e attraverso i canali radiotelevisivi ed informatici […] La sua principale opera resta sicuramente il meraviglioso libro Rebus, che ancor oggi si può definire tra i più completi e affascinanti veicoli per la divulgazione della nostra disciplina. Fresco nella veste grafica e agile nella consultazione, già da solo il testo sarebbe sufficiente per l’assegnazione del Trofeo all’autore, ma vogliamo in questa sede ricordare anche la sua attività di creatore di originali rebus, spesso supportati dagli impeccabili disegni della moglie Susanna. […] Con la speranza di vedere questo poliedrico amico più spesso ai nostri convegni, il Trofeo Ari 2008 viene assegnato a Ennio Peres, per tutti noi Mister Aster.
Il libro Rebus (Stampa Alternativa), che a distanza di quasi 20 anni dalla sua pubblicazione (avvenuta nel novembre del 1989) desta ancora un vivo interesse tra i cultori della materia, è stato uno dei primi che nostro figlio Marco ha cominciato a sfogliare, quando (molto piccolo) cominciò a imparare a leggere. Non glielo proponemmo noi, ma lo trovò in casa, appoggiato su qualche ripiano e ne fu subito attratto, per le numerose illustrazioni che conteneva.
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La radio, compagna inseparabile di vita
Questo libro l’avrei voluto pubblicare io, nel tempo della mia vita in cui ho diretto una casa editrice, l’autore lo sa bene e anche per questo, credo, mi chiede di scrivere qualche riga di introduzione al suo lavoro. Avrei voluto farlo, e sono grato a chi oggi lo fa, perché nonostante esista una qualche letteratura sull’argomento e il recente trentennale della prima radio libera abbia riacceso qualche interesse sull’argomento, non esisteva ancora una ricerca sistematica, completa, ragionata e un’analisi su un fenomeno che ha avuto conseguenze straordinarie sulle tecniche di comunicazione, il costume, la politica nel nostro Paese, seconde soltanto alla diffusione di internet.
Eppure la coscienza di quanto quella rivoluzione abbia influenza sulla nostra vita non può essere viva in chi non è stato ad essa contemporaneo e uno studio storico approfondito e documentato avrebbe rischiato di divenire impossibile col trascorrere del tempo. Sono quindi certo che i materiali qui raccolti e la forma analitica del saggio resteranno uno strumento prezioso per quanti vorranno capire le trasformazioni avvenute in Italia nel corso del ‘900, ma anche per studiare le costanti che si sviluppano nei processi di comunicazione, al variare delle condizioni sociali e delle tecniche.
C’è poi un altro motivo che mi ha portato a interagire con Stefano Dark. Sentito come testimone in una trasmissione televisiva di cui lui era autore sullo stesso argomento, ho fornito un po’ di materiali e notizie su una componente di quel fenomeno quasi completamente rimossa: la funzione che le emittenti private ebbero nella vita (direi addirittura nella sopravvivenza) della destra italiana negli anni ‘70-’80 e la capacità di trasformarla fino a costituire una delle fonti della sua attuale fisionomia.
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Alessandro Chiarelli racconta un abuso su minori ‘’senza finzione”
“Senza finzione”. Perché i racconti trattati all’interno delle pagine della nuova collana edita da “Stampa Alternativa” ripropongono fatti di vita veri, raccontati da chi li ha vissuti come primo step della loro iter fino a divenire fatti di cronaca sulla bocca di tutti. La collana proporrà al grande pubblico anche una storia riguardante la nostra città: fra le firme infatti pure quella di Alessandro Chiarelli, responsabile dell’Ufficio Minori della Questura di Ferrara. Il titolo della sua opera è “Disonora il padre e la madre”.
La storia. Un bambino stuprato, una famiglia normale. Avrebbe dovuto essere un gioco innocente e invece fu la scoperta di un male fin troppo vicino. In apparenza è la vita di una famiglia benestante, normale, come tante altre. Nessuno sospetta della violenza che si abbatte sul piccolo Antonio, attirato dallo zio paterno in un gioco che di innocente non ha nulla. E quando il trauma esplode, l’illusoria tranquillità di questa famiglia crolla tra chi sa e non parla, chi nega l’evidenza, chi non avrebbe immaginato perché mai avrebbe voluto vedere. Ma c’è anche di peggio: il trincerarsi dietro il proprio ruolo di genitore, di capofamiglia, per proteggere un passato che non deve tornare.
La serie di inchieste basate su fatti di vita reale, uscito venerdì 20 febbraio, proporrà anche storie legate al terrorismo, crimini politici ricostruiti minuziosamente. L’iniziativa è stata presentata il 18 febbraio a Roma, presso la Sala dell’Arazzo in Campidoglio. Sul palco oltre ai responsabili del progetto due degli autori, lo stesso Alessandro Chiarelli ed Andrea Pompili. Quest’ultimo ha messo penna ed idee al servizio del secondo libro della collana “Le tigri di Telecom”, avendo lavorato per anni presso le strutture del colosso telefonico nazionale quale addetto alla sicurezza delle informazioni; l’opera risulta una succosa storia di spionaggio informatico dai risvolti tragicomici.
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Governi, giornali, sovvenzioni e prepensionamenti
Caro Siddi, ho letto sul sito della Fnsi la notizia del Cdr della Stampa, che rilancia uno studio dell’ottimo collega Luciano Borghesan. E’ uno studio sbagliato, superficiale. Mi permetto di correggere l’errore più evidente: per i prepensionameenti il Governo spenderà fino a 20 mln di euro all’anno e non 10. E poi ci sono i contributi che il Governo (tutti i Governi, da Prodi a Berlusconi) ha dato dal 1981 (anno della legge 416 per l’editoria) a questa parte e che dà ai giornali e, quindi agli editori, contributi anche per le spese postali: 600, 700, 1100 mln di euro all’anno? Basterebbe leggere Beppe Lopez, autore di un lavoro che molti giornalisti non hanno letto. Oppure si consulti Google: c’è tutto… Scopriremo che l’Italia spende più della Francia da molti anni. Con un cordiale e amichevole saluto, Franco Abruzzo.
(La casta dei giornali - Così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici di Beppe Lopez)
La casta dei giornali. I contributi alla stampa
Il libro fa luce sul denaro pubblico, all’incirca 700 milioni di euro, che finisce nelle casse di grandi gruppi editoriali, giornali e organi di partito. Un’elargizione che non fa distinzione di partito o area politica. La Casta dei giornali, edito da Stampa alternativa-Eri Rai, ripercorre la storia di questa vicenda che trova origine, addirittura, nel ventennio fascista. L’autore, in questa intervista, ci racconta i punti più scandalosi dell’inchiesta.
Un fiume di denaro pubblico arriva ai giornali italiani, anche se appartenenti a società quotate in Borsa. Si tratta proprio di un fiume di denaro, sottratto alle disastrate finanze statali, mentre si applica un prelievo fiscale da lacrime e sangue, e si tagliano servizi e pensioni. Con le due ultime Finanziarie, l’esborso statale ufficiale in applicazione della sola “legge per l’editoria” sarebbe passato da 600 a 450 milioni. E con la Finanziaria in discussione in questi giorni si andrebbe ad un ulteriore taglio dell’esborso. Preannunciato in un primo tempo nell’ordine del 7%, esso alla fine sarà forse meno severo.
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La New Italian Glamour e i critici distratti
“È nata la New Italian Epic”. La cosa venne annunciata da Wu Ming nelle pagine culturali de La Repubblica il 23 aprile 2008. Aspetta un attimo, ho pensato, ho preso carta e penna e nel mio modo un po’ impulsivo e poco razionale di fare, mi sono appuntato due o tre cose, che corrispondevano comunque a quello che pensavo della nuova epica italiana; ho mandato il pezzo allo stesso giornale. Naturalmente non ho ricevuto risposta. Il pezzo l’ho spedito poi al blog di Stampa Alternativa, che è anche il mio editore, ed è uscito il 12 maggio 2008, con il titolo Cosa succede veramente nella narrativa italiana?. Dopo ci sono stati i commenti da parte di alcuni individui, con i nomi da cartone animato, che difendevano a spada tratta Wu Ming e il suo proclama. Il perchè non lo capivo (qualcuno non molto acuto scrisse: rode il culo eh? :-), forse sì.
Lo stesso Wu Ming, tra l’altro, si lamentava su Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini, che in un paese come il nostro non è possibile fare niente, osteggiato pure da “quei libertari di Stampa Alternativa…”. Il tono lamentoso di Wu Ming ricordava quello di Silvio Berlusconi, costretto a subire gli attacchi da parte di quelli dell’opposizione. A quasi a un anno di distanza l’autorevole critico letterario Filippo La Porta dice più o meno le stesse cose sulla terza pagina del Corriere della Sera (sabato 7 Febbraio 2009), forse le dice meglio, ma il succo è lo stesso. Macchè New Italian Epic. Questo è solo Glamour…. Osservazione condivisa anche da Luca Mastrantonio sul Riformista. Wu Ming e i suoi affiliati sono le “bombe intelligenti” dell’editoria italiana. Lo strapotere di certi editori che ci dicono quali sono i libri che dobbiamo leggere, a suon di marketing aggressivo e recensioni pilotate.
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L’esperienza di un percorso e di un’esistenza
Ho cominciato a pensare, non senza vergogna per la psichiatria, alle relazioni, ai rapporti, agli scritti “scientifici”: mai questa condizione, lo sporco, i corpi, le secrezioni, avevano trovato posto. Intendo dire: mai avevano potuto assumere un significato di vitalità, di tensione, di relazione. Nel lessico della psichiatria tutto è pulito, igienico, asettico. La medicina non può riconoscere lo sporco, il corpo in sé con le sue storture e limitazioni. Può solo definirlo come malattia, corpo malato. La digestione, la masticazione, la continenza sono, all’occhio del medico, fisiologia o patologia. Nel racconto di Eugenio, che psichiatra non è, i corpi e le loro secrezioni rientrano a fare parte trionfalmente dell’esistenza.
Di qui comincio ad aver chiaro quanto ha significato la presenza di giovani volontari, cooperativisti, obiettori, cittadini nel processo di cambiamento così radicale e irreversibile che abbiamo vissuto e stiamo vivendo nel nostro Paese. Un cambiamento che abbiamo potuto misurare con la presenza di sguardi che si incontrano, di mani che si toccano, di corpi che si riconoscono. Questi giovani hanno invaso i luoghi freddi e geometrici della psichiatria col calore e il disordine del loro desiderio, del loro bisogno di stare nella vita. Hanno reso visibili e trasparenti luoghi da sempre separati, vietati alla vista, dimenticati. L’incontro di Eugenio e dei suoi compagni non poteva prescindere dal mettere in gioco il proprio corpo.
Sembrano drammatici e violenti i “corpo a corpo” che accadono nella casetta. Sembra insostenibile la confusione che alimenta la vita sconnessa e improbabile di quelle cinque persone, intollerabile il mescolamento e la convivenza. Ma è proprio da qui che si produce il senso di un’esperienza, di un percorso, di un’esistenza. Ancora una volta corpi e sguardi che restituiscono significato e possibilità di comprensione a gesti, emozioni, parole che sembrano formarsi in mondi lontani, misteriosi, inaccessibili. Parole, emozioni, gesti che si costruiscono mentre gli operatori, i “sani”, riconoscono che le loro emozioni, i loro gesti, le loro parole non sono alla fine così lontani e diversi.
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Accertato: Di Pietro non ha offeso Napolitano
Primo: “A lei che dovrebbe essere arbitro, possiamo dire che a volte il suo giudizio ci appare poco da arbitro e poco da terzo?”. Secondo: “Il silenzio uccide, il silenzio è un comportamento mafioso”. Queste, essenzialmente, le due frasi pronunciate dal leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro, in una pubblica manifestazione in piazza Farnese a Roma – promossa e dedicata all’Associazione dei familiari delle vittime di mafia – che costituirebbero “offesa all’onore o al prestigio del presidente della Repubblica”. Per questo reato, previsto dall’articolo 278 del codice penale, Di Pietro è stato infatti iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma. Un “atto dovuto”, secondo i magistrati, dopo la denuncia presentata dall’Unione camere penali italiane. Un atto che ha legittimato e amplificato, si può dire, il linciaggio cui è stato sottoposto Di Pietro per quelle frasi da gran parte della stampa italiana (a cominciare ovviamente dalle testate legate a Berlusconi e al centrodestra, nemici storici dell’ex-pm).
Questa l’immediata reazione di Di Pietro: “Bene ha fatto la Procura di Roma ad iscrivere, come atto dovuto, la denuncia presentata dall’avvocato Dominioni, allo stesso tempo presidente dell’Unione delle Camere Penali e legale della famiglia Berlusconi. La Procura farà altrettanto bene quando iscriverà il nome di Dominioni e di chi, insieme a lui, mi ha calunniato sulla falsa presupposizione che io abbia offeso il capo dello Stato. Una persona di tale levatura culturale e preparazione professionale dovrebbe sapere che è un grave errore affidarsi a ricostruzioni giornalistiche sommarie, piuttosto che accertare prima quel che è successo realmente. Io porterò con me, come testimoni, oltre 200 mila persone che, attraverso la diretta streaming, hanno assistito al mio intervento. L’avvocato Dominioni porterà solo un generico ’sentito dire’. Ma, forse, la verità è molto più banale: chi ha fatto quelle denunce non intende perseguire un fine di giustizia, ma soltanto fare un favore ai propri clienti”.
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Senza Finzione: mercoledì la conferenza stampa di presentazione
Il 18 febbraio prossimo, con una conferenza stampa che si terrà a Roma in Campidoglio a partire da mezzogiorno, Stampa Alternativa presenta la nuova collana Senza Finzione di cui si è già avuto modo di scrivere. Si tratta del debutto ufficiale dell’iniziativa editoriale che da venerdì 20 febbraio vedrà la sua presenza in libreria con i primi due titoli, Le tigri di Telecom di Andrea Pompili e Disonora il padre e la madre di Alessandro Chiarelli. Due libri che si inquadrano in un progetto con questi connotati:
Inchieste “alla vecchia maniera” per affrontare tematiche scomode, legate a terrorismo, ricostruzione di crimini con valenza politica e di interesse pubblico, tutte vicende realmente accadute e scritte con registro narrativo o stile giornalistico. Inchieste di “controinformazione” ma soprattutto scritte da “insider”, vale a dire persone che dall’interno narrano le vicende descritte.
Alla conferenza stampa parteciperanno Umberto Croppi, Marcello Baraghini e Ivan Scalfarotto assieme ai due autori, Alessandro Chiarelli e Andrea Pompili, e alle direttrici di collana, Antonella Beccaria e Simona Mammano.
Per ulteriori informazioni o contatti con gli autori: Monica Mariotti - ufficiostampa[at]stampalternativa.it.
Napoli tra chiari, scuri e la sua follia
Parto da Cagliari dove ho appena presentato il libro, un’ora e mezza di volo ed atterro a Napoli. Esco dall’aeroporto e mi siedo su un vaso a fumare la tanto attesa sigaretta. Poi trascinandomi dietro le valige prendo un taxi. Ormai ho capito che i taxisti sono “la voce del popolo” quindi ci parlo e li ascolto. Mi siedo davanti, partiamo, ho un po’ di mal di testa e mi massaggio le tempie. “Signorina lei pensa troppo”.
“No, veramente ho solo mal di testa”.
“Cosa fa qui a Napoli? È per lavoro?”
“Sì, presento un libro… Il libro che ho scritto”.
“Ah! È scrittrice! Ecco perché pensa troppo”.
“Ma non penso troppo, ho mal di testa”.
“E che libro ha scritto? Mica un libro come quello là… di quello… come si chiama… Saviano?”.
“Be’, no…”
“Bisogna parlare bene della propria città, dire tutte le cose belle che ci sono”.
“Ma io parlo di Milano… Circa… Insomma della psichiatria di Milano e sì ne parlo male…”
“Come? Guardi che poi i milanesi non la vogliono più”.
“Ma io parlo male della psichiatria, magari gli psichiatri non mi vorranno più… Magari!”
“Non va bene. Perché voi scrittori non raccontate delle cose belle?”
“Perché la psichiatria di Milano fa schifo, poi non me ne frega un cazzo se i milanesi non mi vogliono ma non credo accada, non sono così importante”.
“E perché parla di psichiatria? Ci ha lavorato?”
“No, veramente ci sono stata… Ricoverata intendo”.
“E perché? Sei matta?”
“Così dicevano gli psichiatri”.
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Goliarda Sapienza: uno strano destino
Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono nè alberi nè case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno. Affondo nel fango sino alle caviglie ma devo tirare, non so perché, ma lo devo fare. Lasciamo questo mio primo ricordo così com’è: non mi va di fare supposizioni o d’inventare. Voglio dirvi quello che è stato senza alterare niente.
Questo è l’incipit del romanzo “L’arte della gioia”, della catanese Goliarda Sapienza, nata a Catania nel 1924 da Giuseppe Sapienza e Maria Giudice (la prima donna dirigente della Camera del lavoro di Torino). E forse proprio queste frasi ci possono fare capire il tipo di persona che era Goliarda: vera, sincera e libera. Goliarda cresce in un clima di assoluta libertà. Non ha vincoli sociali. Addirittura non frequenta regolarmente la scuola perchè il padre non voleva che la figlia fosse soggetta ad imposizioni fasciste. A sedici anni si iscrive all’accademia nazionale d’arte drammatica di Roma e per un periodo intraprende la carriera teatrale, distinguendosi nei ruoli delle protagoniste pirandelliane. Lavora anche per il cinema, inizialmente spinta da Alessandro Blasetti, poi si limita a piccole apparizioni come in Senso di Luchino Visconti. Sotto la regia di Blasetti nel 1946 recita in “Un giorno nella vita” e ne 1948 in “Fabiola”. Nel 1950 recita in “Persiane chiuse” di Comencini, nel 1951 appare in “Altri tempi”, nuovamente di Blasetti, mentre nel 1955 ha una parte in “Ulisse”e in “Gli Sbandati” di Francesco Maselli. Nel 1970 ha una parte in “Lettera aperta ad un giornale della sera” sempre di Francesco Maselli e nel 1983 recita sotto la regia di Marguerite Duras in “Dialogo di Roma”.
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Il racconto di un anno coi matti della Casetta
A settembre del 1980 l’ospedale psichiatrico di Trieste chiude. Il grande parco comincia a inselvatichirsi. Dei 1200 internati pochi restano ad abitare i reparti ancora in uso. Negli anni a venire saranno sempre meno. Quasi vent’anni dopo, quando Eugenio Azzola, pacifista e obiettore, entra per la prima volta, il parco è abbandonato. La natura è tornata rigogliosa a coprire tutto; le architetture dei reparti stanno scomparendo, nascoste dalla crescita caotica di alberi, arbusti e cespugli.
Tutto quelli che sono restati hanno vissuto gli anni d’oro del manicomio. Non abitano più i reparti ma gli appartamenti che furono dei direttori, dei primari, degli infermieri. I grandi padiglioni sono vuoti, chiusi, cadenti. Aspettano di essere recuperati ad altri usi. Nel parco arriveranno l’università, le scuole, i roseti, il ristorante, il museo e un autobus di linea. Oggi, ogni giorno, insegnanti, studenti, ricercatori, cooperativisti, operatori sanitari, visitatori, scolaresche, mamme con bambini e cani frequentano il parco.
Eugenio comincia il servizio civile e il suo racconto in un luogo sospeso, magico, misterioso. Non c’è più il manicomio, la città non c’è ancora. Deve occparsi, con altri giovani come lui, dei cinque bambini che abitano la casetta, un edificio che in passato ricoverava gli “infettivi”, una sorta di lazzaretto dentro le mura del manicomio. I bambini della casetta sono realtà uomini adulti che ora abitano insieme e condividono decenni di malattia, istituzioni, storie, abbandoni.
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La grande cintura verde dell’area metropolitana milanese
Una crisalide pronta a diventare farfalla. Con questa metafora che evoca trasformazione, sviluppo, splendida crescita, mi piace descrivere il Parco Agricolo Sud Milano. Un abbraccio verde della nostra provincia. Un territorio ricco di cultura e tradizione, con grandi opportunità di crescita. La storia del Parco Agricolo Sud Milano ha origini lontane e viene introdotta nella pianificazione dell’area metropolitana per la prima volta verso la fine degli anni ‘60. In questo periodo il parco veniva chiamato “Parco Attrezzato Sud” ed era immaginato come un grande spazio da risistemare al servizio della città.
L’idea di un parco agricolo visto come una “grande cintura verde” diviene più forte intorno alla metà degli anni ‘70, quando l’obiettivo diventa la creazione di un’area dove far coesistere sviluppo agricolo e attività del tempo libero. Così nel 1983, con legge regionale, il Parco Agricolo Sud Milano viene alla luce, identificato come area di rilevanza ambientale prima e come parco di cintura metropolitana e parco agricolo poi. Nel 1990, grazie a un “comitato di proposta” costituito dai comuni interessati, viene approvata ed entra in vigore la legge regionale che sancisce la nascita ufficiale del Parco Agricolo Sud Milano.
Un’area di vastissime dimensioni (47.000 ettari), che coinvolge 61 comuni, nata per difendere e valorizzare il patrimonio e la storia di un territorio che nei secoli ha significato lavoro, ricchezza della terra, coltivazione, tradizione, difesa delle acque. Un’area agricola, come indica il nome stesso, espressione di una personalità territoriale precisa che dalla storia trae le proprie ragioni d’essere. Un’area viva che si propone anche come continuum con i contigui parchi del Ticino e dell’Adda Nord.
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Le tigri di Telecom: affinché tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi
Quando Andrea mi ha chiesto di scrivere la prefazione a questo libro, mi sono chiesto se fossi la persona più adatta. Da un lato, infatti, ero perplesso circa l’opportunità di svolgere quella che sarebbe potuta sembrare una difesa di Andrea “fuori dal processo”. Dall’altro mi sembrava giusto contribuire a ristabilire alcune “verità” che – vuoi per carenze di elementi, vuoi per scarsa dimestichezza con il tema, vuoi per il tipico “orgasmo” da scandalo hi-tech – i mezzi di informazione avevano distorto o mal compreso. Prese in quanto tali, le vicende raccontate in Le tigri di Telecom significano poco o nulla. Ci sono indagini giudiziarie, accuse, difese, consulenze “tecniche”, interrogatori, sentenze… nulla di diverso dagli innumerevoli altri fascicoli penali che oggi intasano i palazzi di giustizia. Il processo – che ad oggi non è ancora iniziato – farà il suo corso e alla fine (se mai arriverà) si tireranno le somme.
Poi ci sono le persone. Con gli occhi di un “signor nessuno” (questo era il primo titolo che venne in mente all’autore), questo libro racconta in modo semplice e coinvolgente una parte fondamentale della storia delle telecomunicazioni di questo Paese e la nascita di un “bisinèss” basato sul nulla: quello della sicurezza informatica.
Intendiamoci, non che proteggere i computer sia una cosa semplice o poco importante, anzi. Ma quello che emerge chiaramente dalle pagine che state per leggere è che in realtà della sicurezza vera e propria nessuno si preoccupava veramente. Non i “venditori di insicurezza”, interessati soltanto a piazzare qualche partita di consulenze o di apparati, non le istituzioni, tutte impegnate a imporre adempimenti burocratici privi di sostanza, ma totalmente spiazzate quando, per una volta, è toccato “fare sul serio” nella ricerca dei responsabili di efferati omicidi o nella prevenzione di incidenti informatici minacciati alla vigilia di eventi internazionali. In quei casi, e sempre, inevitabilmente quando è oramai troppo tardi, emerge più o meno esplicitamente l’esclamazione “sarebbe stato necessario che…”.
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La mia vita con Jack. Le memorie della prima moglie di Kerouac
Edie era nata a Detroit da una famiglia benestante, ma detestava sentirsi legata e rinchiusa in una gabbia dorata. “In quel periodo d’oro della mia gioventù, la povertà non esisteva, conoscevo soltanto privilegi e prosperità…. eppure, nonostante tutta questa esuberanza, il mio mondo si rivelava alquanto limitato, chiuso e privato. Crescendo mi resi conto di avere una libertà piuttosto relativa. Il mondo esterno non era un territorio aperto, ma qualcosa di proibito. Vivevo come intrappolata in un ghetto dorato dopo l’altro”.
Volle affermare la sua libertà sempre e una vita da “bohemien indipendente” fu il suo “dream”. Un sogno che prese avvio in una New York degli anni ‘40, anni di guerra, anni di trasformazione cosciente e incosciente, in cui Edie e Jack si incontrarono e si amarono “Kerouac e Edie Parker erano indubbiamente parte di quanti condividevano il dramma di quegli eventi globali, sperimentando al contempo un’evoluzione personale più intima”.
Un amore e un matrimonio, in cui l’Eroe della gioventù che respinse i valori della borghesia appariva come “un uomo sensibile,stupendo,che viveva soltanto per potersi esprimere scrivendo”. Un amore lungo una vita che Edie riconobbe di poter e dover narrare, come viaggio catartico e testimonianza al femminile di un club per “soli uomini”.
Di fatto grazie a donne come Edie e Joan Vollmer Adams avvenne l’incontro tra quel gruppo di amici, amanti della letteratura e saturi della realtà vissuta, che si trasformò in un movimento incandescente, la Beat Generation, che altro non era, a detta dello stesso Kerouac “un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo”.
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