“Numeri” alla fiera “Più libri Più Liberi”

Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De RosaStampa Alternativa sarà presente con uno stand alla fiera della piccola e media editoria Più libri Più Liberi di Roma. Inoltre, il prossimo 7 dicembre, a partire dalle 12, presso il Palazzo dei Congressi (Sala Rubino) verrà presentato il libro Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto e Margot De Rosa con prefazione di Stefano Bartezzaghi. A parlarne (ma a giocare anche) ci saranno Dario De Toffoli ed Ennio Peres introdotti da Monica Mariotti, responsabile dell’ufficio stampa di Stampa Alternativa.

Perché partecipare e leggere questo libro? Perché Numeri non è il solito libro di matematica ricreativa. Piuttosto è un incrocio fra un testo divulgativo e uno di giochi matematici, incentrato sui numeri, ma che li interpreta con gli originali e ludici occhi degli autori. Si comincia con le “divagazioni”, osservazioni, curiosità e interpretazioni sul mondo dei numeri. Si passa con leggerezza dagli insiemi numerici ai misteri dell’infinito (o degli infiniti), da Lost alla “prova del 9” che tutti conoscono ma di cui pochi comprendono il funzionamento. Si prosegue con un’ampia sezione dedicata al “calcolo mentale”, disciplina pressoché sconosciuta in Italia, grazie alla quale i lettori potranno scoprire i piaceri del calcolo, tecniche e scorciatoie per eseguire facilmente operazioni prima ritenute impossibili.

Per concludere tanti giochi da risolvere dei più vari livelli di difficoltà, accomunati dal tema centrale, i numeri: dal Kakuro al Contiamo, dal Crucifreccia al terribile Sukuro. Un viaggio alla scoperta del mondo dei numeri, esplorato dalle più disparate angolazioni: la storia affascinante, le curiosità più interessanti e divertenti, le tecniche con le quali tutti riusciranno a fare complessi calcoli completamente a mente e soprattutto una ricchissima antologia di giochi che hanno per protagonisti i numeri. Una metà del testo sarà dunque “da leggere” e l’altra metà “da risolvere”.
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Quando avremo finito tutti potranno toccare la volta del cielo

Storie della tua vita di Ted ChiangL’intera città era in festa. Era cominciata otto giorni prima, quando erano partiti gli ultimi mattoni, e sarebbe durata altri due giorni. Ogni giorno e ogni notte la città gioiva, danzava, banchettava. Assieme agli operai delle fornaci c’erano i carrettieri, le cui gambe erano fasci di muscoli per aver scalato la torre. Ogni mattina una squadra cominciava la sua ascesa; saliva per quattro giorni, trasferiva il suo carico alla squadra successiva e il quinto giorno riscendeva nella città con i carretti vuoti. Una catena di queste squadre arrivava fino alla cima della torre, ma solo quella più in basso festeggiava con la città. Per quelli che vivevano sulla torre erano stati mandati su abbastanza vino e cibo, in tempo perché la festa potesse estendersi all’intero pilastro. A sera Hillalum e gli altri minatori elamiti sedevano su sgabelli di terracotta davanti a un lungo tavolo carico di cibo, uno dei tanti collocati nella piazza della città. I minatori parlavano con i carrettieri chiedendo della torre. Nanni disse:
Storie della tua vita di Ted Chiang“Qualcuno mi ha raccontato che i muratori in cima alla torre piangono e si strappano i capelli quando un mattone viene lasciato cadere, perché ci vogliono quattro mesi per rimpiazzarlo, ma nessuno si dà pensiero se un uomo cade e muore. È vero?”
Uno dei carrettieri più ciarlieri, Lugatum, scosse la testa.
“Oh no, è solo una storia. C’è una carovana di mattoni che vanno sulla torre; migliaia di mattoni raggiungono la cima ogni giorno. La perdita di un solo mattone non significa nulla per i muratori”.
E sporgendosi verso di loro: “Tuttavia c’è qualcosa che essi valutano più della vita di un uomo: una cazzuola”.
“Perché una cazzuola?”
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Verrai a Mumbai?

Terror strikes again - Foto di Stuti SakhalkarSono a Bangalore, nel Karnataka meridionale, a 24 ore di treno da Mumbai, che in India sono poche. Mi trovo in un ristorante con alcuni mumbaiti, in una sera d’un inverno tropicale che assomiglia a un giugno italiano. Le mie dita sprofondano nel thali, un piatto locale servito su una foglia di banano. A tavola dicono che devo venire presto a Mumbai, rispondo si vedrà. Per tornare in albergo divido il risciò con Maya, una ragazza indiana. Per strada, mentre l’autista centra tutte le buche col suo apino giallo e nero, lei continua a parlarmi di Mumbai, dove fa più caldo che a Bangalore e la vita notturna per fortuna non finisce alle 23. Si vedrà. L’India è grande e non si può girarla tutta, e io non amo le metropoli. Chissà, forse ci passerò.

Sulla strada verso l’albergo l’autista prende una scorciatoia che attraversa una zona derelitta della città. Da un lato stamberghe in lamiera e mattoni fuori piombo, dall’altra un campo pieno di detriti. Ovunque sacchi di spazzatura aperti da branchi di cani randagi, qualche sandalo, e le pozze di un ciclone che ha lavato la polvere d’un autunno secco. Maya non parla più, mi chiede solo di tanto in tanto se questa è la strada giusta. Le dico di sì, ma la sua paranoia, alimentata dal misero spettacolo illuminato dai fanali del risciò, contagia anche me. Quando il driver svolta nella strada congestionata che porta all’albergo, tiro paradossalmente un sospiro di sollievo. Colpa di Maya: una strada che ho già percorso di notte una dozzina di volte mi ha fatto per una volta davvero paura. La paranoia crea la paura e la alimenta, in un gioco di specchi. Forse, a forza di pensarci, davvero questa strada diventerà pericolosa. Per Maya lo è di già, e infatti mi dice che non vede l’ora di tornare a Mumbai, dove le strade sono meno buie.
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Alice in manicomio: il tempo della riappropriazione di sé / 2

Alice in manicomio di Antonin ArtaudFerdière, parallelamente ai temuti elettroshock, adotta una terapia che poggia sull’arte, sulla letteratura, per tentare di ricostruire la personalità frammentata e scomposta di Artaud, terapia che prevede l’azione congiunta e complementare della lettera e della traduzione per consentire al paziente un’apertura progressiva del proprio io, spalancando contemporaneamente la possibilità di nuovi orizzonti espressivi. Nell’intuizione del dottor Ferdière la traduzione, che è al tempo stesso conservazione di una memoria ed anche traslazione di un oggetto in un differente contesto, consentirà, grazie allo speculum, al riflesso, che concede di illuminare aspetti meno evidenti della propria personalità, un’apertura verso “l’altro” mediata e meno coinvolgente dal punto di vista personale.

Così le lettere e le traduzioni e poi i disegni diverranno il terreno protetto su cui permettere il confronto con l’alterità, attutendo in parte gli inevitabili attriti e la loro degenerazione. In Artaud la causa scatenante di questo dissidio interpersonale ha una radice facilmente individuabile e si riassume nel breve ma aspro scambio di lettere che egli ebbe con Jacques Rivière, direttore di La Nouvelle Revue Française. Tra il 1° maggio e l’8 giugno 1924 questo contrasto, nato dal rifiuto di Rivière di pubblicare sulla sua rivista alcune poesie di Artaud, si delineò in tutta la sua compiutezza.

La posizione di Artaud assunse immediatamente un rilievo ontologico, ne investì la sfera esistenziale portandolo ad eleggersi visionario difensore di tutti gli esclusi, di tutti coloro che ravvisavano nella negazione e nel rifiuto i loro quotidiani compagni di viaggio. Da quel momento iniziò a germogliare in lui la volontà di inventare e utilizzare una forma di linguaggio che potesse venir compreso anche dagli analfabeti, che non dovesse essere mediato attraverso il filtro di una cultura addomesticata, un linguaggio capace di oltrepassare gli schemi della logica. Strada che non poteva non sfociare nell’illogica dialettica del delirio, della visione contrappuntata dalla glossolalia, dalla formula magica, dal suono capace di ricordare all’uomo il mistero della propria origine ed evocare insieme una diversa modalità di conoscenza.
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Wallmapu. La compagnia mineraria di Benetton alla ricerca dell’oro a San Juan

United Business of BenettonOrmai è chiaro che le pecore di Benetton in Patagonia sono solo una copertura, una coperta di lana per tenere in caldo ciò che sta sotto la superficie del terreno: metalli preziosi, petrolio, acqua. Sono questi i reali interessi dell’imprenditore trevigiano “eco-insostenibile” nell’estremo sud del mondo a cui sembra che tutto appartenga sopra e sotto la superficie della terra che ha sottratto ai Mapuche e che vorrebbe richiusi nel suo museo di Leleque, dietro a vetri spessi che non lascino passare il loro grido di protesta. Lo scontro ancora in atto tra i Mapuche della Patagonia argentina e Benetton è ampiamente trattato nel recente libro di Pericle Camuffo United Business of Benetton. Sviluppo insostenibile dal Veneto alla Patagonia.

United Business of BenettonLa compagnia mineraria Minera Sud Argentina, con il pacchetto di maggioranza delle azioni posseduto da Luciano Benetton, il magnate italiano fabbricante di vestiti ed uno dei più grandi latifondisti dell’Argentina, è sbarcata per la prima volta nella provincia di San Juan per esplorare l’oro nella Cordigliera di Igliesias.

Il segretario delle attività minerarie della provincia, Felipe Saavedra, ha informato che questa settimana si è riunito con Carlos Massa, gestore generale della compagnia, il quale gli ha comunicato che l’impresa ha iniziato ad esplorare il progetto Brechas Vaca, sito nel dipartimento di Iglesia. La zona è stata catalogata come luogo ad “alto potenziale minerario” da parte della compagnia.
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Uscita didattica a San Siro

Festa a San Siro - Foto di Oscar Federico BodiniL’istruzione ha gli stessi inconvenienti dell’amore. Si crede di sapere cos’è e poi, alla prova dei fatti, eccola in pericolo, e nessuno riesce a mettersi d’accordo sul significato di questa parola. Una mattina, una collega di lettere (di ruolo), bloccandomi per il corridoio della scuola superiore per la quale lavoro (da precario), con un tono indignato mi disse:

Professore, portare la prima B a vedere lo stadio di San Siro è una cosa inutile, i ragazzi perdono ore preziose di lezioni e poi bisognerebbe scoraggiare l’entusiasmo che si crea intorno al calcio.

Personalmente del calcio non me ne può fregare di meno. Tuttavia ho difeso l’iniziativa, appoggiandomi alle nozioni di psicologia e sociologia moderna di mia conoscenza, che sostengono e provano il contrario (come momento alternativo e acquisizioni di nuove realtà). Eppure, adesso, passata la giornata didattica, mi sentirei “quasi” di darle ragione. Facciamo un po’ di conti.

L’iniziativa patrocinata dal comune di Milano e dalle società calcistiche Inter e Milan è costata ad ogni famiglia, per ogni singolo studente, (tra biglietti di andata e ritorno delle ferrovie Nord - dato che molte scuole si trovano in provincia - ticket tram, biglietto d’ingresso, panino al chioschetto dello stadio), la bellezza di venti euro (in una famiglia con più figli la cifra raddoppia o triplica). Si sa, i mezzi pubblici e i panini allo stadio costano. Ma far pagare a uno studente sette euro per vedere uno stadio vuoto è una vera e propria truffa.
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