Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 2
Canterò l’armi e gli eroi, il sangue e il respiro grosso, la rabbia e l’ira funesta, le corse tra i lecceti gli scopeti i castagneti e i boschetti idrofili, col cuore in gola e una mano sulle palle, coi piedi gonfi dal freddo e le narici piene di tabacco… vi dirò di carbonai dal fiato mefitico, di carbonai che mangiano leccio e cacano carbonella, di carbonai meno esistenzialisti di quelli di Cassola, carbonai che tagliano il bosco a cottimate di bestemmie mentre il mulaio smacchia salmodiando sulla virtù della moglie del Granduca Leopoldo di Lorena, secondo di questo nome, che notoriamente se la faceva col Papa.
Continuerò con storie di butteri pelati, i nobili butteri col culo a scafarda che anche Tozzi se li figura coi fucili spianati contro i braccianti che occupano i campi, i butteri della domenica, i butteri coi coglioni appallinati alla sella, vi dirò di Canapone che mangiava i crauti e pavlava tedevsco e faceva ridere tutta Firenze, dalle mura al bargello, e solo a Grosseto la città dedicò a perpetua memoria e sollazzo dei piccioni un orrido marmo. E come non citare quel bucaiolo d’un gesuita, lo Ximenes, con una vocazione da idraulico fallito che mise rubinetti per tutti i paduli, i paduletti, le gore, le polle, gli stagni, le maremme, le chiare e fresche dolci acque in cui mi sono bagnato sin da fanciullo.
Tutto questo potrei dirvi, e altro ancora: l’opera nazionale, la quercia di Garibaldi, il salto della Pia e quello della maiala di Manciano (quando tutto il paese si raduna col bischero in mano, celebrando un rito silvopastorale); e ancora vi direi dei nostri padri etruschi e dello stato dei Presídi (che spostando l’accento diventa una dittatura di professori dalle tendenze burocratiche), del fascista Balbo che purtroppo non annegò a Punta Ala, oltre lo scoglio della Troia, e pensare che quell’altra troia, (da non confondersi con la bella di Marsilia), quella che opera nei pressi dei cipressi di Bolgheri, d’alti e schietti non vede altro che i bischeri dei propri clienti. Potrei dirvi di Guidoriccio da Fogliano all’assedio del castello di Montemassi, che s’incazza come un turco al pensiero di Cecco Angiolieri, mentre i turchi, quelli veri, insegnano al beato di Boccheggiano le beatitudini dell’ano. Che altro ancora? Vi dirò di transumanti e migranti, di occhi gialli e buzzi verdi, di malaria e fegato grosso, di chinino e acque cotte, di stagionanti svernanti cottimanti rampicanti pensionanti e militanti a cottimo a minuto a dettaglio e a tanto all’ora.Tutto questo potrei dirvi, ed altro ancora… Ma mi fermo, per ora, al nome di Marchettini Domenico, detto “il ricciolo”.
Archivio centrale di Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari generali e riservati, Casellario Politico Centrale, Marchettini Domenico di Luigi: statura media - corporatura tarchiata - fronte alta - baffi spioventi - capelli neri - adiposità molta - espressione fisionomica truce - barba rasa.
E poi un particolare che la dice lunga sulla sua confidenza con certe attività non propriamente legali:”talvolta si trucca con lunga barba finta”.Nel fascicolo del Marchettini,tra tante carte di polizia,è presente anche una fotografia che lo ritrae:forse una foto segnaletica,forse l’ingrandimento di una fotografia acquisita durante una perquisizione e ingrandita dalla scuola di polizia scientifica.Per quanto sbiadita,l’”espressione fisionomica truce” emerge con una evidenza beffarda. Sempre dal suo fascicolo personale apprendo altre notizie biografiche. Domenico Marchettini è nato a Tatti, una frazione di Massa Marittima, il 28 febbraio del 1886. È soprannominato “il ricciolo”. Gli uomini della prefettura di Grosseto ne tratteggiano un ritratto non proprio idilliaco.
Ha intelligenza comune e nessun grado di cultura. È scarsamente educato e di carattere violento; in famiglia però si comportava bene. Con le Autorità si dimostrava indifferente. Lavorava con assiduità. In pubblico non godeva stima, ma era temuto. In questa giurisdizione manifestava idee sovversive ed era elemento acceso nelle sue ideologie ed accanitamente contrario al Regime. Non collaborava a giornali né a riviste sovversive e non era abbonato a giornali o pubblicazioni di tale natura. Non riceveva corrispondenza sovversiva dall’estero. Non era capace di dirigere riunioni né di svolgere lavori organizzativi. Riservomi trasmettere, appena possibile copia di una di lui fotografia.
Il prefetto raccoglie la sua bella dichiarazione e se ne torna al podere, aspettando fiducioso la convocazione per il giorno del processo. Ha parlato con un avvocato, uno che di timbri se ne intende, e questo glielo ha detto chiaro e tondo: reato contro la persona, violenza aggravata, roba da farsi le seghe in carcere per anni.Tranquillo, il Marchettini è fregato, non potrà più nuocerti. I giudici del re hanno in mano la faccenda. Passa qualche mese e il Marchettini viene a sapere che si aprirà, per l’aggressione di Potassa, un processo contro di lui. La cosa è ovvia, eppure il Marchettini se la prende. Con candore avrà pensato che in fondo al Donati gli ha dato solo qualche coltellata, e poi non è nemmeno morto. E poi denunciarlo, suvvia, sono cose gravi. Più ci pensa e più comincia a farsi l’idea che il Donati, denunciandolo, gli ha fatto quasi un torto. E così, per sistemare le cose, decide di presentarsi alla sua vittima, e chiedere spiegazioni.
Si può conoscere un uomo dalle carte di polizia? Il ricciolo sembra sorridermi attraverso la foto, ma forse sta solo pensando quanti calci nel culo dare al fotografo dei reali carabinieri che calcola l’esposizione giusta per immortalare l’ennesimo delinquente. Quanta luce riflette la pellaccia del Marchettini? Donati, scampato alla furia del ricciolo, medicate le proprie ferite, va a sporgere denuncia alle autorità. Forte del peso di secoli di diritto pubblico privato e amministrativo firma la lettera:
Ill.mo Sig. Pretore del Mandamento di Giuncarico (Grosseto)
Io sottoscritto Lattanzio Donati fu Francesco da Gavorrano espongo alla S.V. Ill.ma quanto appresso: Marchettini Domenico, che tentò di uccidermi il 13 luglio decorso come da istruttoria pendente presso codesta Regia Prefettura, avendo saputo che si sta istruendo il processo a suo carico per il fatto di cui sopra, ha fatto ritorno al Gabriellaccio e ieri sera mi chiamò a distanza di circa 80 metri pretendendo che mi avvicinassi a lui…
È la sera del 16 maggio del 1922 quando il Marchettini desideroso di un chiarimento? - si ripresenta nei pressi del Gabriellaccio, a Potassa. Vede da lontano il Donati, gli fa cenno di avvicinarsi. Il fattore fugge verso il suo podere, distante poche centinaia di metri, e si chiude in casa. Passa una mezz’ora, durante la quale del Marchettini non si hanno notizie. Ma nel giro di qualche minuto, il ricciolo compare di fronte a Vezio, il bestiaio della fattoria.Vezio sta staccando i buoi da un carro per condurli in stalla. “Scendi dal carro e vai via”, gli intima il Marchettini, impugnando un fucile. Nella fattoria del Donati chi può scappa. Chi rimane spranga la porta e si barrica.
Il Marchettini inizia a picchiare sulla porta con il calcio del fucile, ma il legno resiste all’assalto. Allora apre il fuoco e una dopo l’altra spacca tutte le finestre del podere. I vetri cadono all’interno, si frantumano sullo scrittoio, sul pavimento. Per il Donati è un incubo. Ogni tanto il ricciolo smette di sparare, allora impreca, minaccia, accompagna gli spari con “grida di morte”. Il ricciolo non ha furia e rimane fino alle 23 nei pressi del podere S. Francesco, alternando spari e ingiurie. Secondo la deposizione del Donati il Marchettini sarebbe entrato nella vicina abitazione di un contadino che lavorava alle dipendenze del Donati e avrebbe intimato alle donne in lacrime di cessare di piangere,”pena la morte”. Il Marchettini si trattiene un po’ e poi si dilegua nel buio, lasciando libero il Donati di uscire di casa.
… Intendo denunciare Marchettini Domenico per i fatti sopra esposti e querelarmi contro il Marchettini stesso affinché sia provveduto a norma di legge e vengano presi gli opportuni provvedimenti per garantire la mia integrità personale. Lattanzio Donati fu Francesco, possidente Gavorrano, lì 17 maggio
Da questo episodio emerge l’immagine di un uomo violento, sanguigno, imprudente, agitato da forti passioni. Il Marchettini è un uomo incolto, fa il facchino, poi il bracciante, conduce una vita dura nella Maremma di inizio secolo. Ma non è folle e nemmeno un assassino seriale. È sempre armato, ma quando gli hanno chiesto di sparare per ordine della patria ha preferito la diserzione. È un sovversivo capace di vivere alla macchia, di scegliersi i propri complici, di accumulare reati per fatti violenti e poi scappare all’estero senza mai dare notizie di sé alle decine di spie che lavoravano per il governo italiano all’estero. Il suo conto con la giustizia non l’ha mai pagato. Ma chi è il Marchettini? L’uomo ci sfugge.
Come possono quattro scarabocchi d’un cancelliere di un tribunale darci anche solo l’idea dell’intrico di passioni, volontà, sensibilità, sangue, sudore, insofferenza, indolenza e lubricità e chissà quant’altro e il contrario di questo, in quotidiana espansione e ritrazione, che si fa persona? Ci rimane lo sguardo torvo, forse ironico di una fotografia. E nessuno è così propenso a fingere come quando si trova spianato un obiettivo fotografico. Soprattutto se il fotografo ha una banda rossa sui pantaloni neri… 1969. Impettiti e col cipiglio severo l’appuntato Peppino Mangiacavallo e il carabiniere semplice Gargiulo si presentano alle porte d’una abitazione in via Piemonte, Follonica, un centro dell’Alta Maremma distante pochi chilometri dai luoghi delle vicende del Marchettini. I due armigeri devono verificare le intenzioni d’un ultrasettantenne che da un po’ di tempo a questa parte ha iniziato ad appiccicare nella piazza del paese volantini cui gli inquirenti non lesinano il titolo di incendiari.
Pensano di cavarsela con poco. Lo sguardo autoritario e maschio, la fronte corrucciata e severa e il carattere montonino dei profili, tutto questo guarnito con un paio di più amichevoli pacche sulla schiena: ecco ciò che di solito basta a sedare in provincia ogni conflitto, depistato com’è d’uso in maniera pronta e gaia su un bel vassoio di tarallucci e vino. S’apre la porta del visitando, che compare egli stesso come anziano, ben vestito e in gamba. L’uomo appare contrariato. Gli uomini della benemerita provano a farsi dare la mano, ma è opra vana,‘che l’uomo, incredibile visu, non la raccoglie.Al che l’appuntato Mangiacavallo pone l’interrogativa:”Umberto Lanciotti, è lei?” L’uomo annuisce. “Bene. Giovanotto! Dovrebbe presentarsi in caserma per una chiacchierata informale su quella bacheca in via Roma. Viene da sé o la portiamo ai sensi di legge?”
La calma dell’uomo è rotta da un fremito. Il vecchio dice che lui non va da nessuna parte. Addirittura si mette, alla maniera dei grossi capri, testa a testa con l’appuntato, che si fa tetragono alla reazione rabbiosa. I carabinieri sono sorpresi. Per quest’uomo la divisa dei miliziani è come lo straccio rosso per il toro. Ma chi è Umberto Lanciotti? E perché un pezzo di stoffa militare lo fa così aggressivo? A volte bussano alla porta. Chiedono di parlare con lui, vogliono sapere cosa accadde a Buenos Aires. A volte sono ragazzi del posto. Altre volte sono carabinieri. È passato anche un giornalista argentino, chiedeva ricordi su Severino Di Giovanni per scrivere un libro. Adesso i pensieri di Umberto corrono sull’Atlantico: svaniscono i colli di Spagna, sfiorano una baia profonda e toccano, senza svegliarla, una città addormentata.
Proseguono tra il cigolio delle catene e il fervore dei marinai, con solo il mare all’orizzonte. Frustati dai venti, i pensieri di Umberto solcano veloci le onde, ed ecco: una linea lontana, bianca di dune. Il mare si fa giallo: Buenos Aires, la città si apre, un quartiere popolato di voci e di stracci ad asciugare al sole. Una bettola, una trattoria italiana in via Pedro Goyena. Umberto Lanciotti ha circa 35 anni, è a cena con alcuni amici. Gli altri si chiamano Emilio Uriondo, Josè Lopez Dupierrez e Fernando Malvicini. Si fa fiesta: due giorni prima hanno svaligiato la cassa della compagnia di Omnibus “La Central” e si sono portati via più di 17 mila pesos. E senza colpo ferire: solo all’esterno, l’uomo che faceva il palo, Severino Di Giovanni, ha scatenato un concerto pirotecnico di confetti al piombo, a scopo euforistico-bordellare e anche intimidatorio dei sopravvenienti birri. I tizi al tavolo mangiano di gusto, perché mettere in repentaglio la propria libertà mette una fame del diavolo. Malvicini è seduto con la faccia rivolta verso la porta: d’un tratto cambia espressione, posa la forchetta e agguanta il pistolone.
La polizia argentina ha fatto irruzione. Malvicini è lesto a scappare, ma per Umberto e gli altri non c’è più niente da fare, vengono ammanettati e portati in caserma. I ricordi si spezzano, Umberto è di nuovo a casa sua, a Follonica, nel 1969. Sente ancora male alle ossa, quando questa scena gli torna in mente. Sente male, perché lo hanno torturato crudelmente per ore, senza cavargli di bocca una parola.
Le uscite precedenti
Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi di Alberto Prunetti
Collana Margini
104 pagine
ISBN: 88-7226-828-1
Il libro su Libera Cultura.
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