Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 6

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviLa mattina del 22 maggio escono dalla casa colonica del Bartalucci alcuni uomini, decisi a vendicare Patrizio Biancani. I contadini del podere hanno tentato di smontarli dal proposito, tuttavia hanno accettato di prestare alcune armi a questi uomini decisi ad opporsi alle violenze dei fascisti. Marchettini e Maggiori camminano tenendo a tracolla dei fucili da caccia, quelli a canna lunga, che abbondano in tutte le case maremmane, dove quasi ogni uomo è un cacciatore. Innocenti e Biancani impugnano delle rivoltelle. Con loro c’è un altro uomo, Anchise Cigni.

Il gruppetto di uomini si incammina verso il luogo dell’agguato. Nelle loro menti si agitano le scene del giorno precedente: la morte del padre di Robusto, lo scontro con i fascisti e i carabinieri, il Gorelli portato via in manette, il Civilini ferito. Sono i loro amici, i loro parenti, i compagni con cui dividevano aspirazioni e sogni. Seguono un sentiero campestre, coi piedi pesanti nella guazza mattutina, salgono sul crinale di un poggio poi, nei pressi del cimitero di Tatti, imboccano la via della Sughera, quella che porta a Massa Marittima. Arrivano al luogo prescelto, una spianata a mezzo chilometro da Tatti, chiamata Cerro Balestro. Dal Cerro Balestro si riesce, nei giorni più belli, a vedere il mare e l’isola d’Elba. In quel punto la strada attraversa dei campi, allora coltivati a grano, ed è paradossalmente uno dei pochi tratti privi di macchia e quindi poco adatto a tendere insidie. C’è solo un riparo favorevole ad un agguato, una siepe di rovi alta circa un metro e mezzo, posta sulla sinistra del viaggiatore che da Tatti va a Massa, ed è quello il punto in cui i sovversivi decidono di appostarsi.

Il riparo è così basso che per non farsi vedere devono inginocchiarsi o sdraiarsi. Decidono di praticare sulla siepe di rovi due aperture, due feritoie in cui introdurre le canne dei fucili, in modo da sparare senza esporsi. Passano alcuni viandanti, c’è chi li riconosce, tuttavia la loro presenza non dà nell’occhio. La vista di alcuni uomini in tenuta da caccia è ordinaria nei paesini maremmani e nessuno si allarma per i loro fucili da cinghiale. Frattanto Antonio Mucciarelli e suo nipote, l’ingegnere Stefani, lasciano Tatti e imboccano la strada per Massa.

Sono usciti dalla stalla alle sette del mattino, in pochi minuti arrivano a Cerro Balestro. Secondo una ricostruzione, i due uomini si trovano d'un tratto di fronte Albano Innocenti e Robusto Biancani. Questi ultimi affrontano e fermano il calesse, poi il Biancani accusa il Mucciarelli di aver assassinato il padre Patrizio. L'agrario, intuendo il pericolo, fa il gesto di estrarre dalla tasca posteriore dei pantaloni una rivoltella. La risposta arriva da dietro un rovo: due colpi precisi raggiungono gli occupanti del calesse, uno al collo, l'altro all'addome. I colpi sono sparati dal basso verso l'alto e sono mortali, tanto che il ricciolo e il Maggiori non sprecheranno altre cartucce. La precisione dei tiri è convalidata dal referto dei carabinieri: dai colpi si deduce "l'esperienza che maremmani allenati all'uso di fucili da caccia dovevano avere." Il Biancani, meno esperto dei suoi complici e più provato dalla vicenda, esplode dei colpi di rivoltella che si conficcano sul legno del barroccio.

Secondo un'altra ricostruzione gli attentatori sarebbero stati tutti dietro una siepe. Comunque siano andate le cose è certo che i colpi furono prima due di fucile e poi altri due di pistola, come riferito ai carabinieri da un uomo che era alcune centinaia di metri più avanti nella strada verso Massa. Nel frattempo il cavallo, imbizzarrito per la detonazione dei colpi, si mette a galoppare furiosamente. A un chilometro da Cerro Balestro due taglialegna sentono il battito ritmato degli zoccoli di un cavallo al galoppo, poi vedono arrivare cavallo e calesse, con a bordo due uomini incapaci di reggere le redini e di tenersi a sedere. Riescono a fermare la bestia, schiumante di sudore. Si rendono immediatamente conto che gli occupanti sono sporchi di sangue. Il Mucciarelli è già morto, lo Stefani, rantolante, spira senza proferire parola. La notizia circola velocemente in paese.Arrivano i carabinieri, esaminano la siepe, notano l'erba piegata, le tracce degli zoccoli che scartano velocemente all'altezza dei rovi, dove sono visibili due aperture. In quel posto sono stati vi sti il Biancani e gli altri. Subito partono le ricerche.

Ma i sovversivi si sono già preparati una via di fuga, e per il momento trovano rifugio nelle immense macchie della zona. La morte del Mucciareli e dello Stefani serve da pretesto per una nuova spedizione punitiva dei fascisti contro Tatti. È sera - circa le 20 - quando i primi camion di "italianissimi" arrivano a Tatti. In pochi minuti il numero degli squadristi è di 400. Un numero enorme, in un paesino che conterà a malapena qualche centinaia di anime. Con la consueta complicità dei carabinieri, che non escono dalla caserma, i fascisti assaltano la casa di Assuero Bucci, vicesindaco socialista del paese. Per vendicare il Mucciarelli i "ricostruttori" appiccano il fuoco alle abitazioni dei sovversivi Gualtiero Bucci,Antonio Paggetti, Nello Paggetti e Achille Maccusi.Viene incendiato anche il fienile di Assuero Bucci e tutto il materiale da calzolaio che si trova nella bottega di Gualtiero Bucci. Vengono distrutte la sede della Cooperativa di consumo, la Società operaia, la sede della lega dei minatori nonché il caffè di Attilio Baldaccini. Quando i fascisti se ne vanno Tatti è illuminata a giorno dalle fiamme.

I carabinieri non hanno provato a fermare gli squadristi, che possono muoversi certi dell'impunità: le loro forze le conservano per le ricerca nei boschi degli attentatori di Stefani e Mucciarelli. Cerco gli articoli sulla morte del Mucciarelli sulla stampa dell'epoca. L'«Etruria nuova», repubblicana, non lesina inchiostro sugli attentatori dello Stefani (e ciò è comprensibile, essendo il Mucciarelli fascista, ma lo Stefani repubblicano) ma omette le violenze dei nerocamiciati. Sullo stesso tono è la stampa cattolica, che da tempo addebita qua lunque misfatto fascista ai sovversivi. Basti pensare che il «Rinnovamento», giornale diocesano, aveva commentato la strage fascista di Roccastrada, un grave episodio simile a quello della devastazione di Tatti e a questo di poco anteriore, lamentando che tra le vittime non si contavano sovversivi ("Dolorosa constatazione: nessuno degli uccisi apparteneva a partiti sovversivi.", da "I tragici fatti di Roccastrada", «Rinnovamento», n.29, 7 agosto 1921).Toni diversi su «Il Comunista» del 1 giugno, dove la penna esuberante de "il buttero" denuncia la viltà dei fascisti e la connivenza delle autorità.Viene anche descritta la razzia della sera del '22 a Tatti:"Il caffè del compagno Baldaccini fu ridotto ad un cumulo di rovine… Numerose botti di vino vennero crivellate da colpi di rivoltella ed il liquido si sparse per le stanze e per l'adiacente strada tra la pazzesca soddisfazione dei vandali ormai divenuti bestie sitibonde di distruzione e di rovina". Di fronte alle devastazioni dei ricostruttori sembra che un tenente dei carabinieri avrebbe detto che "quello che si stava facendo superava le sue previsioni ed i suoi… desideri! All'infuori di questo null'altro! I 60 carabinieri giunti di rinforzo rafforzarono l'opera vandalica e brigantesca della teppa tricolorata." (Il buttero maremmano, Un paese saccheggiato e incendiato. Brigantaggio e delinquenza, in «Il comunista», n. 128, 1 giugno 1922). Episodi quali quelli di Tatti erano all'ordine del giorno, come testimonia un pamphlet scritto a caldo, nel 1921, da Luigi Fabbri. Ecco alcune considerazioni sulla violenza dei sovversivi e su quella dei fascisti, tratte da La controrivoluzione preventiva:

qualche pugno ai crumiri, qualche colluttazione con le guardie, qualche fienile bruciato, qualche sassata, qualche danneggiamento, ecc. son cose che si son prodotte e si riprodurranno probabilmente anche in seguito. Ma, a parte che ogni responsabile di questi fatti correva e corre sul serio il rischio dell’arresto e di condanne non lievi e non poteva né può in alcun modo sperare la indulgenza che si mostra ai fascisti,quali maggiori gravità non hanno le aggressioni fasciste a bastonate ed a revolverate,gli incendi, le distruzioni e le uccisioni freddamente preparate e premeditate? Oggi poi, ed era inevitabile, per spirito di difesa, per lo stesso timore dell’offesa, per rappresaglia, dopo ripetute provocazioni,o per sete di vendetta di chi fu offeso o colpito,degli operai provano alla bell’è meglio d’imitare i fascisti e di rendere loro pan per focaccia (…). Ma ciò avviene con mezzi inadeguati e sempre con grave rischio di chi se ne rende responsabile, posto tra le revolverate dei fascisti, quelle dei carabinieri e la minaccia di lunghi anni di carcere.
(Luigi Fabbri, La Controrivoluzione preventiva, Pistoia Collana Vallera,1975, p.63, prima ed.: 1922)

Su questo episodio scriveranno alcune righe Luciano Bianciardi e Carlo Cassola: Un altro fatto rimasto misterioso fu l’uccisione di Antonio Mucciarelli e del nipote ing. Enrico Stefani. Costoro furono uccisi a fucilate il 22 maggio mentre transitavano in barroccino in località Cerro Balestro, fra Tatti e Prata, nel comune di Massa Marittima. Il Mucciarelli era certamente un filofascista, ma, nonostante le battute di ingenti forze di polizia, i colpevoli non furono scoperti. La duplice uccisione venne messa in rapporto con un altro fatto di sangue avvenuto il giorno prima a Tatti. In una colluttazione tra fascisti e comunisti erano intervenuti i carabinieri, spalleggiando i fascisti. Un certo Gorelli reagì e venne arrestato per oltraggio alla forza pubblica; i compagni tentarono di liberarlo, e quasi c’erano riusciti, quando i carabinieri spararono uccidendo il 64enne Patrizio Biancani e ferendo certo Girolamo Civilini. Non sembra peraltro che il Mucciarelli e lo Stefani fossero presenti al fatto.

«L’Ombrone» a ogni buon conto sostenne la tesi dell’omicidio politico e chiese una rappresaglia. (Bianciardi Luciano, Cassola Carlo, Gli inizi del fascismo in Maremma, in «Comunità», n. 23, 1954, p.36.) Innocenti e Biancani lasciano la zona di Massa Marittima subito dopo il duplice omicidio. Maggiori e Marchettini restano in zona per qualche tempo. Ospitati da vari contadini e carbonai riusciranno a sottrarsi alla cattura. Per un po’ troveranno rifugio nel podere di Angiolina Betti, a Fonte Canale, nei pressi di Prata. Il 4 settembre del 1922 i carabinieri che perlustrano la zona li individuano: i due fuggitivi stanno mangiando in tranquillità, uno seduto e l’altro in piedi sulla porta del podere della Betti. I carabinieri circondano l’edificio e cercano di cogliere di sorpresa i due uomini, ma questi si accorgono della mossa e sparano per primi contro le forze dell’ordine. Ne nasce una sparatoria che dura per circa un’ora, e che termina con la fuga dei sovversivi attraverso una piccola finestra che i militari non hanno visto. La Betti verrà denunciata per favoreggiamento. Le forze dell’ordine moltiplicano gli uomini in zona, anche perché i due fuggitivi non si limitano a scappare, ma passano all’attacco.

Nei giorni precedenti l’assedio al podere della Betti il Marchettini e il Maggiori, insieme ad una terza persona, sono protagonisti di un tentato omicidio ai danni di Luigi Bellettini, segretario provinciale dei sindacati fascisti. Contro il camion su cui il Bellettini viaggia in compagnia del prete Olinto Micheloni vengono sparati due colpi di moschetto. Il fascista risponde al fuoco, ma nessun colpo va a segno.Va detto che in quei giorni ogni fatto di violenza viene imputato ai fuggitivi di Tatti. In particolare si moltiplicano le leggende su Marchettini e Maggiori. Si racconta che in un’occasione, nei boschi intorno Prata, Marchettini e Maggiori incontrino una coppia di carabinieri in perlustrazione. Alla domanda dei carabinieri: “Dove andate?”, il Maggiori replica seccamente:”Si va pel mondo.” I gendarmi non hanno il tempo di analizzare il significato della risposta. Riescono solo a percepire l’astio dei due individui che si trovano di fronte. I due sovversivi ripongono le armi con le quali, a mo’ di bastone, hanno stordito i carabinieri. Li lasciano disarmati a meditare sulla loro inettitudine. Loro continuano la loro strada, pel mondo, appunto.

Le uscite precedenti


Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi di Alberto Prunetti
Collana Margini
104 pagine
ISBN: 88-7226-828-1
Il libro su Libera Cultura.

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