L’esatta esattezza dei numeri

Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De RosaIn un libro dedicato al numero due e alle coppie di concetti (Lo specchio delle idee, Garzanti, 2004) il grande scrittore Michel Tournier riferisce uno dei più sorprendenti aforismi di Groucho Marx: “Gli uomini sono donne come tutte le altre”. Meno spiritosamente, la disputa politica ritiene che i numeri siano parole come le altre. Non che sia del tutto falso, ma crederlo del tutto vero è il primo passo per farsi buggerare, per essere portati a credere che quattro è più di cinque perché ha una lettera in più (lo dicono i numeri).

Nel prologo a questo libro, Dario De Toffoli elenca alcune delle opere che, da Martin Gardner in poi, hanno messo all’attenzione del grande pubblico la matematica come possibile campo di gioco ma anche come affascinante oggetto di attenzione pure per non specialisti. In tutte queste opere, almeno in quelle che ho letto anch’io, è presente un’ambizione che ho trovato anche nelle pagine di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De Rosa: il tentativo di riportare il lettore a quel punto della sua personale storia di matematico (il più delle volte mancato) in cui la delizia si è fatta croce e arrestarlo lì.

Di fronte ad architetture infinite e infinitesimali la mente infantile si incuriosisce, quella giovanile di distrae, quella adulta di sgomenta: come, non posso prevedere l’andamento dei numeri primi? Come, devo riempire due fogli di calcoli per risolvere l’equazione scritta in una riga? L’edificio della matematica non è mai completamente in luce e così ci si addentra nella più articolata forma di verificabile razionalità come se si trattasse di un castello infestato da fantasmi. Quei cauti e progressivi “passaggi” che ci raccomandano i maestri diventano le briciole di Pollicino, e gli uccelli se le beccano: quando ne usciamo abbiamo sempre l’impressione di essercela cavata e non quella di avere compiuto un tragitto razionale e in sé infallibile.
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In libreria “La mia vita con Jack (Kerouac)”

You'll be okayDopo l’ottima anteprima su “il Venerdì” di ieri, arrivano in libreria le memorie di Edie Kerouac-Parker, prima moglie di Jack Kerouac: gli anni giovanili (1940) alla Columbia University di New York che diedero il via alla Beat Generation e molto altro. Un libro che, accenna il curatore Timothy Moran nell’introduzione, “è il risultato dei tredici anni passati con il bisogno di restituire appena un po’ di quel che Edie era riuscita a darmi. È una promessa che dovevo mantenere, anche se non smetterò mai di pensare che non potrà mai essere abbastanza”. Un vero e proprio ‘labor of love’, dunque, che ha richiesto un paziente lavoro di ricostruzione, svariate revisioni e intere ribattiture su una comune macchina da scrivere. Lo spiega lo stesso Timothy in una ampia intervista apparsa su The Beat Studies Association del College of Wooster, Ohio, nel gennaio scorso, in occasione del lancio del libro in USA, e ripresa recentemente dal londinese Beat Scene Magazine. Eccone di seguito una sintesi, dal complesso processo di messa a punto del libro all’intensità del rapporto personale con Edie.
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Prefazione fantonesca al Jacovitti Zorry Kid / 1

Zorrykid di Benito Jacovitti - a cura di Gianni BrunoroE quindi cos’altro aggiungere? Niente! Mi sembra di aver scritto tutto. Grazie di aver resistito fino a qui e arrivederci!

Ecco fatto. Forse al grande Jac un inizio così, al contrario, sarebbe piaciuto, visto che lui adorava sovvertire l’ordine e navigare nel caos! Ma non tema il lettore; invertendo l’ordine del Fantoni, la prefazione non cambia (è proprio colpa di Jacovitti se mi esprimo con questi calembours e mi auto-cito ad ogni pie’ sospinto). Ciò che il destino ci mette avanti da piccoli aiuta e formare il carattere di una persona in maniera indelebile; ben lo sapeva Konrad Lorenz che, per il solo fatto di passare per caso davanti a un uovo che si dischiude fu scambiato per mamma da un anatroccolo che nasceva in quel momento e che non si rassegnò mai all’idea di appartenere a una specie diversa. Io da bambino ho avuto la forunta di inciampare nel Diario Vitt, più volte, per qualche anno di seguito e ne sono stato lorenzianamente segnalato.

ZorrykidL’incontro fulminante con il mondo di Jacovitti lo devo a una piccola cartoleria del mio paese che sul finire dell’estate delle mie vacanze di undicenne offriva agli studenti alcune - e non migliaia, come oggi - possibilità di scelta circa il diario: uno classico, uno con i motori e uno con un diavoletto che bisbigliava “Tutto nuovooo! Tutto a fumetti!” nell’orecchio ad un tipo sospettoso e buffo che si strizzava il naso con forza. Non ho avuto dubbi. I fumetti mi sono sempre piaciuti e non potevo resistere alla tentazione di averne addirittura in un diario di scuola che mi permettesse di leggere per dovere.
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Tibet: un crogiuolo minuscolo e vasto dell’Asia orientale

Tibet - Storia e mito di Pietro AngeliniLa parola Tibet la si deve agli arabi che lo chiamavano Tubbat, ma fu anche detto Bhotia, Botanta, Potente, Barantola, Tufan, Tebet. I tibetani il loro Paese lo scrivono Bod, che si dovrebbe pronunciare Po, con la bocca stretta, come fosse una umlaut. Il Bod, nei tempi, è stato minuscolo e vasto, definito più che da confini tracciati sulle carte geografiche dal graduale mutamento della lingua, dei costumi, dei volti. I pilastri di ferro e pietra, posti ogni tanto nel mezzo del niente, segnavano un territorio immaginato come una cosa viva, abitato da demoni e dèi con cui gli uomini avevano imparato a dialogare. Così, a un certo punto, il Tibet andava dalle montagnose foreste cinesi, a oriente dello Yangzi, fino al monte Kailash, nell’estremo occidente, e dalle oasi settentrionali al lago Kokonor, giù fino all’Himalaya, davanzale di roccia che si affaccia sull’India.

In questa vastità che pare senza dimensione, il Paese delle Nevi ha assunto forme diverse, come un corpo che si rigiri in un letto un po’ duro per trovare la posizione. E dura era la terra, e lontano erano i cieli, in quel dilatarsi e restringersi di spazio che segna il destino di ogni civiltà, quando secoli di gloria si alternano a tempi di dominazioni straniere.

Tradizionalmente il Tibet era diviso in tre regioni, che saranno buone per gran parte della nostra storia: U-Tsang, o Tibet centrale, Kham a est e Amdo a nord. Si dice che dal Tibet centrale vengano buoni religiosi, dal Kham uomini fieri e bellicosi e dall’Amdo buoni cavalli. Questo territorio, che comunemente è inteso come il Tibet storico, grande quasi quanto l’Europa Occidentale, ingloba tutte le aree di etnia tibetana presenti in Cina e comprenderebbe oggi ampie aree delle province cinesi del Qinghai, del Gansu, del Sichuan e dello Yunnan.
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Storia d’amore e di formiche declinata in metafore ebraiche

Storia d'amore e di formiche di Yitzhak OrpazQuesto è un libro che deve - o almeno può - essere letto a più livelli: è la descrizione di come i gravissimi problemi di una coppia si risolvono quando l’uomo e la donna devono lottare insieme contro un pericolo esterno; è un erotico (anche se velato e per questo ancora più erotico) canto d’amore; è una riflessione su quanto sia complicata e difficile la vita di ognuno di noi fra le mille e mille noiosità quotidiane; ed è anche la metafora dell’ebraismo della diaspora, costretto a combattere senza posa contro le formiche (non a caso sono nere o brune…) che fanno crollare i muri di una casa che sembrava solida; e anche una metafora delle condizioni dell’Israele odierna (la Casa Nuova che deve essere “alta e anche ampia, con un lato sul fianco del monte e l’altro lato sul mare”, ma quando mai sarà davvero edificata, e quanto tempo potrà durare, sotto la sua “cupola di vetro”?)

Si può dire che le stesse formiche di Pirandello e di Calvino sono le protagoniste anche di quest’opera così ebraica - ma ciò è vero solo in quanto è vero sia che le miserie del mondo sono sempre le stesse per tutti gli uomini, sia perché le interpretazioni simbolico-ebraiche di questo libro non annullano il suo contenere un messaggio per tutti gli esseri umani. Un messaggio scritto, stavolta, in vera e profonda chiave ebraica, e non solo come descrizione di una vicenda che si svolge in un Paese, per convenzione, Israele: nella coppia in crisi il marito si chiama Ya’akov - Giacobbe - e la moglie Rachel; l’amica della moglie, che si offre di partorire al suo posto, si chiama Bilha - vedi Genesi XXIX-XXX; Rachel sveglia il marito con il grido d’allarme usato nei tempi delle guerre con i Filistei; l’altro nome di Giacobbe è Israele, e il popolo d’Israele è chiamato anche “Casa di Giacobbe”, e si deve ricordare questo quando si legge qui della Casa Nuova che Giacobbe vuole costruire, proprio nelle condizioni topo-geografiche in cui si trova lo Stato d’Israele (si noti anche la domanda di Rachel, sul perché la Casa Nuova debba essere ampia oltre che alta, chiara allusione alla questione della Grande Israele dei nazionalisti delle destre di contro alla volontà di costruire “in alto” espressa dai partigiani dei movimenti per la pace).
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Cronache pazzesche dal Festival Resistente / 3

Il corridoio come un treno di Alice Banfi(Premessa: cronache non proprio in ordine cronologio. Ma del testo che cos’è l’ordine?) Io e l’Editorus siamo in un hotel super chic in località da me sconosciuta. Avevo ancora un ombra di dubbio sulla follia di Baraghini, quando alle 6 del mattino mi sveglia. Ora non ho dubbi, è matto completo! Mi preparo velocissimamente, corro a far colazione: tre bicchieri di latte freddo e tre di acqua bevuti tutti d’un fiato senza nemmeno sedermi. Ripartiamo: treno per Firenze, io dormo! Arrivati a Firenze aspettiamo di venir recuperati da un autista d’eccellenza, Ettore Bianciardi, che ritarda di due ore perché sta facendo la valigia…

Ore? “Non lo so.. non ho il senso del tempo!”, siamo tutti in auto diretti a Pitigliano. Un delirio! Tra me ed Ettore che parliamo alla velocità della luce, urlando a più non posso, Baraghini sta diventando sordo, e non riesce a parlare… Soffre di logorrea lenta (caso rarissimo!), così si lascia travolgere dalle nostre parole e parolacce come treni in corsa. Momento tragico: mi scappa la pipì! Mi scappa e non c’è un posto, non c’è un cesso, non c’è niente!

“Mi scappa, mi scappa!”
Ed Ettore: “No, dai, tienila!”
Baraghini individua un parcheggio: “Andiamo là, ti copriamo e la fai”. Ma nel parcheggio c’è una roulotte, un uomo e una donna che spinge un ragazzo in carrozzella.
“Eh, no! Non posso farla qui, non sta bene”.
Ettore: “Ma non è veramente handicappato! Finge per aspettare le piscione come te e guardargli il culo”.
Scoppia a ridere Baraghini, rido anche io. “Aiuto… Mi scoppia la vescica!”
Ettore: “No, non ridere!”
“E tu non farmi ridere!”
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Numeri: tutte le volte che i conti tornano

Numeri - Divagazioni, calcoli, giochi di Dario De Toffoli, Dario Zaccariotto, Margot De RosaUna bambina in età da asilo un giorno mi propose un gioco: “Contiamo i rùmeni?” Io accettai e trascrissi mentalmente lo scambio di consonanti che poi andò ad arricchire una lista di analoghi “errori” infantili, dove erano già il cìmena, la cofaccia e il glorioso “salda navajo” che un’altra mia amica mi assicurava di aver adottato per buona parte dell’infanzia al posto del più comune e banale “salvadanaio”. Quello che la mia inclinazione verso la lingua mi aveva lasciato appena notare è che - li si chiami numeri o rùmeni - contare può essere considerato un gioco, soprattutto prima che la scuola non trasmetta la visione istituzionale e fatalmente penalizzante di aritmetica e matematica.

Molti giochi infantili sono preceduti da una “conta”: una filastrocca divertente, in cui per il tramite della prosodia la lingua diventa uno strumento di conteggio, sillaba dopo sillaba. È aritmetica, rivestita di figure (civette sul comò e Ponte di Baracca), ma sempre aritmetica. Tanto è vero che i bambini più svelti sanno da chi devono cominciare a contare per riuscire a, ovvero evitare di, risultare “sotto”. Sono gli stessi bambini che sanno quale dei quattro punti del corpo previsti toccare per primo perché la filastrocca di Orazio Coclite (”Quando Orazio Coclite / cadde giù dal ponte / nel mezzo del fronte”) finisca appunto sulla fronte. A ogni sillaba della filastrocca la mano deve toccare un punto del rombo costituito da spalla destra, sterno, spalla sinistra, fronte.

La meraviglia è constatare come, se si parte dal punto giusto e non ci si impappina cantando la filastrocca, la mano arriva sempre sulla fronte, tutte le volte. Inesorabilmente. Una meraviglia che poi a scuola diventa croce e delizia dell’aritmetica e della matematica, dove ogni problema ha una e una sola soluzione: non ci sono scappatoie, varianti, aggiustamenti, patteggiamenti possibili. Il risultato è quello a ogni latitudine, sotto ogni clima, in ogni ora della giornata: uno sgomento che la lingua testimonia con il proverbio “due più due fa sempre quattro”. Che noia, viene subito da commentare perché noi privilegiamo la fantasia e l’arte di arrangiarsi.
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