Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 7
[Ricordiamo che il volume integrale, rilasciato sotto licenza Creative Commons, è liberamente scaricabile su Libera Cultura].
3 marzo 1929 - Guardo la mia Argentina e mi sento triste.noi qui tanta terra con pochi milioni di abitanti con tanta ricchezza che mai si cia dato valore i tutti credono che la Republica Argentina è solamente la città di Buenos Aires,che solo in città i borghi habitano alcuni milioni di persone i esce fuori i ci sono certe parte che camini in macchina un giorno completo i non incontri una persona, qui farebbe bisogno capitale i gente per explottare la inmenza ricchezza, però bene amministrata, in tutto il mondo la unica nazione che explota petrolio è questa che perde denaro,tutti gli altri guadagnano fortune lo stesso passa con la campagna i certe industrie, in questo la carne cià un prezzo carissimo e i signori di grande aziende ammazzano anche le vacche che per tre o cuatro anni ancora possono fare figli. Dopo ci resta la campagna senza animali si guastano i soldi i dopo il governo bisogna aiutarli per comprare un’altra volta vacche, qui farebbe bisogno un governante con la audacia di Mussolini,il coraggio di Balbo e la nobiltà d’animo di Farinacci i en tre anni la Republica Argentina non passase più vergogna. Ma meglio sarebbe finirla con chisti discursi. Mi rassegno i non prolongo.
Nel viaggio verso l’Argentina Umberto Lanciotti era di nuovo imbarcato come clandestino? No, stavolta lavorava a bordo, sottocoperta. Che lavoro faceva? Non te lo so dire… forse uomo di fatica, voi sapè. Che altri lavori aveva fatto? Un po’ di tutto, perlopiù il cameriere e l’autista, qualche volta il meccanico. L’autista era un mestiere che gli era congeniale, perché era un uomo flemmatico, era uno calmo, tranquillo, e questa calma gli era utile in altre situazioni… comunque, tornando a Buenos Aires, lui era arrivato a Buenos Aires nel ‘25, laggiù c’erano gruppi italiani nemici del fascismo, di varia estrazione, uscivano giornali importanti, L’Italia del popolo, ad esempio, c’erano giornali anarchici di lingua spagnola, come “L’Antorcha”, “La Protesta”, c’erano figure di estremo interesse, anche su un piano culturale, basta pensare alla presenza di un uomo con cui lui ha avuto dei contatti ma al quale serbava rancore, vale a dire Diego Abad De Santillan. C’erano gruppi anarchici, c’era Aldo Aguzzi, c’era Severino Di Giovanni.
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Appello alla solidarietà per l’Associazione Garabombo L’Invisibile
(Ci arriva questa mail dall’Associazione Garabombo L’Invisibile e ci sembra opportuno darne spazio su Fronte della Comunicazione. Qui il link per sottoscrivere l’appello alla solidarietà lanciato dall’associazione).
L’Associazione Garabombo L’Invisibile è nata alla fine del 2001, per iniziativa del c.s.o.a. “La talpa e l’orologio”, sull’onda dell’entusiasmo delle manifestazioni genovesi contro il G8 per promuovere nella nostra città, Imperia, la cultura del consumo critico, e del commercio equo e solidale. Fin dalla sua nascita l’Associazione ha aperto anche una piccola bottega all’interno del centro sociale, che ha permesso alle attività di crescere, fino ad aprire una seconda bottega. Ora in associazione lavorano due persone ed altre due seguono programmi di reinseremento lavorativo.
Negli anni abbiamo accompagnato la vicenda del centro sociale, nato nel 1990 in una sede dell’ex credito italiano, che con alti e bassi, è arrivata ad essere finalmente considerata al massimo livello istituzionale con un tavolo di trattativa di fronte al prefetto, che coinvlge le istituzioni locali, la proprietà, e gli occupanti. Purtroppo in quella sede non riusciamo a far capire l’importanza delle attività di una bottega, e la semplicità delle nostre richieste: individuare una sede idonea per proseguire le attività, ad un prezzo che almeno inizialmente non puo essere quello di mercato.
Per questo abbiamo lanciato un appello per fare pressione sulle istituzioni affinchè non condannino alla chiusura la nostra bottega.
Appello:
Ora che la vicenda del centro sociale occupato e autogestito La Talpa e l’orologio, nonostante le difficoltà, viene concretamente affrontata, ci troviamo invece di fronte alla curiosa eventualità di non avere una sede per la bottega del commercio equo e solidale, gestita dall’associazione Garabombo l’invisibile.
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Abbecedario dello zoofilo: “a” come “abbandono”
Una volta, andando a gettare un sacchetto con la spazzatura, ho trovato dentro un cassonetto un cucciolo nero, assonnato e scarmigliato. Qualcuno l’aveva gettato via come si getta un pezzo di pane avanzato. Forse la madre ne aveva dati alla luce troppi di cuccioli e i padroni non avevano saputo come liberarsene. Fatto sta che l’avevano buttato, mostrando poca generosità o molta stoltaggine, dentro il cassonetto e lui se ne stava lì, in mezzo ai sacchi di plastica dei rifiuti, tremando per il freddo e per la paura, senza sapere che fare. L’ho preso in braccio e lui subito ha tuffato il muso gelato sotto la mia ascella per chiedere soccorso e affetto. Come non dargli cibo e carezze? L’ho chiamato Perduto.Dacia Maraini, Storie di cani per una bambina
Ogni anno in Italia vengono abbandonati oltre 150.000 cani: sono cifre che tutte le estati leggiamo sui giornali, ricavate dal numero dei cani accolti nei canili delle varie regioni e che determinano il fenomeno del randagismo. Sono i cani catturati dal personale addetto, privi di qualsiasi segno di riconoscimento (tatuaggio, medaglietta ma soprattutto microchip) e che nessuno si preoccupa di cercare. Vengono spesso abbandonati – chissà perché – sulle autostrade, dove maggiore è il rischio di un investimento; vengono ancor più vergognosamente abbandonati nei cassonetti dei rifiuti (soprattutto le cucciolate indesiderate); nel migliore dei casi, legati davanti a un canile o un rifugio di qualche associazione protezionistica, magari con un foglio di carta legato attorno al collare, nell’intento di impietosire la persona che troverà l’animale: “Mi chiamo Alfonso, ho quattro anni. Il mio padrone non mi può più tenere: abbi cura di me”.
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Attacco alla 180: trent’anni dopo fa ancora paura
Il 9 gennaio scorso su Libero diretto da Vittorio Feltri, è apparso l’articolo di Cristiana Lodi Psichiatri da legare. La figlia è schizofrenica, rinchiudono la madre. Vi si raccontava la storia di una donna schizofrenica attraverso le parole di sua madre. La figlia è in cura presso il Dipartimento di salute mentale di Trieste, la madre tuttavia afferma che sua figlia non solo non viene curata, ma viene tenuta rinchiusa e lontana da lei contro la sua volontà. Gli psichiatri hanno inoltre disposto tre trattamenti sanitari obbligatori nei suoi confronti perché - a suo dire - si ribellava al modo in cui veniva trattata la figlia.
«Schedata»
L’articolo è scritto con lo stile aggressivo che contraddistingue il giornale, contiene pesanti attacchi agli psichiatri di Trieste e a Franco Basaglia che, si legge, «contestando i luoghi della follia arrivò a contestare la follia stessa. Negandola. E lasciando così i malati abbandonati a loro stessi». È corredato dalla foto della figlia in primo piano con tanto di didascalia che la definisce «schizofrenica» e da un articolo in cui la 180 è detta «legge criminale e criminogena» dello psicologo Luigi De Marchi, firmatario assieme al deputato del Pdl Paolo Guzzanti di una proposta di legge per la modifica della 180.
Peppe Dell’Acqua, direttore del DSM di Trieste, risponde tempestivamente con una lettera al quotidiano e con una denuncia. Ma la storia è succosa e altri media ci si buttano. In particolare, nella trasmissione Sabato e Domenica, del 18 gennaio su Rai uno, Franco Di Mare fa parlare la giornalista Lodi che racconta la vicenda così come presentata su Libero. Buttando in pasto ai telespettatori la vita di chi non può difendere la sua privacy.
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Il ladro di biciclette e il debitore patafisico
L’infelice Jarry avrà mai avuto un momento di felicità nella sua vita? Non è dato saperlo, anche se davvero sembra felice in una famosa fotografia del 1898 (riprodotta in copertina) nella quale è ritratto in sella a una bicicletta sportiva, nel paese di Corbeil, a sud di Parigi, dove trascorse alcuni periodi estivi assieme ad amici. Nella foto la felicità è discreta, celata da un volto indifferente, ma è presente, si palpa. E la causa non sembra tanto il luogo in cui egli si trova quanto la bicicletta che inforca: una Clément de luxe 96 course sur piste, del valore al nuovo di 525 franchi. Jarry la inforca con delizia per varie ragioni: perché ama la bicicletta in sé, come miracolo meccanico, come oggetto che gli permette di muoversi, ma anche perché gli è costata pochi franchi.
Per lei ha continuato a rinnovare cambiali, con progressivo aumento degli interessi, ma senza mai saldare il conto. Una bicicletta che è all’origine della maggiore vertenza giudiziaria della sua vita. Tutto comincia a Laval, cittadina nativa di Jarry alle porte della Bretagna, e precisamente al numero 12 del viale Jean-Fouquet, dove s’illuminano le ampie vetrine di “Trochon-Vélo”, negozio di macchine da cucire e biciclette. Un abbinamento che indica come a quei tempi fosse l’analogia meccanica – e non funzionale – ad accostare gli oggetti.
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Paragrafo 175, leggi razziali. Dalla Shoah ai giorni nostri
La Biblioteca di Sarajevo, associazione politico culturale con sede a Maglie, in provincia di Lecce, ha organizzato in prossimità del Giorno della Memoria, un incontro-dibattito che si terrà il prossimo 31 gennaio presso laula magna del liceo “F. Capece” dal titolo “Paragrafo 175, leggi razziali. Dalla Shoah ai giorni nostri”. Queste le parole che lo presentano:
La celebrazione di questa ricorrenza ha sempre contraddistinto l’attività dell’associazione sin dal suo nascere: al di là del mero intento celebrativo, però, abbiamo sempre cercato un’attualizzazione e un ricordo non fine a se stesso. E proprio in quest’ottica abbiamo pensato quest’anno alla proiezione di parti del documentario “Paragraph 175” unite ad un dibattito sulla recente petizione all’O.N.U. per la depenalizzazione del reato di omosessualità. La profonda preoccupazione espressa dai Paesi firmatari “per le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali basate sull’orientamento sessuale” ci vedono coinvolti in prima persona come associazione politico–culturale che ha avuto sempre a cuore la difesa dei diritti, e che si è data un percorso ad hoc, quale “Le Parole della Costituzione”. Per questo abbiamo organizzato un incontro-dibattito dal titolo.
A partire dalle 18 prenderà la parola Paola Cillo, presidente dell’associazione, che coordinerà gli interventi di Laura Quarta, docente liceo Capece, Enrico Fusco, presidente dell’Arcigay Bari, Piero Manni, editore, e Nicola Magrone, magistrato e presidente della fondazione onlus “Popoli e Costituzioni”.
Puccini, la Turadot e la comparsa di Mara
Il nuovo trionfo italiano, conseguito all’Autodromo di Monza per il Gran Premio d’Italia, rappresenta un record senza precedenti. Quattro vetture della casa Alfa Romeo guidate da Ascari, Wagner, Campari e Minoia, hanno conquistati i primi quattro posti. Ascari, il vincitore dei vincitori, ha battuto il record di velocità con una media oraria di km 158 e m 896. Concorrente temibile dell’Alfa Romeo era la casa tedesca Mercedes, che aveva dapprima contrastata la vittoria agl’italiani. Disgraziatamente, la sua bella corsa è stata interrotta da un luttuoso incidente. Al 43° giro la vettura del polacco Zborowsky, nell’affrontare la curvetta di Lesmo si è rovesciata. L’ardito pilota è rimasto schiacciato. La notizia della sciagura ha determinato il ritiro della Mercedes, così che gli ultimi giri delle vetture italiane hanno avuto un carattere di sicuro se pur mesto trionfo.
La risata esplose fragorosa, mentre le pagine dell’”Illustrazione Italiana” volarono nell’aria, ricadendo sulla poltrona vicina: “Dioboffice, o che doveva morire un torpedone di polacchi per avere un po’ più di compassione? Qui, per rifare l’Italia più che un duce serve un commediografo, mi sa!”.
“Servirà anche un commediografo, ma che mi hai fatto venire fin qui solo per perdere tempo? Prima il caffè della Rosa, poi il vermouthino, ora Ascari e le cronache sportive…”.
“O se mi avevano detto che voi di Borgo San Lorenzo eravate maestri nell’arte del perder tempo? Mah: si vede che ho informatori scarsini”.
L’uomo coi baffi brizzolati si tirò su dalla poltrona in nappa e si avviò strascicando i piedi verso il tavolo al centro della stanza, dove lo aspettava l’altro, arruffato, una giacca di velluto consumato addosso e un rotolo di carte accanto a sé:
“Allora Galileo, non sciupiamo il prezioso tempo mugellano e fammi vedere icché tu hai combinato”.
“Sarebbe l’ora…”.
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Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 6
La mattina del 22 maggio escono dalla casa colonica del Bartalucci alcuni uomini, decisi a vendicare Patrizio Biancani. I contadini del podere hanno tentato di smontarli dal proposito, tuttavia hanno accettato di prestare alcune armi a questi uomini decisi ad opporsi alle violenze dei fascisti. Marchettini e Maggiori camminano tenendo a tracolla dei fucili da caccia, quelli a canna lunga, che abbondano in tutte le case maremmane, dove quasi ogni uomo è un cacciatore. Innocenti e Biancani impugnano delle rivoltelle. Con loro c’è un altro uomo, Anchise Cigni.
Il gruppetto di uomini si incammina verso il luogo dell’agguato. Nelle loro menti si agitano le scene del giorno precedente: la morte del padre di Robusto, lo scontro con i fascisti e i carabinieri, il Gorelli portato via in manette, il Civilini ferito. Sono i loro amici, i loro parenti, i compagni con cui dividevano aspirazioni e sogni. Seguono un sentiero campestre, coi piedi pesanti nella guazza mattutina, salgono sul crinale di un poggio poi, nei pressi del cimitero di Tatti, imboccano la via della Sughera, quella che porta a Massa Marittima. Arrivano al luogo prescelto, una spianata a mezzo chilometro da Tatti, chiamata Cerro Balestro. Dal Cerro Balestro si riesce, nei giorni più belli, a vedere il mare e l’isola d’Elba. In quel punto la strada attraversa dei campi, allora coltivati a grano, ed è paradossalmente uno dei pochi tratti privi di macchia e quindi poco adatto a tendere insidie. C’è solo un riparo favorevole ad un agguato, una siepe di rovi alta circa un metro e mezzo, posta sulla sinistra del viaggiatore che da Tatti va a Massa, ed è quello il punto in cui i sovversivi decidono di appostarsi.
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Siamo tutti nella stessa arca
Siamo tutti sulla stessa arca. È l’archetipo scelto da Alessandro Paronuzzi per la deliziosa, profonda, illuminante e coinvolgente raccolta di tematiche, esempi e pensieri sugli animali, sull’uomo e sulla relazione tra loro. Molto più che un abbecedario zoofilo, il lavoro inizia con la voce struggente di Abbandono e si chiude con quella un po’ datata ma rassicurante di Zoofilo, quasi a delineare un percorso di speranza. Fin dall’inizio, è chiara la scelta dell’autore.
Ogni voce parte da una testimonianza di un artista, uno scrittore, un osservatore. Voci che esprimono pensieri, sentimenti, sensazioni e intuizioni (la presenza di Jung si fa sentire). L’autore entra in un dettaglio esemplificativo ma non solo. C’è l’esperienza di una vita, la grande sensibilità, l’interesse autentico a trasmettere un patrimonio di conoscenze e a indirizzare il lettore verso un pensiero più profondo, una conoscenza più ampia, un sentire condiviso.
Voce dopo voce si alternano grandi temi e grandi scenari: dalle minacce di estinzione alla crudeltà della caccia – ma che struggenti le testimonianze dei cacciatori pentiti! – fino alle modalità di rapporto con gli animali in ambiente urbano. Sono raccontate le grandi Associazioni – l’ENPA per prima – e le piccole esperienze del vivere quotidiano (viaggi, regole di convivenza) e vengono fornite al lettore appendici normative e modulistica di reale utilità. Non mancano neanche spunti divertenti come quello che riguarda la zanzara-tigre.
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Processo agli scorpioni: oltre i tabù di guerra
C’è stato un periodo, tra il 2003 e il 2005, in cui sono andata diverse volte a Belgrado. Lavoravo alla realizzazione di un documentario sull’infanzia disagiata in Serbia e in qualità di aiuto regista mi capitava spesso di uscire con una parte della troupe per andare a filmare contenuti considerati a corollario di quelli principali. Tante le interviste fatte in quel periodo: a giornalisti e tassisti, ad attori e fornai, a psicoterapeuti e guardiaparchi, a dirigenti scolastici e operai. E una conferma: negli anni dei conflitti nei Balcani, della frammentazione nazionale, dei massacri, dei bombardamenti e delle missioni militari internazionali, le Serbie erano due. Da un lato, quella del regime di Milosevic, dei paramilitari, delle auto che comparivano per portare via qualcuno; dall’altro, quella di una popolazione silenziosa e spesso dissidente, che in quelle auto rischiava di finirci, se avesse protestato apertamente, e che aveva resistito alla guerra senza odiare e senza uccidere.
Jasmina Tesanovic è un’apolide culturale, non appartiene a nessuno di questi due paesi: si è battuta sempre contro i crimini commessi nello scorso decennio e non ha accettato di stare zitta. Ha parlato. Ha scritto. Ha diffuso, soprattutto via Internet. Allora e oggi. E così facendo ci ha consentito di gettare uno sguardo su queste due Serbie, da molteplici punti di vista. Il lavoro instancabile dell’autrice ci permette di vedere la barbarie che, ancora una volta nella storia, si voleva far passare come normale e frutto di una catena di comando alla cui cima non si arriva mai. Ci fa intuire che gerarchi e politici, smessi i panni dei carnefici, oggi occhieggiano a un vizio forse meno brutale, ma politicamente letale per un paese in ricostruzione, la corruzione, e di certo minimizzano le responsabilità (morali e materiali) derivanti dai conflitti balcanici. E, soprattutto, ci fa guardare tra la gente: tra le vittime e i loro familiari in primis, ma anche nelle maglie di vite comuni che assistono, dal basso della loro quotidianità, a scontri postbellici. Scontri talvolta freddi, come sanno essere alcune diatribe politiche, e in non pochi casi caldissimi, come accade quando si calpestano i diritti di chi ha già scontato sulla propria pelle la brutalità militare e paramilitare.
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Il ladro di biciclette e l’impostore
Questa esclamazione fu sputata sul pubblico che il 10 dicembre 1896 assiepava a Parigi il Nuovo Teatro di rue Blanche, per assistere alla prima dell’Ubu Re di Alfred Jarry: urla, fischi, scazzottate, ma anche applausi e lancio di fiori. Tra il pubblico personaggi di spicco: Mallarmé, Paul Léautaud e Jules Renard, che la sera stessa, nel suo Diario, scrisse come al grido di «merdre!» qualcuno in sala avesse urlato «mangre!», cioè un «mangia!» deformato. Ma lo scandalo che la prima battuta produsse nel pubblico stabilì quel successo che dura da più d’un secolo.
Vuoi per lo scandalo, vuoi per il clamore mondano, l’opera diede a Jarry una fama inattesa e lo rese immortale. La critica ne fu entusiasta: cosa succedeva sulla scena? chi la calcava? Un misto di Pulcinella e Gargantua, uno sfogo libero e anarchico, senza limite, una provocazione, un calcio nel sedere vellutato dei commediografi d’accademia. Ma Ubu non era invenzione di Jarry, come invece lo fu il caricaturale dottor Faustroll, creatura patafisica generata nel 1898.
Al Liceo di Rennes c’era un professore di fisica – tale Hébert – privo di ogni autorità, ometto grottesco ridotto a zimbello degli studenti, che da generazioni lo prendevano in giro. Lo chiamavano Père Heb, ma anche Eb, Ébé, Ébon, Ébance, Ébouille. Attorno alla figura di quell’ometto circolavano fantastiche avventure: era l’eroe – col nome di Padre P. H. – di una caleidoscopica chanson de geste liceale, tra i cui tanti episodi ce n’era uno scritto nel 1885 da un gruppetto di studenti guidati dal veterano Charles Morin: s’intitolava I polacchi.
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Qui muore Puccini: il finale perduto di Turandot
“Avete guardato bene là sotto?”.
“Dove, maresciallo?”.
“Là, sotto quei falaschi. Mi sembra di vedere qualcosa. Aspettate”.
Il sottufficiale dei carabinieri prese il remo che aveva appoggiato sul fondo del barchino e diede due o tre colpi vigorosi nell’acqua docile del lago, facendo avanzare l’imbarcazione verso il fitto canneto della sponda.
“Ecco, brigadiere, adesso la vedete? Lì, sotto quelle canne”.
“No, non vedo ancora niente”.
“Quella cosa sul greto, guardate bene”.
“Mi dispiace, maresciallo. È solo terra smossa. Forse una tana di nutrie. Adesso possiamo tornare indietro? Si sta facendo buio. Qui non c’è niente, maresciallo. Niente. Credetemi. Anche stasera cerchiamo inutilmente”.
Il maresciallo non disse nulla. Trafisse di nuovo l’acqua col remo, facendo guadagnare alla barca la rotta verso il centro del lago per puntare poi alla riva, dalla quale erano partiti qualche ora prima.
Intorno a loro il silenzio era completo. Ogni tanto, di fondo all’orizzonte già nero, la luce di un lampione si accendeva in lontananza, vagando di monte in monte, mentre nel cielo le prime stelle, scintillando, iniziavano il loro giro eterno.
I due remavano entrambi, ora. Il brigadiere a prua, il superiore a poppa. Arrivati al centro del lago, il maresciallo smise però improvvisamente di pagaiare. Si passò una mano sui baffi ben curati, guardò il cielo. Poi, con la stessa mano, si tolse lentamente il berretto, lo poggiò con cautela da una parte e, senza ragioni apparenti, si sdraiò sul fondo del barchino, appoggiando la testa sulle mani incrociate ad arco, i gomiti alti. Come fanno i sognatori sui prati, i bambini quando si fanno raccontare una novella dalla nonna. Il brigadiere che stava a prua vide il superiore compiere quel gesto anomalo, ma non disse niente.
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Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 5
Tatti, 21 maggio 1922. Seguendo il carabiniere Mauri È già pomeriggio quando il brigadiere dei carabinieri Domenico Mauri esce dalla caserma di Tatti per assicurarsi che tutto vada per il meglio nella piccola frazione. È un po’ preoccupato, perché da qualche anno non c’è più pace. Il paese è pieno di sovversivi: ci sono i socialisti, gli anarchici, da un po’ anche i comunisti. Fra di loro non vanno d’accordo, ma contro il clero e le forze dell’ordine l’intesa la trovano. Sì, gli ultimi anni, quelli successivi alla guerra, sono stati troppo difficili per chi, come il brigadiere Mauri, difende le istituzioni in cambio di un tozzo di pane. Gli animi si sono eccitati, i braccianti, che una volta avevano la forza a malapena per lavorare, ora leggono i giornali, parlano di espropriare i latifondisti, mentre le armi passano di mano in mano e le denunce si accumulano sui tavoli dei magistrati.
In una situazione del genere non è facile, per un brigadiere della regia arma dei carabinieri, fare il proprio dovere. Stendere un verbale, archiviare una denuncia, testimoniare ad un processo: la fatica è poca. Ma andare ad arrestare un sovversivo nella sede della lega dei minatori o al caffè degli anarchici, questo è un altro paio di maniche. Lo sa bene anche il maresciallo di Tatti, che qualche forsennato ha tentato di accoppare lanciandogli contro un macigno. Però qualcosa sta cambiando, anche perché i sovversivi non sono riusciti a dare il colpo di grazia alle istituzioni.Tanti socialisti in fondo volevano governare, più che abbattere le istituzioni. I capi dei sindacati si sono tirati indietro, gli occupanti delle fabbriche e dei campi hanno colto l’esitazione dei leader e hanno perso sicurezza, e la fiammata rivoluzionaria si è spenta nel breve volgere di qualche settimana.
La percezione che contro i rivoluzionari stia per muoversi qualcosa di decisivo è forte. Già tra gli altri commilitoni c’è chi è più baldanzoso. Ci sono questi fascisti, certo sono degli scalmanati, degli esagitati, però odiano i sovversivi e amano le gerarchie e le divise. Basti pensare che sono fedeli alle istituzioni monarchiche. Sono stati loro, meno di un anno fa, ad assestare un duro colpo ai sovversivi di Grosseto. Usano metodi spicci, certo, ma il risultato è innegabile. Gli ordini dall’alto sono chiari: assecondarli, come minimo chiudere un occhio, favorirli se è possibile. Avvolto in tali considerazioni il brigadiere Mauri si avvicina al caffè del Martelli.
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Libri più venduti: che classifiche strane
Di differenze e discrepanze fra le “classifiche” dei libri più venduti in Italia, pubblicate un po’ da tutti i giornali e le agenzie di stampa, se ne registrano continuamente. Ed è anche comprensibile. Non siamo di fronte ad una scienza esatta. Divergono i metodi e gli strumenti di rilevazione. E poi – perché chiudere gli occhi di fronte alla realtà? – i rapporti (e le capacità promozionali) di una singola casa editrice con una singola testata non sono, non possono essere esattamente sovrapponibili a quelle di altre case editrici con quella o con altre testate.
Ma il confronto fra la classifica pubblicata sabato 10 gennaio 2009 su Repubblica (”a cura di Eurisko e Informazioni Editoriali”) e quella pubblicata il giorno dopo dal Corriere della Sera (”elaborazione a cura di Demoskopea”) – stiamo parlando dei due più importanti, autorevoli e diffusi quotidiani italiani (complessivamente più di un milione di copie vendute ogni giorno, con vantati 5/6 milioni di lettori e un’oggettiva, formidabile capacità di formare opinione e indurre in acquisti, specie se “culturali”) – riserva, fra le altre, una discrepanza dalle dimensioni veramente incomprensibile.
Per la verità, sabato era apparsa a dir poco sorprendente, di suo, la classifica di Repubblica. Non solo le prime quattro posizioni della “narrativa straniera” ma anche le prime quattro della “top ten” (i più venduti in assoluto) risultavano detenute da una sola autrice: l’americana Stephenie Meyer. Certamente nota, certamente “di culto”, come si usa dire, grazie alle avventure e alle vicende d’amore fra Isabella Swan e il vampiro Edward Cullen, tutte ambientate in una piccola città dello stato di Washington. Indubbiamente si avvarrà di un passaparola straordinario.
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Srebrenica, l’abbandono dei princìpi dell’ordine internazionale
Sarebbe bello se ogni catastrofe si annunciasse tra fiamme e squilli di tromba, con i segni distintivi dell’eccezionalità e dell’unicità. Ma non è così. Quando arriva, la catastrofe, di solito si insinua senza farsi notare fra le pieghe della vita quotidiana, fra un battibecco sull’adeguatezza o meno degli abiti che indossi e il disagio per una battuta infelice pronunciata da una persona nella quale avevi fiducia. Così è la guerra: una cosa che scoppia mentre vai al mercato, mentre pensi a un datore di lavoro insensibile o a una frase memorabile da dire a un partner in amore, una cosa che cambierà la tua vita, l’idea stessa che hai di te stesso, i concetti fondamentali su cui hai basato la tua esistenza: cittadinanza, diritti o cose più assurde come “Europa” o “Giustizia”, cambierà magari anche la geografia, le mappe del tuo continente, cancellerà città e vite umane, ma intanto si annuncia mimetizzata in un groviglio di eventi quotidiani e banali da cui è difficile distinguerla. Eppure in quel momento inavvertito è segnato un punto di non ritorno per un’intera civiltà.
Qui si parla, se non della catastrofe, certamente di un infelice punto di non ritorno per le illusioni maturate negli anni scorsi sulla giustizia e sul diritto internazionale. Certo, antefatti significativi non ne sono mancati: probabilmente il più evidente fu il fallimento della commissione di indagine sui crimini di guerra delle Nazioni Unite presieduta da Tadeusz Mazowiecki negli anni, cruciali per l’Europa, della guerra di Bosnia.
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