Le storie della vita di Ted Chiang

Storie della tua vita di Ted ChiangÈ risaputo che Ted Chiang è un autore veramente poco prolifico, ma per nostra fortuna se la quantità è bassa la qualità dei suoi racconti è altissima. Ora, per merito della di Stampa Alternativa & Graffiti, sigla editoriale della casa editrice Nuovi Equilibri, possiamo leggere la sua prima e per ora unica antologia che prende il titolo da un racconto in essa contenuto: Storia della tua vita (Stories of Your Life and Others, 2002).

Stories of Your Life and OthersAnche se il suo primo racconto risale al 1990 (Tower of Babylon) sino a oggi ha scritto “solo” una decina di racconti, vincendo una quantità di premi: l’ultimo, The Merchant and the Alchemist’s Gate del 2007, uscito in Italia su Robot 55, ha vinto sia il Premio Hugo che il Premio Nebula. Ogni racconto di Ted Chiang è un gioiello e con pochi, veramente pochi, racconti si è giustamente creato una solida reputazione, proponendo una fantascienza ricca di idee con personaggi reali e indimenticabili. Sulla qualità dei suoi racconti poi, l’autore ha delle idee ben precise tanto da rinunciare alla candidatura ad un premio Hugo, in quanto non riteneva il racconto, che stava avendo la “nomination” non conforme ai suoi standard qualitativi. Sino ad oggi in Italia abbiamo potuto apprezzare solo alcuni suoi racconti.

L’autore. Ted Chiang è nato nel 1967 a Port Jefferson nello Stato di New York, e si è laureato presso la Brown University. Attualmente risiede a Bellevue nei pressi di Seattle, dove lavora come scrittore tecnico per l’industria del software, e potremmo dire che per lui scrivere è solo un hobby che svolge nel tempo libero. Quasi tutti gli otto racconti di questa antologia hanno vinto premi importanti o hanno ricevuto delle nomination. Sono: Torre di Babilonia (Tower of Babylon, 1990); Capire (Understand, 1991); Divisione per zero (Division by zero, 1991); Storia della tua vita (Story of Your life, 1998); Settantadue lettere (Seventy-two letters, 2000); L’evoluzione della scienza umana (The evolution of Human Science, 2000); L’inferno è l’assenza di Dio (Hell is the absence of God, 2001); Il piacere di ciò che vedi: un documentario (Liking what you see: a documentary, 2002).

La quarta di copertina. Se gli uomini avessero costruito una torre fino al cielo? Se un farmaco incrementasse enormemente l’intelligenza? Se i fondamenti della matematica fossero arbitrari e inconsistenti? Se l’esposizione a una scrittura aliena modificasse la nostra percezione del tempo? Se una scienza del dare nomi chiamasse alla vita la materia inanimata? Se la ricerca scientifica fosse monopolio di una casta di mutanti? Se angeli di salvezza e distruzione apparissero quotidianamente per le strade? Se ci fosse modo di rimanere indifferenti alla bellezza fisica?

(Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Fantascienza lo scorso 17 dicembre.)


Storie della tua vita di Ted Chiang
Traduzione di Giovanni Lussu. Illustrazioni di Alice Tebaldi
Collana Scritture
296 pagine
ISBN: 978-88-6222-030-9

Alla scoperta della cultura libera

Creative Commons: manuale operativo di Simone AliprandiPer le fonti ufficiali sono 130 milioni le opere d’ingegno licenziate ad oggi sotto una qualsiasi licenza Creative Commons. Un successo straordinario vista la giovane età delle licenze libere inventate dal professor Lawrence Lessig (era il dicembre 2002) che con la loro “doppia C” hanno attecchito su pagine web, cd, libri o musica diffusi in tutto il mondo. Eppure non mancano doppi dubbi e luoghi comuni sul loro utilizzo. Per provare a fugarne alcuni Simone Aliprandi ha scritto una guida preziosa ad uso di videomaker, musicisti, scrittori e fotografi amatoriali e non spiegando loro cosa fare per tutelare le proprie opere, quali licenze scegliere, in base a quali obiettivi, dove pubblicarle e come. Il tutto corredato con esempi pratici che spiegano anche come districarsi nei meandri della legislazione italiana. Il libro, promosso da Arci e comune di Modena, è anche liberamente scaricabile dal sito di Stampa Alternativa (sezione Libera Cultura) e corredato di videolezioni disponibili sul sito Copyleft-Italia.
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Jack e io: una storia che non è mai finita

You'll be okay di Edie Kerouac-ParkerImmaginate di vivere con vostra madre fino all’età di 57 anni, una vita trascorsa come prigioniera della tua famiglia e dei tuoi sogni. Il denaro è sempre stato il mio centro di gravità: fatto triste, ma vero. Era mia madre a gestire i soldi, anche quando Jack Kerouac catturò la mia immaginazione, e divenne impossibile per me conciliare queste due persone. Mia madre, donna tenace, eroica, indomabile, sopravvisse a Jack per altri dieci anni e io rimasi con lei fino alla fine, proprio come Jack visse con sua madre fino alla morte.

Se potessi vivere un’altra volta, non lascerei mai Jack come feci nel 1946. Allora sentii di avere validi motivi per farlo. Quelli con cui io e Jack dividevamo l’appartamento a New York erano tutti coinvolti nel giro della droga, mentre io lavoravo a tempo pieno per poterli mantenere. Passavano le giornate immersi in conversazioni filosofiche, bevendo e ascoltando musica, e io a malapena sopravvivevo con panini spalmati di maionese. Alla fine, dovevo mangiare o essere mangiata. Oggi quelle motivazioni mi appaiono lontane, e ricordo soltanto l’amore per Jack, un amore che precedette la sua fama leggendaria. Conoscevo e amavo Jack come un uomo sensibile, stupendo, che viveva soltanto per potersi esprimere scrivendo.

Per seguire questa vocazione rinunciò a una borsa di studio alla Columbia University e al sicuro successo nello sport, garantitogli da un grande talento atletico. Da giovane non mi resi conto di tutto ciò e riuscii a capirlo soltanto leggendone i libri all’indomani della sua morte. Poco dopo la pubblicazione dell’ultimo romanzo, Vanità di Dulouz, mi telefonò per dirmi che gli avrebbe fatto piacere rivedermi. Nel frattempo, ci eravamo entrambi risposati due volte. Con la seconda moglie Jack era diventato padre di una bambina, Jan, per poi però disconoscerla. Io non potevo più avere bambini dopo l’aborto di nostro figlio nel 1942 e avevo divorziato dal mio secondo e terzo marito, sempre senza mai lasciare la casa di mia madre. Dopo la nostra separazione nel 1946, Jack continuò a vivere in qualche modo con la madre, pur essendosi sposato prima con Joan Haverty e poi con Stella Sampas, sorella del suo migliore amico, Sebastian Sampas.
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Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 2

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviCanterò l’armi e gli eroi, il sangue e il respiro grosso, la rabbia e l’ira funesta, le corse tra i lecceti gli scopeti i castagneti e i boschetti idrofili, col cuore in gola e una mano sulle palle, coi piedi gonfi dal freddo e le narici piene di tabacco… vi dirò di carbonai dal fiato mefitico, di carbonai che mangiano leccio e cacano carbonella, di carbonai meno esistenzialisti di quelli di Cassola, carbonai che tagliano il bosco a cottimate di bestemmie mentre il mulaio smacchia salmodiando sulla virtù della moglie del Granduca Leopoldo di Lorena, secondo di questo nome, che notoriamente se la faceva col Papa.

Continuerò con storie di butteri pelati, i nobili butteri col culo a scafarda che anche Tozzi se li figura coi fucili spianati contro i braccianti che occupano i campi, i butteri della domenica, i butteri coi coglioni appallinati alla sella, vi dirò di Canapone che mangiava i crauti e pavlava tedevsco e faceva ridere tutta Firenze, dalle mura al bargello, e solo a Grosseto la città dedicò a perpetua memoria e sollazzo dei piccioni un orrido marmo. E come non citare quel bucaiolo d’un gesuita, lo Ximenes, con una vocazione da idraulico fallito che mise rubinetti per tutti i paduli, i paduletti, le gore, le polle, gli stagni, le maremme, le chiare e fresche dolci acque in cui mi sono bagnato sin da fanciullo.

Tutto questo potrei dirvi, e altro ancora: l’opera nazionale, la quercia di Garibaldi, il salto della Pia e quello della maiala di Manciano (quando tutto il paese si raduna col bischero in mano, celebrando un rito silvopastorale); e ancora vi direi dei nostri padri etruschi e dello stato dei Presídi (che spostando l’accento diventa una dittatura di professori dalle tendenze burocratiche), del fascista Balbo che purtroppo non annegò a Punta Ala, oltre lo scoglio della Troia, e pensare che quell’altra troia, (da non confondersi con la bella di Marsilia), quella che opera nei pressi dei cipressi di Bolgheri, d’alti e schietti non vede altro che i bischeri dei propri clienti. Potrei dirvi di Guidoriccio da Fogliano all’assedio del castello di Montemassi, che s’incazza come un turco al pensiero di Cecco Angiolieri, mentre i turchi, quelli veri, insegnano al beato di Boccheggiano le beatitudini dell’ano. Che altro ancora? Vi dirò di transumanti e migranti, di occhi gialli e buzzi verdi, di malaria e fegato grosso, di chinino e acque cotte, di stagionanti svernanti cottimanti rampicanti pensionanti e militanti a cottimo a minuto a dettaglio e a tanto all’ora.Tutto questo potrei dirvi, ed altro ancora… Ma mi fermo, per ora, al nome di Marchettini Domenico, detto “il ricciolo”.
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La legge Basaglia è sotto attacco. Trent’anni dopo

Light of rebirth - Foto di di Jano De CesareAppiattire il dibattito sulla riforma della legge Basaglia a un gioco di proposte di legge è tuttavia riduttivo. La spinta più forte alla controriforma sembra infatti provenire dall’interno, dallo stesso mondo psichiatrico. A Montichiari, nella bassa bresciana, il direttore del Servizio psichiatrico di Diagnosi e Cura Giuseppe Fazzari presenta fiero gli esperimenti fatti con l’elettroshock sui propri pazienti. E sempre psichiatri sono i fondatori dell’Aitec (Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante), che si batte contro la «stigmatizzazione e ostracizzazione della terapia elettroconvulsivante (TEC)», una situazione, si legge sul sito dell’associazione, «che si è creata non sulla base di dati scientifici e del criterio clinico del rapporto rischi-benefici ma su pregiudizi di origine ideologica».

Per capire il senso e la forza dell’offensiva contro la legge Basaglia, bisogna allora andare alle radici «culturali» di questa svolta. «Esiste una frattura netta tra la psichiatria ideale, fatta di belle strutture per pochi pazienti, e la psichiatria reale, in cui i ricoverati incendiano le stanze e il personale è oggetto di insulti e percosse», spiega Carlo Ciccioli, l’uomo forte della nuova, destra psichiatrica. La difesa della sicurezza è la parola d’ordine dei diversi disegni di legge che puntano a modificare la legge Basaglia, rendendo più facili i ricoveri coatti dei pazienti. Anche in Francia Nicolas Sarkozy ha promesso un inasprimento della legge sui ricoveri coatti, la creazione di una lista di «malati mentali» pericolosi e una decisa riduzione della libertà dei pazienti. Il meccanismo è ormai rodato: si esacerba un fatto drammatico in cui è coinvolto un paziente mentale e poi si promettono inasprimenti delle leggi. E intanto le prigioni si riempiono di «matti» e la svolta sicuritaria è generalizzata. Foucault, in Sorvegliare e punire, scriveva:

Si imprigiona chi ruba, si imprigiona chi violenta, si imprigiona anche chi uccide. Da dove viene questa strana pratica e la singolare pretesa di rinchiudere per correggere, avanzata dai codici moderni? Forse una vecchia eredità delle segrete medievali? Una nuova tecnologia, piuttosto: la messa a punto tra il XVI e il XIX secolo, di tutto un insieme di procedure per incasellare, controllare, misurare, addestrare gli individui, per renderli docili e utili nello stesso tempo. Sorveglianza, esercizio, manovre, annotazioni, file e posti, classificazioni, esami, registrazioni. Un sistema per assoggettare i corpi, per dominare le molteplicità umane e manipolare le loro forze si era sviluppato nel corso dei secoli classici: la disciplina.

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Morte e resurrezione di una generazione

You'll be okay di Edie Kerouac-ParkerLa Seconda Guerra Mondiale fu una riga tracciata nella sabbia nel bel mezzo del ventesimo secolo. Proprio come la Prima Guerra Mondiale aveva completamente alterato ogni cosa in Europa all’inizio del secolo, dopo questa guerra anche in America tutto si fece diverso. La musica, l’arte e la letteratura subirono profondi cambiamenti, come anche la struttura sociale e politica. Queste trasformazioni portarono alla fine della segregazione razziale, alla rivoluzione sessuale e alla liberazione delle donne. Toccò a quanti diventavano adulti in quel periodo storico determinare tali cambiamenti, in maniera cosciente o incosciente che fosse. In particolare, c’era un gruppo di ragazzi che incarnava un’intera generazione di giovani frustrati, dissociati e scontenti. La loro generazione vide la bancarotta morale che si nascondeva dietro il ricorso alla bomba atomica e ciò creava un ulteriore dilemma in ciascuno di loro.

Sostenevano di essere sfiniti e depressi dalla guerra, depressi dalla moralità conservatrice del passato, e depressi dalla necessità di conformarsi agli standard di una società antiquata. Sarebbe stato Jack Kerouac a dare un nome a quella sua generazione: nacque così la “Beat Generation”. Kerouac ed Edie Parker erano indubbiamente parte di quanti condividevano il dramma di quegli eventi globali, sperimentando al contempo un’evoluzione personale ben più intima. Jack aveva la capacità di esprimersi grazie alla scrittura, ma Edie non era un’intellettuale e aveva bisogno di trovare un modo molto più personale per esprimere le proprie riflessioni interiori. Le sue memorie divennero il modo per dar voce a quei sentimenti.

Mentre Kerouac era alla ricerca di nuovi valori spirituali adatti alla sua vita, Edie Parker si faceva più immediata e sensuale. Desiderosa di esperienze dirette, per molti aspetti profetizzò quelle rivoluzioni sociali che sarebbero esplose vent’anni dopo. Per Edie, la ribellione si manifestava nella sua libertà di trarre piacere dalle relazioni personali, dal sesso, dal jazz e da una continua sensazione di eccitazione. Queste cose le bastavano, pur essendo temporanee. Per contro, la ricerca di Jack rivelava un’impronta più filosofica e diede origine a un nuovo movimento letterario che onorava quella tensione verso i valori spirituali e la sacra verità. Anche se la Beat Generation prese principalmente la forma di un club per soli uomini, gli studiosi hanno costantemente cercato il punto di vista delle donne.
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Storie di sovversivi, migranti ed erranti sottratti alla polvere / 1

Potassa: storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti alla polvere degli archiviDietro alle persone e agli eventi descritti nelle pagine di Potassa ci sono esperienze, contatti, letture e passioni. Potassa è il frutto di scritture e di riscritture, di letture e di ore passate ad ascoltare, a rivangare storie con amici e conoscenti. Qualche anno fa lessi un libro sulla vita del bandito anarchico Severino Di Giovanni; in seguito venni a sapere che uno dei personaggi del libro era venuto a morire nel mio paese. Poi lessi un opuscolo sulle vittime comuniste dello stalinismo e mi resi conto che una di queste era nata a Tatti, in Maremma.

Tra libro e libro non ci sono altre pagine, c’è stata la voglia di vivere, di fare i conti con le stesse cose che hanno mosso i ribelli di tanti anni fa a scappare dalla Maremma. Altri amici, altre carte, altre vite: adesso ho in mano le carte degli archivi di polizia. Che farne? Prendere la silicosi negli archivi? Fare studi con notazioni bibliografiche irreprensibili? Oppure romanzare tutto, come certi narratori latino-americani, mischiare rivoluzione e romanticismo, con personaggi d’un eroico passato che proprio così lontani sono anche comodi da maneggiare? No, prendo un’altra via. Uso le fonti, senza citarle troppo per mancare di rispetto al rigore dell’archivista. Scelgo i miei personaggi, e non saranno eroi romantici ma figli di cani maremmani, ribelli ma anche violenti, duri. Niente agiografie, per favore. Intanto Potassa me lo porto dietro, fuori dalla Maremma. In Inghilterra ci sta un po’. Là penso spesso a Lanciotti, uno dei protagonisti, che a Londra aveva fatto il cameriere.Torno in Italia, ma ne riparto subito per l’Inghilterra. Con me ho un’intervista che ho fatto ad un vecchio amico del Lanciotti.

La sbobino, poi decido di “romanzare” anche l’intervista, per non passare da serio studioso di fonti orali. Anzi, decido che è il caso di inventarmene un paio di queste fonti, e scrivo delle testimonianze apocrife in vernacolo. Poi ritorno al libro di Bayer, ne leggo un altro sui desaparecidos argentini. Sono di nuovo in Italia: non si parla d’altro che delle torture dei poliziotti durante il G8 di Genova. Penso che potrei infilare nel racconto la vicenda di un torturatore argentino, un tizio che potrebbe essersi dato da fare nei primi anni ‘80, ma che per contiguità storica dovrebbe stare dentro alle vicende di Di Giovanni e Lanciotti. Mi ricordo poi di alcune lettere di un mio lontano zio, emigrato in Argentina negli anni ‘60. Le avevo ritrovate anni fa, erano scritte da un tizio malamente alfabetizzato.
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Chi è il matto in questa storia?

Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta di Alice BanfiQuando Eleonora non andava a dormire, e girava troppo da una stanza all’altra» ecco il rimedio. Ogni sera, ogni maledetta sera che due infermieri l’accompagnavano a letto, lei non opponeva nessuna resistenza, diceva solo: «No, no, no, per favore. No.» Poi le legavano polsi e caviglie con delle fascette di cuoio spesse, chiuse con una chiave.» È Alice, Alice Banfi, che nel suo libro. Tanto scappo Lo stesso – Romanzo di una matta, ci racconta di quel micro mondo infernale a forma di corridoio, fatto di tante porte e, a ogni porta, una persona, un matto. Tutti, per un motivo o per l’altro, legati, mani e piedi, al letto. Negli anni ‘60, in Italia, si faceva così. Quando scendeva la notte, i manicomi si svuotavano e i lacci, le cinghiature diventavano più tese e dure.

Il libro di Alice Banfi, però, è del 2008. E non racconta l’Italia di quarant’anni fa, ma gli ospedali di Milano, oggi. Sembra che in questa città non ci si possa permettere di essere matti. C’era un’infermiera triestina che qualche volta dava i numeri, soffriva di. attacchi nervosi. Un giorno è passata per Milano e ha avuto una delle sue crisi. Si è ritrovata legata, su una barella dell’Ospedale Niguarda. Da quel giorno, evita di passare per Milano. «Per gli anziani, è ancora peggio. In Lombardia, un paziente con disagi psichici, anche acuti, quando supera i 65 anni, non ha più diritto all’assistenza psichiatrica come tutti gli altri malati, ma deve farsi curare da un geriatra. Insomma, la Regione ha deciso che se sei anziano vali meno degli altri», spiega Luigi Benevelli, psichiatra mantovano ed ex parlamentare Pci. «La situazione lombarda è disastrosa. In molti ospedali, i pazienti sono legati, le porte blindate e regnano gli psico-farmaci», aggiunge Benevelli.

Ma non è solo una storia lombarda. Nel 2006, a Cagliari, nel reparto psichiatrico di un ospedale cittadino, il Santissima Trinità, muore per un’embolia venosa, dopo essere stato legato in un letto per sette giorni, Giuseppe Casu. Il signor Casu, che di mestiere faceva il venditore ambulante a Quartu, benché senza licenza, era stato sottoposto a TSO, Trattamento sanitario obbligatorio, ovvero il ricovero coatto, perché si trovava in uno «stato di agitazione psicomotoria», aveva cioè dato in escandescenze, nel corso di un’operazione anti ambulanti delle guardie municipali. Segni dell’aria che tira?
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Diritti negati: i libri di Cristiano Morsolin e di Vanna Ugolini

Tania e le altre - Storia di una schiava bambina di Vanna UgoliniDue libri duri sui diritti violati di bambini e adolescenti, all’indomani dell’anniversario per la Dichiarazione universale dei diritti umani. Il primo, in via di pubblicazione, si intitola Il lavoro di crescere, autore Cristiano Morsolin, dell’Osservatorio Selvas e operatore di reti internazionali per la difesa dei diritti dell’infanzia e adolescenza in America Latina.

Sottotitolo: “diversi punti di vista su sfruttamento, diritti e cittadinanza per costruire una nuova cultura di protagonismo dell’infanzia e adolescenza”, il libro racconta le realtà delle adolescenti colombiane che vanno a Cali a fare le domestiche, le bande giovanili di Medellin, i bambini lavoratori di Bogotà, che si organizzano in movimento per difendere i loro diritti.

Il secondo libro si intitola Tania e le altre. Storia di una giovane schiava bambina (Editore Nuovi Equilibri), e l’ha scritto una giornalista del Messaggero, Vanna Ugolini, sul destino di una giovane schiva bambina moldava, finita in Italia per sfuggire alla miseria del suo paese e uccisa dai suoi stessi sfruttatori in Valtupina in Umbria perché non voleva più prostituirsi. Tania è simbolo, ha dichiarato l’autrice, “di una parte di umanità senza diritti né scelta né giustizia che convive ogni giorno con noi”.
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Le riserve indiane del libro

Libreria Acqua Alta - Foto di Michele ScarpaNon ci volevo entrare, perché sapevo che mi avrebbe recato soltanto tristezza. Un po’ come il vecchio cinema Sempione trasformato in profumeria, un po’ come lo scoglio d’Orlando che non c’è più, un po’ come la spiaggia di Salivoli erosa dai venti, un po’ come l’inutile porto turistico davanti al balcone di casa. Eppure l’ho fatto. Sarà perché i libri conservano un fascino antico, pure se sono da ipermercato, sarà perché non avevo niente di meglio da fare, sarà perché al cinema davano il solito film inguardabile, quello che va tanto di moda perché ne parla sempre la tivù. E allora mi sono reso conto che a Piombino abbiamo una Libreria Coop, un mostro dentro al mostro che ucciderà le piccole librerie mandate avanti da librai appassionati che scelgono con cura i libri, magari pure nei cataloghi delle case editrici minori.

La Libreria Coop di Piombino è un supermercato del libro, attento alla vendibilità del prodotto, all’effetto copertina, al grande marchio editoriale. Non mancano i best-seller esposti in primo piano, ma se cercate il piccolo editore non lo troverete, forse neppure il medio, ché di Stampa Alternativa ho visto soltanto i volumi a fumetti di Jacovitti. Una commessa della libreria sente il mio commento a voce alta e ribatte che non è vero, loro sono una libreria aperta alle piccole realtà, vogliono collaborare con i piccoli editori. Non le rispondo, visto che non mi ha riconosciuto non le dico che sono un piccolo editore e pure un modesto scrittore, ma di libri miei là dentro non ne ho visti neppure uno.
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Il racconto della vita di Frankie Edith e Jack

You'll be okay di Edie Kerouac-ParkerHo conosciuto Frankie Edith Kerouac-Parker tramite un amico comune, Garron “Muggs” Stephenson. Io e Muggs abitavamo insieme, ma dopo un anno e mezzo la casa dove stavamo fu venduta e ci dissero di sloggiare. Muggs trovò ospitalità nel seminterrato di un amico e io presi domicilio nel sedile posteriore della mia macchina. Qualche settimana dopo incontrai Muggs per la strada e mi fece il nome di una sua amica, Frankie. Pensava avrebbe potuto ospitarmi per qualche tempo e quando le telefonai, m’invitò a pranzo per il giorno stesso. All’epoca, Frankie viveva in un quartiere anonimo nella zona orientale di Detroit. Mi venne ad aprire la porta sorridendo. Indossava una lunga camicia da notte di flanella e un ampio cardigan blu, con un gattino bianco e nero appollaiato sulla spalla sinistra. «Tu devi essere Tim, l’amico di Mugger. Entra pure», disse.

Mi sentivo a disagio dato che ero lì per chiederle un favore, ma Frankie non avrebbe potuto mostrarsi più gentile. Mi precedette in cucina dove mi servì un’insalata per lo più di germogli e una zuppa di “aspraguts”, come diceva lei. Non avevo mai incontrato nessuno che le somigliasse: così spontaneamente calda e del tutto priva di pregiudizi. Rimanemmo seduti a mangiare e a chiacchierare per quasi tre ore. Alla fine le dissi che dovevo andare, scusandomi per quell’intrusione. Allora mi chiese se avessi un posto dove stare e le indicai la macchina parcheggiata davanti casa sua. «Come diamine fai a starci là dentro?», mi disse. Le risposi che andava bene così e feci per uscire. «Se vuoi stare qui, sei il benvenuto», replicò lei. Le dissi che era già stata molto gentile invitandomi a pranzo, ma lei ripeté l’offerta. «Perché non porti dentro le tue cose?», fece. Mentre tornavo con le borse, mi disse: «Puoi chiamarmi Edie. È così che mi chiamano tutti i vecchi amici». Subito, anche in un così breve lasso di tempo, scattò qualcosa fra noi, e iniziai a capire che tutto sarebbe andato per il meglio. Mettemmo le mie cose nella camera da pranzo di fianco a un vecchio divano, consunto e sdrucito, sul quale dormii per i primi due mesi, sentendomi fortunato di trovarmi lì.
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Santa Precaria: una finestra sul sud d’Italia

Santa Precaria di Raffaella R. FerréRaffaella R. Ferré è nata a Eboli nel 1983. Giornalista, scrittrice e studentessa della facoltà di Scienze della Comunicazione, vive tra Salerno e Napoli. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Toilet, Anonima Scrittori e Riaprire il fuoco. Il suo libro Santa Precaria, uscito nel giugno di quest’anno, vince la menzione al premio “Giancarlo Siani”, concorso dedicato alla memoria del giovane giornalista napoletano ucciso dalla camorra. Nella nostra intervista partiamo proprio dal suo romanzo che ha il grande pregio di aiutarci a conoscere una realtà troppe volte considerata soltanto attraverso i soliti luoghi comuni.

Il tuo romanzo Santa Precaria è una vera e propria finestra che si apre sul sud Italia. Sei contenta del ritratto che sei riuscita a darne?
Per tutto il tempo, mentre scrivevo Santa Precaria, avevo il chiodo fisso di raccontare il sud senza filtri, aderente alla realtà e lontano dagli stereotipi da cronaca nera. Sono nata ad Eboli, paese reso famoso dal romanzo di CarloLevi ed è questa la cittadina che, idealmente, fa da sfondo al mio libro. Sono stata felice di poter usare le parole del luogo, il lessico, e mi sono altrettanto divertita a tenere il conto dei fattarielli, delle tradizioni, delle preghiere che si impastano ai gesti, dalle mie parti.

Qual è il personaggio di Santa Precaria che ti ha coinvolto di più?
Mimmo, l’aspirante giornalista dal passato difficile e dal futuro ancora peggio, è il mio preferito. La sua incapacità a reagire praticamente, a incanalare il suo talento e, allo stesso tempo, la sua caparbietà me lo rendono molto vicino. Poi, io ho una passione per i belli e maledetti, quindi mi è piaciuto tanto scrivere di Paolo, l’anchorman in salsa popolare che gioca a fare il cascamorto, il “zezero”, a dispetto della fidanzata ufficiale.
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Ancora sulle caste: Lopez e le novità in discussione

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La casta dei giornali di Beppe LopezQuesta intervista a Beppe Lopez, autore della libro La casta dei giornali, è stata realizzata da Il Ribelle-Razioalzozero, diretti da Massimo Fini e da Valerio Lo Monaco.

E per qualche aggiornamento sulla situazione dei finanziamenti all’editoria, segnaliamo l’articolo Soldi ai giornali: l’imbroglio si aggroviglia ripreso da Informazione e democrazia e scritto da Giancarlo Aresta per Il Manifesto dello scorso 28 novembre. Il pezzo tra l’altro dice:

Nella nuova versione [delle norme di concessione dei contribuiti] i giornali di partito vengono sottratti del tutto alla nuova disciplina. Per loro valgono le copie «tirate» in tipografia, anziché quelle distribuite in edicola o vendute agli abbonati; questi continuano a non avere nessun obbligo di rapporto percentuale tra copie distribuite e vendute (nemmeno il «misero» 15 per cento definito in Regolamento); hanno i vecchi sistemi di calcolo dei contributi; mantengono un differenziale positivo di 518.000 euro, rispetto ai giornali non profit. Ci sembra un po’ una vergogna. E un’inutile vergogna. Ci sono i giornali di partito «falsi», come i giornali cooperativi «falsi». E solo a questi giornali di poche pagine e di nessuna diffusione conviene stampare copie solo al fine di ottenere oltre 300.000 euro per ogni 10.000 copie stampate. Né Liberazione, né La Padania, né L’Unità, né Il Secolo, né Europa - che sono giornali veri e hanno una vera distribuzione nazionale, anche se per alcuni è modesta - hanno bisogno di questi miseri trucchi.

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Alice in manicomio: il tempo della riappropriazione di sé / 3

Alice in manicomio di Antonin ArtaudÈ di straordinario interesse osservare che la correzione delle bozze fatta da Artaud segue una direttiva precisa, fondata sulla scia delle assonanze, degli armonici che scaturiscono da una parola o da un’immagine, e per poterne seguire i più reconditi sentieri e le intime volontà, crea neologismi e dipana intere frasi che allargano l’orizzonte, stemperando da una parte i confini fisici degli oggetti e dall’altra permettendo che essi poi riaffiorino saturi di una natura maggiormente percepibile dai sensi. Viene dunque ancora intensificata e portata all’estremo quella rivoluzione linguistica già messa in atto nella prima versione.

I neologismi e le parole porte-manteau, cioè quei fonemi che nascono dalla fusione di due parole diverse che si arricchiscono vicendevolmente di significati a volte diversissimi, si complicheranno e aumenteranno in estensione fino all’arrivo dello Jabberwocky, una poesia che Alice, nel capitolo I di Through the Looking-Glass, aveva scoperto e che aveva trovato “estremamente difficile da comprendere”. Si accentua, soprattutto all’inizio, un sottile e sarcastico riferimento al sacro, alla religione. L’uovo che nella prima versione grossissait, nella seconda narmissait, neologismo che se da una parte coniuga enorme e grandir, cioè sottolinea l’azione del gonfiare, del lievitare come avviene per una palla di pasta, dall’altra evoca, fra narquois (beffardo, canzonatorio) e missel (messale), l’idea di una genesi in chiave buffa e quasi blasfema. L’indubitablement viene sostituito da un intropoltabrement in cui insieme a palabre (sproloquio) e poltron (vile, vigliacco) si innesta la parola introït (introito). Quello che nella prima versione poteva essere facilmente tradotto con: dopo tutto poteva non essere altro che un bamboccio imbottito, nella posteriore correzione assume quasi un tono profetico: ce l’homme pouvait bien n’être qu’être un insufflé pontin rum bourré après taim: un, dove si nasconde un Ecce homo, dove insuffler segna l’azione di un dio che dà la vita per mezzo del soffio, dove pontin allude alla marionetta (pantin) ma può sfiorare la maestosa immobilità del pontife, del pontefice, in una realtà non lontana, appena dietro il tain, la foglia argentata dello specchio.

Riappare, in filigrana, anche il teatro, trascendenza e affermazione della sua vita interiore: Alice, mentre nella prima versione si scusa gentiment con Dodu Mafflu per averlo scambiato per un uovo, nella seconda lo fa griliment. Gril non solo è un riferimento a un tipo di cottura con evidenti conseguenze comiche, ma, designando anche il palco che si trova nel soffitto del palcoscenico, evidenzia la fisicità del gesto nella risposta di Alice. Ci troviamo di fronte ad una stratificazione di significati, ad una compresenza di sfumature. La parola conferma una propria libertà, il suo significato assume di volta in volta delle differenti motivazioni e una specifica volontà.
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1°. Non entrare in banca: cronache di bancari senza scrivania

Primo: non entrare in banca di Antonio Gorba(Questo “comandamento” viene inserito anche tra le Cronache di bancari senza scrivania)

La chiave di volta è stata il corso. All’inizio dell’anno sono andato a un corso di tecniche di vendita e quando ho finito, dopo due giorni, ho deciso che era troppo. Dovevo fare qualcosa. Ecco.

Il corso lo fai in sede centrale, in centro appunto, in un palazzo dì dieci piani dai vetri a specchio. Già, i vetri, che se il corso lo fai in estate, siccome non ci sono le tende, quando il sole batte troppo, tipo verso le due del pomeriggio, nell’aula, dove stai seduto a cercare di non addormentarti, vieni svegliato di soprassalto da un clangore metallico, seguito da un cigolio sinistro, guardi fuori e vedi che si stanno abbassando delle grate oscuranti. Poi niente, continui a sonnecchiare. Oppure cerchi di seguire. Il corso che ho ratto a inizio anno ho cercato di seguirlo, ed è stato peggio. Il primo giorno tanto quanto è scivolato via senza fare danni: un tizio stempiato con occhiali di tartaruga chiari e l’aria spigliata di chi guadagna un sacco di soldi ci ha spiegato che il cliente non lo devi prendere di punta, che non devi incrociare le braccia mentre gli parli, che devi rare attenzione a dove guarda mentre ri parla: se guarda in su vuol dire che mente, se guarda in giù vuol dire che sta riflettendo, se guarda di lato vuol dire che magari è passata una collega con la minigonna, ah, ah, ah. e tutti ridevamo. Poi abbiamo anche fatto una una simulazione con la videocamera, in modo da rivedere i nostri atteggiamenti: mi sono offerto volontario per la parie del cliente rompiballe, in modo da non essere sorteggiato per lare la parte del venditore ed essere di conseguenza licenziato. Comunque anche come cliente non ero un granché, troppo molle, mi ha detto, magari i nostri clienti fossero così. Va bene. Poi ha fatto la metafora della palla: “Il cliente ti tira una pallonata in faccia, perché e incazzato nero, scusate il francesismo, ah. ah. ah - e tutti ridevano, ma stavolta io no - e voi cosa fate?”
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