Alice in manicomio: il tempo della riappropriazione di sé / 1

Alice in manicomio di Antonin ArtaudRodez è considerata la capitale “del nord del Midi-Pirenei e del sud del Massiccio Centrale e delle Cevennes” e pare che la consacrazione vera e propria a capoluogo dell’Aveyron sia avvenuta in concomitanza con la costruzione di un nuovo modernissimo ospedale. Circostanza sicuramente rassicurante e lodevole. Ma se consideriamo questo evento attraverso la lente della memoria si ha quasi l’impressione di trovarci di fronte ad una collettiva volontà di silenzio e di oblio di cure mediche ingombranti e dolorose. In quella tranquilla cittadina del Midi infatti, nel periodo intercorso fra il 1943 e il 1946, in un ospedale psichiatrico di cui ormai non rimane quasi più traccia, se si eccettua la cappella Paraire che faceva parte della struttura, fu ospitato l’attore e scrittore Antonin Artaud.

Perfino la piazza principale della città, che porta il suo nome, dà l’impressione di svolgere questo compito più per dovere di cronaca che per un’intima aspirazione. Sembra quasi che la modernizzazione della città, lanciata a partire dagli anni Settanta con una vasta operazione di ristrutturazione e di riqualificazione del centro storico, abbia estratto con dolcezza dal fianco di una società operosa e attiva il ricordo di una vita dolente e tormentata. Ma proviamo per qualche istante a tornare a quell’11 febbraio 1943 quando, con il numero di matricola 4311, Artaud viene ricoverato a Rodez. Vi giunge dopo sei anni di terribili esperienze: ospedale psichiatrico di Rouen, Asile de Saint-Anne a Parigi, Ville-Évrard.

Sei anni che hanno lasciato un segno profondo. È magrissimo, sporco, la barba lunga. Non gli rimangono che pochi denti. Il momento poi non è dei migliori: la Francia è sotto l’occupazione nazista e, se le normali condizioni di vita sono precarie, non è difficile immaginare quali possano essere quelle all’interno di un manicomio. Ma Rodez, trovandosi al di là delle linee tedesche, rappresenta pur sempre un miglioramento rispetto alle precedenti degenze. Sono soprattutto Robert Desnos e Paul Éluard coloro che si sono interessati per farlo ricoverare in questa struttura gestita dal dottor Ferdière, uno psichiatra che ha vive simpatie nei confronti del movimento surrealista.

L’ospedale, inoltre, è all’avanguardia nel trattamento delle malattie mentali. Lui, insieme alla moglie, accetta di ospitare Artaud, questo personaggio strano e scomodo, che sputa, mangia con le mani, scoreggia. Lo accoglie con calore e farà del suo meglio per cercare di ridargli una dignità. Inizia così un lento e paziente processo in cui il delirio lascerà a poco a poco il posto al monologo, spesso accompagnato da una gestualità che evoca la disposizione dell’attore a meravigliare la platea. Giorno dopo giorno Rodez diventa così il tempo della fiducia ritrovata, della riappropriazione del proprio corpo e della propria personalità. Si evolve addirittura in parentesi di fede religiosa che trasforma il blasfemo Artaud in un paladino al servizio di Cristo e della vergine Maria.

Ma è anche il tempo in cui prendono forma e si concretizzano parecchie situazioni palesemente opposte, in cui il doppio manifesterà la sua personale verità, come il complesso rapporto fra medico e paziente o fra Artaud e Lewis Carroll, l’autore inglese amato e disprezzato, segnato da volontà di accettazione e moti di rivolta, rimando reale alla dicotomica diversità fra Alice e il personaggio a forma di uovo, fra vita e letteratura. Dunque, quando giunge a Rodez, Artaud è smembrato, privo della propria coscienza. Le lettere anteriori al 17 settembre 1943 portano in calce addirittura un’altra firma, quella di Antonin Nalpas, come se uno sconosciuto, un alieno, fosse cresciuto dentro di lui, avesse preso il suo posto e occupato il suo corpo.

Egli stesso ci assicura in una lettera che Antonin Artaud “è morto nell’agosto del 1939 a Ville-Évrard e il suo corpo è uscito dalla città durante una notte bianca, simile a una di quelle citate da Dostoevskij” e come Gesù Cristo è morto per essersi fatto carico di tutti i peccati del mondo. Così mentre nega il proprio corpo e la propria sessualità, valutata negativamente attraverso il messaggio cristiano del peccato originale, accoglie la religione dell’infanzia, dispensatrice di un conforto semplice e immediato. Ma a partire dal 17 settembre 1943 Artaud incomincia a riappropriarsi della sua personale identità e dichiara in una lettera indirizzata al dottor Ferdière:

Mi chiamo Antonin Artaud, perché sono il figlio di Antoine Artaud e di Euphrasie Artaud, che è ancora viva mentre mio padre è morto a Marsiglia nel settembre del 1924. Sono nato il 4 settembre 1896 a Marsiglia, al numero 4 di rue du Jardindes-Plantes.

Elenca anche tutte le opere da lui firmate e poi spiega che il nome Nalpas, da lui assunto nel periodo precedente, è il cognome di sua madre, nata a Smirne nel 1870, nome di origine leggendaria, mistica e sacra. È un’oggettivazione importante: non solo segna il momento della rinascita, con l’accettazione di esistere come uomo, ma ci lascia scorgere, attraverso l’origine turca della madre, il forte legame con un mondo sonoro ben noto che tanta parte avrà nella traduzione del VI capitolo di Attraverso lo specchio di Lewis Carroll, cioè quel poliglottismo levantino, naturale catalizzatore delle glossolalie, sillabe inventate che riproducono l’intonazione di una determinata lingua, congeniale ad una immediata ed intima comprensione. Dunque la terapia messa in atto dal dottor Ferdière produce dei risultati.

Ma chi era questo medico che propugnava un processo terapeutico basato sull’arte e nello stesso tempo infliggeva ai propri pazienti violente sedute di elettroshock? Un poeta che non ha lasciato dietro di sé tracce di eternità o un rigido moralista che utilizza l’arte per riportare Artaud nell’alveo di una banale normalità? È difficile pronunciare un giudizio. Del dottor Gaston Ferdière, dalle svariate testimonianze scritte, riusciamo soltanto ad avere un’immagine sfocata e talvolta contraddittoria: un uomo fine e istruito, un medico generoso e competente a cui forse ha fatto difetto l’ispirazione poetica. Ma il terapeuta è cosciente dei progressi che il suo paziente compie e nella relazione che redige, quando gli effetti della sua arte-terapia incominciano a manifestarsi, possiamo leggere:

Il risultato che ho ottenuto è in gran parte merito dell’Arte-terapia. Sono stato, si sa, un pioniere di questa metodologia di cui ho delineato le regole in un grande numero di congressi e riunioni. La mano di Artaud ha dovuto imparare di nuovo a scrivere, grazie alla corrispondenza sempre maggiore intercorsa con i suoi amici (all’inizio, bisognava obbligarlo a una risposta, anche se corta e piena di formule precostituite), grazie soprattutto alle traduzioni che gli ho chiesto come amico: si trattava di farmi un favore di cui avevo urgenza; avevo bisogno, per diversi lavori che stavo svolgendo, di un adattamento di una poesia di Lewis Carroll o di un intero capitolo di Attraverso lo specchio. E così un giorno, quasi a sua insaputa, ho mandato Il bambino di fuoco di Southwell a Pierre Seghers, e qualche giorno più tardi, in “Poesie 44″, Artaud ha trovato il suo lavoro stampato nero su bianco: è avvenuto dopo anni di oscurità e di silenzio; la sua gioia è stata immensa; ho visto il suo sguardo illuminarsi; rileggeva i suoi versi con una soddisfazione non dissimulata; la partita sembrava vinta.

Alice in manicomio - Lettere e traduzioni da Rodez di Antonin Artaud
Collana Eretica Speciale
216 pagine
ISBN: 978-88-6222-057-6

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