Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 1
Dietro alle persone e agli eventi descritti nelle pagine di Potassa ci sono esperienze, contatti, letture e passioni. Potassa è il frutto di scritture e di riscritture, di letture e di ore passate ad ascoltare, a rivangare storie con amici e conoscenti. Qualche anno fa lessi un libro sulla vita del bandito anarchico Severino Di Giovanni; in seguito venni a sapere che uno dei personaggi del libro era venuto a morire nel mio paese. Poi lessi un opuscolo sulle vittime comuniste dello stalinismo e mi resi conto che una di queste era nata a Tatti, in Maremma.
Tra libro e libro non ci sono altre pagine, c’è stata la voglia di vivere, di fare i conti con le stesse cose che hanno mosso i ribelli di tanti anni fa a scappare dalla Maremma. Altri amici, altre carte, altre vite: adesso ho in mano le carte degli archivi di polizia. Che farne? Prendere la silicosi negli archivi? Fare studi con notazioni bibliografiche irreprensibili? Oppure romanzare tutto, come certi narratori latino-americani, mischiare rivoluzione e romanticismo, con personaggi d’un eroico passato che proprio così lontani sono anche comodi da maneggiare? No, prendo un’altra via. Uso le fonti, senza citarle troppo per mancare di rispetto al rigore dell’archivista. Scelgo i miei personaggi, e non saranno eroi romantici ma figli di cani maremmani, ribelli ma anche violenti, duri. Niente agiografie, per favore. Intanto Potassa me lo porto dietro, fuori dalla Maremma. In Inghilterra ci sta un po’. Là penso spesso a Lanciotti, uno dei protagonisti, che a Londra aveva fatto il cameriere.Torno in Italia, ma ne riparto subito per l’Inghilterra. Con me ho un’intervista che ho fatto ad un vecchio amico del Lanciotti.
La sbobino, poi decido di “romanzare” anche l’intervista, per non passare da serio studioso di fonti orali. Anzi, decido che è il caso di inventarmene un paio di queste fonti, e scrivo delle testimonianze apocrife in vernacolo. Poi ritorno al libro di Bayer, ne leggo un altro sui desaparecidos argentini. Sono di nuovo in Italia: non si parla d’altro che delle torture dei poliziotti durante il G8 di Genova. Penso che potrei infilare nel racconto la vicenda di un torturatore argentino, un tizio che potrebbe essersi dato da fare nei primi anni ‘80, ma che per contiguità storica dovrebbe stare dentro alle vicende di Di Giovanni e Lanciotti. Mi ricordo poi di alcune lettere di un mio lontano zio, emigrato in Argentina negli anni ‘60. Le avevo ritrovate anni fa, erano scritte da un tizio malamente alfabetizzato.
Tra mille sgrammaticature metteva insieme siciliano e spagnolo per esprimere una vitalità che nessun mangiatore di libri potrebbe mai permettersi. Decido che l’analfabeta sarà il mio maestro di stile. Mi invento l’epistolario del torturatore, mi invento che l’ho trovato tra le carte di Lanciotti, non mi manderà all’inferno una bugia in più… Carte, storie, amici che si perdono altri che si trovano. Inizio a far girare Potassa di mano in mano, chi l’ha letto lo passi ad altri, un messaggio in una bottiglia. Un giorno mi chiamano per dirmi che c’è chi vuole farlo uscire in stampa. Amici che vanno, altri che vengono, storie che si intrecciano. Potassa continua oltre le righe, lontano, un punto nero si muove all’orizzonte… bestemmie, la vita di sempre.
Il termine potassa è un lemma del dizionario ristretto della chimica e indica in origine il carbonato di potassio. Notoriamente il carbonato di potassio si ottiene dalle ceneri del legno e di altre piante, oppure facendo reagire idrossido di potassio con biossido di carbonio.Tra i vari composti di potassio non si può non citare il clorato di potassio, detto clorato di potassa, un composto cristallino bianco, preparato con l’elettrolisi delle soluzioni di cloruro di potassio. È un forte agente ossidante ed è utilizzato nella fabbricazione di fiammiferi, di fuochi artificiali, e di esplosivi. Ma Potassa per me è sempre stato il nome di quelle quattro case affacciate sull’Aurelia vecchia, verso Grosseto, al piede d’un colle oramai ridotto a ceduo. 13 luglio 1921. Un pomeriggio estivo come tanti, a Potassa, stazione di Gavorrano, nella Maremma grossetana.
Un pomeriggio caldo, coi campi che cominciano a ingiallire, i contadini che bestemmiano sotto il sole, senza vento: la vita di sempre. D’un tratto un punto nero, lontano sulla linea dell’orizzonte, comincia a sollevare prima polvere, poi rumore, un fastidio che entra nelle orecchie cerose del barrocciaio Sandrini e lo disturba più dei tafani che da ore torturano le orecchie dei suoi muli. Il punto nero si fa più grande: è un autocarro. Il Sandrini scorge gli abiti neri degli individui che occupano l’automezzo: sono fascisti, si muovono da un paese all’altro dell’Alta Maremma per “bonificarla” dei tanti sovversivi che rendono la vita difficile ai signori. Giunto nei pressi della stazione di Gavorrano, nel luglio del ‘21, un autocarro occupato da una squadra di fascisti è costretto a fermarsi bruscamente. Un barrocciaio si è messo di traverso alla strada e impedisce il passo agli “italianissimi”. L’individuo si ostina, nonostante le minacce, nel suo proposito.
Ne nasce una disputa, e il barrocciaio viene ferito da un colpo di rivoltella. I fascisti liberano la strada e si rimettono in movimento. Ma c’è un uomo che tenta, invano, di inseguirli. È il cognato del barrocciaio, si chiama Domenico Marchettini. Marchettini Domenico, facchino alla stazione di Gavorrano, sovversivo di simpatie comuniste. Di solito va in giro armato. Di carattere è facilmente irritabile. Se ne sta nei pressi della stazione e assiste da lontano al ferimento del Sandrini. Il fatto che i fascisti possano permettersi di ferire un suo parente e filarsela indenni non serve a tranquillizzarlo. Probabilmente non gli va giù che i nerocamiciati siano sfuggiti ai suoi propositi vendicativi. Lascia i quattro pacchi che stava trasportando e si mette a correre dietro al veicolo degli squadristi. Ma riesce solo a mangiare la loro polvere. Rimane sudato, col cuore che gli sobbalza sul petto e sputa il sangue alle tempie. Non si è ancora calmato, bestemmia, poi si guarda intorno come fanno certi cani alla catena quando non possono aggredire lo sconosciuto. D’un tratto si accorge che non è solo.
Non molto distante c’è un proprietario terriero: è Lattanzio Donati, uno a cui il fascismo gioverà. Il Donati è seduto nell’aia del podere S. Francesco, una sua proprietà poco distante dalla stazione, e guarda una trebbiatrice al lavoro nei campi di grano.Vede il Marchettini che si dirige verso di lui, distante una trentina di metri. Il facchino ha alla cintola due grossi coltelli da macellaio e una rivoltella abbrunita. Pronuncia alcune frasi sconnesse: probabilmente è ancora scosso per il ferimento del parente. Come se tanta propaganda fascista abbia fatto corto circuito in quel cervello, blatera:”Siamo tutti fascisti; dobbiamo essere tutti fascisti”. Si avvicina al Donati, impugna nella destra un coltello e si scaglia contro di lui.Vibra un colpo verso il cuore, d’istinto questi si ritrae, il colpo lo raggiunge solo di striscio. Il ferito cade per terra e viene nuovamente raggiunto dal coltello del Marchettini. Un ex fattore del Donati vede la scena, interviene e si frappone tra l’assalitore e la vittima. Il Marchettini, secondo un verbale di polizia con le dichiarazioni della parte lesa, e cioè il Donati, minaccia anche l’ultimo arrivato: “Lasciatemi stare; levatevi di qui; altrimenti ammazzo anche voi.”
Il Donati è ancora a terra e si lamenta.Viene soccorso da altre persone accorse, che lo allontanano dal luogo dell’aggressione. Il Donati si rialza, regge l’anima coi denti ma riesce ad allontanarsi. Ha la vista appannata, con una mano cerca di tappare il sangue che sgorga dalle ferite. Di lato vede alcune ombre sbiadite. Sono delle contadine, gli urlano: “Tira via, tira via, perché il Marchettini ti vien dietro con la rivoltella.” E infatti partono alcuni colpi d’arma da fuoco, ma la mira del furioso facchino è, in questa occasione, imprecisa, e i colpi vanno a vuoto. Secondo il Donati il Marchettini si recherebbe poi al Gabriellaccio, un podere poco distante dalla stazione di Gavorrano, dove incontra un suo parente che gli consiglia di deporre le armi. Ma il Marchettini oppone un secco rifiuto, anzi, secondo le dichiarazioni del Donati (che in ogni caso era ferito e lontano dal Marchettini, e quindi la sua testimonianza è almeno sospetta in questo punto) il facchino maremmano avrebbe minacciato anche il suo parente: “Levati di costì, altrimenti come ho ammazzato il Donati, ammazzo te.” Detto questo il Marchettini riprende la sua strada e se ne torna a casa.
Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archivi di Alberto Prunetti
Collana Margini
104 pagine
ISBN: 88-7226-828-1
Il libro su Libera Cultura.
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5 commenti to “Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 1”
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Bellissimo brano, attendo le successive puntate!! Bravo Alberto!
ciao!ti ho aggiunto nel mio elenco di blog!
http://dituttosututto.blogspot.com/
Lascia un commento nella sezione “siti amici” per farmi sapere se accetti lo scambio
Scusa se “approfitto” di questo spazio, ma vorrei proporti (delle date ne parleremo con calma insieme) una presentazione-chiacchierata al Circolo Anarchico (Archivio e Centro documentazione) in via dei Conciatori 2 rosso a Firenze. Ti va? Clicca sul mio nick, si apre la home page del nostro sito. Lì ci sono tutte le info.
http://www.viadeconciatori2rosso.jimdo.com
Un caro saluto!
Ciao a tutti… vorrei rispondervi ma sono in India… lo farò al mio ritorno, il 16 gennaio
Abrazos,
Alberto