Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 3

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviBuenos Aires, 25 giugno 1930 oggetto: rapina alla compagnia di autobus “La central” Il 20 corrente in pieno giorno, e in un’arteria delle più frequentate di questa capitale, veniva consumata ad opera di sei sconosciuti un’audacissima rapina in danno dell’amministrazione in oggetto indicata. Gli assaltanti, penetrati nei locali dell’Amministrazione con le rivoltelle in pugno, immobilizzavano il personale di amministrazione, riuscendo ad asportare 25.000 pesos in contanti. In seguito ad indagini la locale polizia la scorsa notte riusciva ad arrestare, sequestrando quasi tutta la refurtiva, il noto anarchico Lanciotti Umberto […]. Assieme al Lanciotti si trovavano là altri tre, dei quali due venivano pure arrestati, mentre il terzo, impegnata una brevissima colluttazione con gli agenti, riusciva a scavalcare un finestrino, dandosi a precipitosa fuga.

Nazzicando tra le carte del fascicolo personale di Umberto Lanciotti, all’Archivio Centrale di Stato, è spuntato un carteggio giallastro. Si tratta di alcuni frammenti dalle pagine di un diario a prima vista non ricollegabili con Umberto Lanciotti, scritte da un certo Vito Cincalla. Cincalla, apprendo da una nota del funzionario punzonata sulla prima pagina, sarebbe un italiano emigrato in Argentina, e che in Argentina ha lavorato come poliziotto, un poliziotto con mansioni particolarissime. Colpito da questo breve manoscritto e da alcuni risvolti successivi della vita del Cincalla ho deciso di trascrivere nel mio quaderno questi stralci. Di seguito riporto la prima giornata del diario; più avanti la trascrizione delle pagine più interessanti. Buenos Aires, 20 marzo 1927 Stesse cose, stessa vita. Si continua a travagliare, a guadagnarsi il pane con chistu mestiere, il torturatore, che è poi un mestiere como un altro, è una questione di terrore, non solo dolore e patiri è soprattutto faccenda di paura perché le mie vittime pisciano e sanguinano paura. Questo almeno agli inizi perché poi i minchioni cominciano a fidarsi di me, questi fottuti collaborazionisti si fanno torturare i inarcano il corpo quando sono legati al letto di contenzione i non digo cazzate,solo esperano che prima inizia prima finisce, esperano che la quistione sia più dolce.

Ma in inizio sono immobili i firmi como un caballo con il torcinaso o un cane con la boca legata a cappio i la cabeza contra il terreno.Ma poi iniziano avere fide in me e mi riconoscono i miei passi quando arrivo i si fanno docili i mansueti perché lo sai gli omini imparano a sopportari tutto i poi, che sarammai qualche volt tra i cojones non basta a fare fuori 75 kg di carne. Respetto ai prigionieri mi comporto como un cavallaio, mi piace mittere il morso come quando in juventù allevai caballi nelle Pampas. Poi avevo quista experientia coi muli di mio patre e in fondo è ancora chistu il mio mestiere,mettere il basto a certi muli di sovversivi.Io gli imbriglio la cabeza i li faccio abituati al fierro in bocca i li faccio girare secundo la mia voglia i non ci sono discorsi da fare i niente resistenze inutile tenere aria nei polmoni porchè io aspetto un menuto i stringo il sottopancia finché mi gusta i se mi gusta ci faccio altri due buchi nella cinghia. Così chisti bastardi imparano non solo a portare il peso,ma col tempo mi sono anche grati. Dicono: grazie, Don Vito, che ci hai lasciato le redini più lunghe stamane, grazie Don Vito, che hai stretto la cinghia due buchi più lente, grazie, che ci hai tolto il paraocchi, il cazzo di cappuccio, che ci hai abbassato il volteggio. E così da bravi asinelli domi,li faccio voltare in tondo (e non scalciano,davvero non scalciano). È questo il mio travaglio. Prendo questi animali selvaggi, i li rendo domi, domestici i utili alla società i all’Argentina del futuro.

1 giugno del 1906. Un gruppo di ragazzi maremmani, tutti dell’età compresa tra i diciannove e i venti anni, raggiunge Grosseto.Vengono dai paesi delle Colline Metallifere, piccoli centri come Tatti e Gavorrano. Non sono a Grosseto per una visita di piacere, sono infatti obbligati a presentarsi in una caserma del capoluogo di provincia per adempiere gli obblighi militari della visita di leva. Misurati, schedati, denudati, tastati, sono riconosciuti abili alla difesa dell’italico regno. Ne consegue l’arruolamento. È l’ora di pranzo quando escono dalla caserma. Un morso per placare la fame, un bicchiere di vino rosso, e già la vita, dopo una mattinata avvilente, comincia a pulsare nelle loro vene con la consueta energia. Sono una ventina, corrono per le strade di Grosseto alla deriva senza una meta precisa. Qualcuno ride, un altro canta “l’inno dei lavoratori”, gli scherzi e le urla si alternano alle strofe stonate. La caserma sembra già un ricordo lontano, adesso un grido rimbomba per le strade di Grosseto:”il soldato non si farà!”. “Il soldato non si farà!”, è il grido di questi individui che ritrovano il possesso del proprio corpo, dopo una mattina di ordini e tristi pratiche mediche. È un grido che serpeggia per le strade, trovando qualche raro e vigoroso ascoltatore che non mancherà di manifestare il suo plauso, e più numerose orecchie scandalizzate.Tra le orecchie offese ci sono quelle di un gruppetto di carabinieri.

Abituati per esercizio a cogliere i lievi mugugni alimentati dal loro passaggio per le strade, i timpani sospettosi, attenti a cogliere ogni minima manifestazione ingiuriosa nei bar, nelle piazze, in ogni luogo dove la gente si raduna, i carabinieri non devono aver dato credito alle loro orecchie: qualcuno ad alta voce proclamava frasi ingiuriose contro i militari. Riavutisi dalla sorpresa i carabinieri decidono di fermare quei ragazzi così sventati da proclamare i loro pensieri ad alta voce. Si presentano di fronte a loro. Basta la vista della divisa ad ammutolirli: sono di nuovo precipitati nell’incubo del mattino. I militari li fermano, li identificano e li denunciano alle autorità con l’accusa di aver disturbato la quiete pubblica e di aver emesso grida sediziose. Tra i ragazzi denunciati ce n’è uno che è al centro di questa storia. È proprio quel Domenico Marchettini, allora ventenne, propenso ad impugnare armi piuttosto che ad indossar divise. Sebbene obbligato alla ferma di leva, il Marchettini troverà il modo di tenere fede a quel proposito antimilitarista urlato per le strade di Grosseto. Lo farà molti anni dopo, durante la prima guerra mondiale, quando preferirà disfarsi della divisa e di ogni orpello militare per gettarsi nelle macchie maremmane. In questa scelta si mette contro la legge marziale, che punisce il reato di diserzione anche con la pena capitale, metterà a dura prova il proprio istinto di sopravvivenza, vivendo tra mille disagi, ma per fortuna non sarà mai solo.Tra la popolazione, in quegli anni, c’è un tessuto di solidarietà coi disertori.

A Scarlino un gruppetto di anarchici ha fatto la stessa scelta: invece di combattere in Friuli hanno deciso che quella causa non li riguarda. Hanno scavato sul monte Alma una grotta, hanno cercato di isolarla con del sughero, e si sono nascosti lì dentro.Vivono con l’aiuto di amici e familiari, che ogni giorno portano loro cibo e notizie. Decido di cercare qualche altra informazione sul mondo dei diser tori e dei renitenti alla leva. Durante la prima guerra mondiale in Maremma, come dapper tutto, non mancavano refrattari che rifiutavano di mettersi il morso patriottico. Colpiti spesso da pene che arrivavano sino alla fucilazione, loro se ne fottevano allegramente, prendendo strade scomode e latitando nelle macchie. Il caso più interessante, collegato alle diserzioni durante il conflitto in Maremma, è quello del gruppo di giovani che ruota intorno alla figura di Curzio Iacometti, l’anarchico di Monterotondo Marittimo. Curzio è conosciuto con il soprannome di “il prete” o “il pretaccio”, perché prima di aderire all’idea libertaria è stato in seminario. In seminario è costretto a mettersi le mutande di latta, per difendersi dagli esercizi spirituali del rettore.

Tuttavia a diciannove anni la sua fede è messa in crisi dalle gonnelle che il vento alza lungo la strada in discesa del seminario arcivescovile di Massa Marittima. Rinuncia alla padella della tonaca e si ritrova nella brace di una divisa. E la brace scotta, soprattutto se questo tizzone d’inferno si ritrova con altri complici a declamare idee anarchiche tra le file dei coscritti. Lo Iacometti viene arruolato in una fattoria della piana di Grosseto che funziona da campo di concentramento per i prigionieri austriaci, la Tenuta degli Acquisti del Conte Guicciardini. Dà prova del suo patriottismo esultando alla notizia della disfatta dell’esercito italiano a Caporetto: festeggia l’evento coi prigionieri, per questo viene allontanato dal campo e inviato a Grosseto. Intuisce che a Grosseto verrà punito, forse imprigionato.

A metà strada decide di saldare il proprio conto con la Madre Patria.Torna indietro e appicca il fuoco alla fattoria dell’esercito italiano. Mentre le fiamme illuminano gli oliveti il pretaccio si sbarazza della divisa. Gettatosi nelle intricate macchie della Maremma, si congiunge con un folto gruppo di disertori e tiene un comizio in una radura del bosco. Ai disertori, che si nutrono di bacche e radici, propone di assaltare le fattorie dei benestanti armi alla mano. Al contrario dei suoi compagni, spesso analfabeti, il prete è uomo di studi. Conosce il latino e la teologia. Dà prova della sua abilità scrivendo lettere minatorie per l’estorsione del denaro indirizzate ai latifondisti della zona. Cominciano gli espropri e si moltiplicano i casi di diserzione armata: dovrà intervenire l’esercito per debellare quella che verrà chiamata “la banda del prete”.Agli arresti seguiranno le condanne. I membri della banda del prete furono condannati a morte dal Tribunale militare di Firenze nel marzo 1919. Nelle loro azioni godevano della complicità dei sovversivi di Tatti, Massa Marittima, Castelnuovo Val di Cecina, Prata, Roccastrada, Montemassi. Il prete venne trovato morto a Pomarance nell’estate del 1919. Le circostanze della morte non sono mai state appurate.Tra i sopravvissuti della sua banda i nomi di Chiaro Mori e Giuseppe Maggiori. Senza avere certezze si può ipotizzare, vista la prossimità di tempo e di luogo, che il Marchettini avesse contatti con i disertori della banda. Per di più alcuni della banda sono di Tatti, altri di Gavorrano. E il Marchettini visse prima a Tatti poi a Gavorrano.

C’è poi l’amicizia tra il Marchettini e uno dei pochi disertori sopravvissuti allo sterminio della banda del prete, vale a dire quel Giuseppe Maggiori, anch’egli proveniente da Tatti, inizialmente anarchico, poi comunista, che vivrà per anni da latitante nei boschi dell’Alta Maremma e che unirà la sua sorte a quella del Marchettini. La rivolta del Marchettini nasce in questo humus di pratiche antimilitariste, fortemente condiviso in quegli anni dalla gente del posto. Qualche esempio: si abbattono pali telegrafici sui binari ferroviari per impedire la partenza di un treno carico di coscritti (Scarlino Scalo, 1915), a Prata si blocca un pullman con carne umana destinata ai mattatoi del Friuli (1915), a Follonica un gruppo di signorine sventolante la bandiera tricolore viene aggredito dalle donne del paese (1916). Nello stesso anno viene sporcata di sterco la bandiera tricolore esposta sulla porta delle fonderie follonichesi. Il filo nero della ribellione sembra legare le ur la antimilitariste del 1906 e la diserzione del Marchettini nella Grande Guerra. Anche Umberto Lanciotti è renitente alla leva militare. E’ un filo insomma che congiunge migliaia di altri casi di non sottomissione, attraverso una lunga serie di piccoli ma decisivi atti di rivolta e di attacco alla logica e alla pratica militarista.

Le uscite precedenti


Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi di Alberto Prunetti
Collana Margini
104 pagine
ISBN: 88-7226-828-1
Il libro su Libera Cultura.

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