Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 5

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviTatti, 21 maggio 1922. Seguendo il carabiniere Mauri È già pomeriggio quando il brigadiere dei carabinieri Domenico Mauri esce dalla caserma di Tatti per assicurarsi che tutto vada per il meglio nella piccola frazione. È un po’ preoccupato, perché da qualche anno non c’è più pace. Il paese è pieno di sovversivi: ci sono i socialisti, gli anarchici, da un po’ anche i comunisti. Fra di loro non vanno d’accordo, ma contro il clero e le forze dell’ordine l’intesa la trovano. Sì, gli ultimi anni, quelli successivi alla guerra, sono stati troppo difficili per chi, come il brigadiere Mauri, difende le istituzioni in cambio di un tozzo di pane. Gli animi si sono eccitati, i braccianti, che una volta avevano la forza a malapena per lavorare, ora leggono i giornali, parlano di espropriare i latifondisti, mentre le armi passano di mano in mano e le denunce si accumulano sui tavoli dei magistrati.

In una situazione del genere non è facile, per un brigadiere della regia arma dei carabinieri, fare il proprio dovere. Stendere un verbale, archiviare una denuncia, testimoniare ad un processo: la fatica è poca. Ma andare ad arrestare un sovversivo nella sede della lega dei minatori o al caffè degli anarchici, questo è un altro paio di maniche. Lo sa bene anche il maresciallo di Tatti, che qualche forsennato ha tentato di accoppare lanciandogli contro un macigno. Però qualcosa sta cambiando, anche perché i sovversivi non sono riusciti a dare il colpo di grazia alle istituzioni.Tanti socialisti in fondo volevano governare, più che abbattere le istituzioni. I capi dei sindacati si sono tirati indietro, gli occupanti delle fabbriche e dei campi hanno colto l’esitazione dei leader e hanno perso sicurezza, e la fiammata rivoluzionaria si è spenta nel breve volgere di qualche settimana.

La percezione che contro i rivoluzionari stia per muoversi qualcosa di decisivo è forte. Già tra gli altri commilitoni c’è chi è più baldanzoso. Ci sono questi fascisti, certo sono degli scalmanati, degli esagitati, però odiano i sovversivi e amano le gerarchie e le divise. Basti pensare che sono fedeli alle istituzioni monarchiche. Sono stati loro, meno di un anno fa, ad assestare un duro colpo ai sovversivi di Grosseto. Usano metodi spicci, certo, ma il risultato è innegabile. Gli ordini dall’alto sono chiari: assecondarli, come minimo chiudere un occhio, favorirli se è possibile. Avvolto in tali considerazioni il brigadiere Mauri si avvicina al caffè del Martelli.

Il militare, in fondo, è un amante del quieto vivere, ed è con un po’ di contrarietà che si accorge della presenza di un gruppetto di fascisti all’interno del locale. Si rende conto che nasceranno dei guai. La presenza di questi sei o sette “schiavisti”, come li chiamano tutti in paese, non passerà inosservata. Già i primi comunisti cominciano a rallentare il passo nei pressi dell’entrata del caffè. Il brigadiere si fa coraggio, e tenta di intercedere con le buone. Si avvicina al tavolo dei fascisti, loro sono solo di passaggio, vengono da Torniella, un paesino maremmano vicino alla zona senese, dove hanno partecipato ad una manifestazione. Il carabiniere li invita bonariamente ad affrettarsi, perché il paese è pericoloso data la folta presenza di sovversivi. Il carabiniere Mauri ha fatto il suo. Adesso torna in strada, ferma altri carabinieri, ed aspetta il volgere degli eventi. In strada riconosce le facce dei soliti facinorosi, gente come Albano Innocenti, come il Civilini, come il turbolento Gorelli, che sa solo creare disordini, che passa le giornate a leggere la stampa sovversiva e a svuotare fiaschi di vino e ostenta sfida e disprezzo nei confronti delle autorità. I fascisti poi hanno capito così bene i consigli del brigadiere che cominciano a cantare “Giovinezza”, l’inno fascista.

Il canto attira altri sovversivi: c’è chi staziona davanti al locale, chi ogni tanto entra, come per sorvegliare il contegno degli avversari. Uno di questi comunisti, il Gorelli, fissa negli occhi il brigadiere. Poi, ad alta voce, indirizza al milite queste parole:“Cantano i fascisti non gli fate osservazione, mentre a noi voi mascalzoni di carabinieri o ci arrestate o ci fate la contravvenzione.” E il tutto proferito con un tono ed un contegno provocatorio. Il brigadiere si irrigidisce. Quest’uomo si rivolge così ad un pubblico ufficiale? Ad un milite nell’esercizio delle sue mansioni? Dov’è il rispetto per la divisa? Quest’uomo ha commesso un reato. Portarlo in caserma, con tutti i suoi compagni presenti, può creare altra tensione. Ma quando è troppo è troppo, ormai i sediziosi si permettono ogni affronto. Il militare vuol mostrarsi risoluto: chiama gli altri carabinieri, e intima loro di arrestare il Gorelli. I carabinieri stringono le loro mani attorno alle braccia del sovversivo, lo spingono verso la caserma, ma non hanno fatto dieci passi quando la folla comincia a stringersi su di loro. È il momento di fare i conti con i compagni dell’arrestato. Albano Innocenti, noto caporione, comincia ad urlare:“Lo vogliamo levare dalle mani dei carabinieri!”.

La folla si fa ancora più minacciosa. L’Innocenti sovrasta tutti colla sua voce: “Andiamo, via, lo vogliamo fuori!”. Il brigadiere è consapevole di rappresentare l’autorità, non può permettere di farsi sottrarre l’arrestato. Decide che è il momento di nobilitare la divisa che indossa e affronta l’Innocenti, al fine di far intendere a tutti che lui si opporrà con energia ai propositi dei sediziosi. L’Innocenti non rimane affatto impressionato dall’atteggiamento dell’uomo di legge, arriva addirittura a scagliarsi contro questi senza alcun timore. La colluttazione è violenta, gli altri sovversivi non stanno a guardare e si accalcano sul brigadiere Mauri. C’è chi lo strattona, chi cerca di immobilizzarlo. Girolano Civilini, un altro ribelle, lo tira per una gamba per farlo cadere a terra.Tutta la strada è occupata da questo violento parapiglia.Adesso Innocenti tenta di disarmare il brigadiere, riesce a staccare il correggiolo della fondina, ma il Mauri è lesto ad impugnare l’arma per primo. I due lottano intorno alla pistola, l’Innocenti morde la mano del carabiniere.

Si fa sotto anche Robusto Biancani, il calzolaio, che senza pensarci due volte si attacca ad una gamba del brigadiere, col proposito di farlo cadere. Ed infine questi cade. Tenta di rialzarsi, quando vede Temistocle Coli, vecchia tempra d’anarchico settantaduenne e amante del buon vino, dirigersi contro di lui con un bastone in mano. Nonostante l’età il Coli non vuol farsi sfuggire la buona occasione per regolare certi vecchi conti. La sua mano è salda: vibra un colpo sul fianco del carabiniere che produce un’escoriazione profonda. Ma intanto rimbombano dei colpi d’arma da fuoco. Segno che anche i fascisti cominciano a farsi sentire. C’è un attimo di sconcerto, quanto basta al brigadiere per premere il grilletto di quella pistola che è riuscito a non mollare. Colpisce il Civilini, che non ha smesso di malmenarlo.

Ma gli spari non si fermano, anzi, aumentano d’intensità. Il brigadiere si rialza, e sebbene stordito si dirige verso la caserma. Fatti pochi passi viene raggiunto da altri carabinieri, che accorrono per vedere cosa sta accadendo. D’un tratto si fermano. C’è un uomo riverso per terra. Ormai è morto, lo riconoscono per Patrizio Biancani, il padre sessantenne del comunista Robusto. D’un tratto la strada si libera. Il tumulto è finito, la gente sconvolta per l’assassinio del vecchio tatterino – si dilegua. Il brigadiere pensa solo a come redigere il verbale. L’importante è chiarire la sua posizione, evitare grane a se stesso e, nei limiti del possibile, ai fascisti. Riflette: lui non può aver ucciso il Biancani. La sua pistola ha sparato, ma si sono sentiti altri colpi. C’erano anche i fascisti, ed erano armati, è probabile che fossero armati, ma lui non ha potuto vederli. E in ogni caso dirà che tutti loro si sono difesi, perché i sovversivi li hanno provocati. Sembra credibile. È questo perlomeno che si deve sapere, che lui metterà a verbale, che la stampa deve scrivere e – immancabilmente – scriverà.

Raccoglie le idee mentre procede verso la caserma,quando il gruppetto di fascisti lo raggiunge. Lo vedono ferito per le botte dei sovversivi. Gli propongono di vendicarsi: in poche ore possono far accorrere centinaia di squadristi da mezza Toscana. Ma il brigadiere ama il quieto vivere. Li dissuade dai loro propositi e li invita ad andarsene. Ha capito che il tempo delle vendette sui sovversivi è arrivato. Questione di giorni, di settimane, e la sfrontatezza dei sovversivi sarà ormai cosa del passato: non mancheranno occasioni di rivalsa. E poi in fondo lui è un uomo d’ordine, e non vuol fare l’eroe nemmeno per i fascisti: meglio stendere un bel verbale. Si siede sulla sua scrivania, attende per un po’ la musa,ma l’ispirazione tarda. Se la cava con un più prosaico codice penale e un modulo prestampato collo stemma sabaudo impresso. La serata del 21 maggio si chiude con il ferimento del Civilini, l’arresto del Gorelli e la morte di Patrizio Biancani. Non sappiamo con certezza cosa abbiano fatto nelle ore successive i protagonisti della vicenda. La ricostruzione basata sulle carte processuali riporta le testimonianze di vari testimoni e alcune dichiarazioni di uno dei protagonisti, quel Gualtiero Bucci che ad un certo punto si sentirà in dovere di rilasciare una deposizione ai giudici sull’accaduto. Quando il tumulto si scioglie quasi tutti i partecipanti tornano alle proprie abitazioni. C’è qualcuno che non se la sente di tornare a casa: è Robusto Biancani, il figlio dell’ucciso.

Archivio centrale di Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari Generali e Riservati, Casellario Politico Centrale, Biancani Robusto. Biancani Robusto fu Patrizio e fu Sabatini Eufrasia, nato a Tatti (frazione di Massa Marittima) il 28 aprile 1899, bracciante, celibe. […] Esito di leva: abile, arruolato. […] Ha frequentato le scuole fino alla terza elementare; ha grado di cultura mediocre. Non è capace di tenere conferenze né di svolgere lavori organizzativi; lo è in qualche modo nel dirigere riunioni. Ha mediocre educazione. […] Si comportava colle autorità in modo indifferente. Leggeva assiduamente i giornali sovversivi ed era solito sostenere discussioni politiche. Di intelligenza media, di carattere violento, verso la famiglia si comportava bene ma non era molto assiduo sul lavoro, frequentava la compagnia dei più accesi comunisti e faceva propaganda. Non collaborava a giornali e riviste sovversive e non era abbonato ad alcuna di dette pubblicazioni, ma ne leggeva assiduamente e, fra essi, specialmente il giornale “Il comunista”. Godeva discreta autorità e ascendente sulla folla, ma la sua attività era molto relativa, per cui raggiungeva risultati pure di poco rilievo. Era iscritto al partito comunista ed era il capo della Sezione di Tatti.

Le uscite precedenti


Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi di Alberto Prunetti
Collana Margini
104 pagine
ISBN: 88-7226-828-1
Il libro su Libera Cultura.

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