Storie della vita: quelli che scavano nella volta del cielo
Prima che la terra fosse eretta, ci sarebbero voluti due giorni per camminare da un’estremità all’altra della pianura di Shinar. Ora che la torre è lì, un uomo senza carico sale dalla base alla sommità in un mese e mezzo. Ma pochi scalano la torre a mani vuote; il passo dei più è rallentato dal carretto di mattoni che si tirano dietro. Dal giorno in cui un mattone viene messo su un carretto a quando viene preso per far parte della torre passano quattro mesi.
Hillalum aveva passato tutta la vita nell’Elam e conosceva Babilonia solo in quanto essa acquistava rame. I lingotti venivano caricati su barche che scendevano il Karun fino al Mare Inferiore, quando confluisce nell’Eufrate. Hillalum e gli altri minatori viaggiavano via terra, insieme a una carovana di onagri carichi. Camminavano lungo un sentiero polveroso che scendeva dall’altipiano, attraverso le pianure, fino ai campi verdi tagliati da argini e canali.
Nessuno di loro aveva visto la torre prima. La si scorgeva quando erano ancora a leghe di distanza: una linea sottile come un filo di lino, che ondeggiava nell’aria tremolante innalzandosi dalla crosta di fango che era Babilonia. Come arrivarono più vicini, la crosta crebbe nelle potenti mura della città, ma avevano occhi solo per la torre. Quando abbassavano lo guardo al livello della piana fluviale vedevano segni che la torre aveva prodotto fuori dalla città: lo stesso Eufrate ora scorreva a lato di un letto vuoto e asciutto, scavato per fornire creta per i mattoni. A sud della città si vedevano file e file di fornaci non più accese.
Continua
Una storia che attraversa due decenni
C’è una storia che taglia a metà gli anni Settanta arrivando a lambire quasi tutti gli Ottanta e che diventa un paradigma non solo dello sbando di alcuni personaggi che non trovano collocazione in quel decennio di ideali, ma anche di scontri politici. È quella di Carlo Saronio, giovane ingegnere della borghesia milanese che si avvicina alla sinistra extraparlamentare, ma che finisce preda della bramosia di alcuni di questi personaggi. Oltre al dramma personale di un sequestro e di un omicidio, la vicenda di Carlo Saronio racconta anche la nascita di un fenomeno, quello della dissociazione dalla lotta armata, e della sua strumentalizzazione da parte di chi andava a caccia di sconti di pena. Riuscendo a ottenerli.
Mentre si indaga su chi ha rapito l’ingegnere, la Milano che ne emerge in un primo momento sembra una specie di Marsiglia in cui il Mediterraneo viene sostituito dai Navigli e dalla darsena di Porta Ticinese, ma che nulla ha da invidiare alla disinvoltura dei banditi d’Oltralpe. Una Milano in cui la politica arriva fino a un certo punto e la malavita fa da padrona tra evasioni, ricatti, giri di denaro da riciclare, bella vita ogni volta che si arraffa un po’ di contante. Dove l’umanità si scontra e perde di fronte al profitto criminale e dove non esiste alcun codice etico quando si decide di speculare anche su un cadavere in precedenza fatto sparire.
Ma poi all’improvviso lo scenario cittadino si modifica e quegli stessi personaggi, dai protagonisti alle comparse, dalle vittime ai carnefici, diventano gli interpreti di un copione a sfondo terroristico dove l’”Organizzazione” viene prima di tutto. Anche della solidarietà verso un compagno e dell’amicizia tra due giovani che stanno dalla stessa parte. Il cambiamento è così repentino che non sembra di essere ancora in quei quartieri. Sembra a questo punto di aver attraversato i confini della realtà per entrare in un romanzo di fantapolitica in cui si può raccontare tutto e il contrario di tutto.
Continua
Alice in manicomio: il tempo della riappropriazione di sé / 1
Rodez è considerata la capitale “del nord del Midi-Pirenei e del sud del Massiccio Centrale e delle Cevennes” e pare che la consacrazione vera e propria a capoluogo dell’Aveyron sia avvenuta in concomitanza con la costruzione di un nuovo modernissimo ospedale. Circostanza sicuramente rassicurante e lodevole. Ma se consideriamo questo evento attraverso la lente della memoria si ha quasi l’impressione di trovarci di fronte ad una collettiva volontà di silenzio e di oblio di cure mediche ingombranti e dolorose. In quella tranquilla cittadina del Midi infatti, nel periodo intercorso fra il 1943 e il 1946, in un ospedale psichiatrico di cui ormai non rimane quasi più traccia, se si eccettua la cappella Paraire che faceva parte della struttura, fu ospitato l’attore e scrittore Antonin Artaud.
Perfino la piazza principale della città, che porta il suo nome, dà l’impressione di svolgere questo compito più per dovere di cronaca che per un’intima aspirazione. Sembra quasi che la modernizzazione della città, lanciata a partire dagli anni Settanta con una vasta operazione di ristrutturazione e di riqualificazione del centro storico, abbia estratto con dolcezza dal fianco di una società operosa e attiva il ricordo di una vita dolente e tormentata. Ma proviamo per qualche istante a tornare a quell’11 febbraio 1943 quando, con il numero di matricola 4311, Artaud viene ricoverato a Rodez. Vi giunge dopo sei anni di terribili esperienze: ospedale psichiatrico di Rouen, Asile de Saint-Anne a Parigi, Ville-Évrard.
Sei anni che hanno lasciato un segno profondo. È magrissimo, sporco, la barba lunga. Non gli rimangono che pochi denti. Il momento poi non è dei migliori: la Francia è sotto l’occupazione nazista e, se le normali condizioni di vita sono precarie, non è difficile immaginare quali possano essere quelle all’interno di un manicomio. Ma Rodez, trovandosi al di là delle linee tedesche, rappresenta pur sempre un miglioramento rispetto alle precedenti degenze. Sono soprattutto Robert Desnos e Paul Éluard coloro che si sono interessati per farlo ricoverare in questa struttura gestita dal dottor Ferdière, uno psichiatra che ha vive simpatie nei confronti del movimento surrealista.
Continua
Economia, crisi e recessione: l’avidità paga
(A proposito della situazione finanziaria internazionale e delle sue ripercussioni, il testo che segue è il resoconto di una serata a cui Gian Luigi le Divelec, autore di Va’ dove ti porta il promotore, ha partecipato lo scorso 18 novembre ho tenuto. Si tratta di un dibattito tenuto presso il Caffè Letterario Giubbe Rosse di Firenze sul tema “L’Avidità paga”. Il contraddittorio era con Giulio Cesare Pacenti>, autore del libro Iena Ridens - l’evoluzione della specie. Il testo degli interventi è quanto è stato anche registrato e registrati dove GCP sta per Giulio Cesare Pacenti e Gian Luigi è il nostro autore.)
Sicuramente il “particolare” come avrebbe detto un nostro illustre concittadino (Guicciardini) è di gran moda, anche nella nostra società iper evoluta, l’avidità e l’egoismo rappresentano due della forze più persistenti che pervadono la maggior parte delle iniziative umane. Tornando quindi alla domanda di partenza l’avidità paga si o no? Il buon senso, corroborato anche da una buona dose di cinismo, suggerirebbe no! Del resto un signore di nome Adams Smith (non certo una suora di carità), parlava addirittura di una mano invisibile capace di tenere a freno l’avidità eccessiva degli operatori del mercato, questo noto economista (pure Scozzese di origine), considerava un atteggiamento eccessivamente unilaterale ed egoista improvvido e sciocco! Ma la storia odierna, con i suoi fatti di cronaca, vedi il fallimento della Lehman Brothers ed il crollo delle borse, ci pone nuovamente davanti la fatidica domanda a cui questa sera proveremo a dare qualche risposta prendendo spunto da due libri, che pur nascendo da esperienze differenti, giungono grosso modo alle stesse conclusioni.
Continua
Ogni promessa è debito. Dunque, ecco spiegata la mia situazione finanziaria
Avevo promesso a un sacco di gente di raccontare le cose che ho fatto negli ultimi mesi, tra cui le novità su Santa Precaria, la mia vita fin dal giugno 1987, le presentazioni in giro per l’Italia, il terzo segreto di Fatima e anche gli spostamenti lungo lo stivale ma fino ad oggi non sono riuscita a mantenere la parola manco con mia madre. Dare la stessa versione dei fatti a tutti risulterebbe alquanto dannoso quindi siete pregati di spuntare la casella prescelta.
Tutte le versioni sono corredate di optional, come insegnano le leggi del mercato. Potrete scegliere tra una consulenza da Mago Mariano, il profumo Charme per attirare l’altro sesso e la frittata di cipolle. E’ possibile richiedere anche dei gadget aggiuntivi quali cartellina informativa e fotocopie. Se avete voglia di confutare la versione della sottoscritta vi raccomandiamo di documentarvi per bene e di non portare girando foglietielli vari, chessò, negli studi televisivi. Non vale nemmeno se vi ci assettate sopra, se le leggete con la coda dell’occhio o se approfittate delle pause pubblicitarie perché chiamo la Mussolini.
Versione n.1 per parenti e amici di famiglia
“Cari parenti e/o amici di famiglia, forse vi ricorderete di me per la sera di giugno 1987 in cui imperdonabilmente stampai sul vostro divano beige due ditate di ciocorì dando già segni della mia devianza. Qui va tutto bene, si tira a campare si tira la cinghia le mezze stagioni non esistono più Napoli è una città violenta e pizza mandolino e anche pummarola voi giovani d’oggi proprio non vi capisco chiedi chi erano i Beatles e lei vi risponderà.
Continua
Storie della tua vita: dal racconto alla rappresentazione grafica
La scelta di pubblicare questa raccolta deriva dall’aver utilizzato uno dei racconti, Storia della tua vita, nella mia attività didattica. In numerose esperienze in corsi di design della comunicazione (alla Sapienza di Roma, al Politecnico di Torino, al Politecnico di Bari e all’Istituto d’Arte di Cordenons) ho impegnato gli studenti in operazioni di transcodifica basate su testi narrativi; alcuni degli elaborati risutanti sono stati pubblicati nella rivista Progetto grafico, numero 6, giugno 2005, pagine 8-25.
Si trattava in sostanza, con vincoli prefissati che di solito inibivano la presenza del codice alfabetico, di interpretare il testo proposto, su un minimo di sedici pagine in formato A6, facendo uso di tecniche di rappresentazione a piacere. I testi erano scelti per qualche caratteristica, di tematica o di struttura narrativa, che di volta in volta sembrava prestarsi particolarmente all’obiettivo dell’esperienza, che era quello di indurre gli studenti a riflettere, in un’esercitazione pratica, sulle potenzialità e sui limiti delle modalità di scrittura. Gli autori andavano da Arno Schmidt a Philip K. Dick, da Arthur Schnitzler a Robert A. Heinlein, da Jorge Luis Borges a Carl Barks, da E.T.A. Hoffman a Max Frisch.
Per almeno due volte, al Politecnico di Torino, è stato utilizzato il racconto di Ted Chiang: nell’anno accademico 2000-01 (in un laboratorio tenuto con Mario Piazza e Daniele Turchi), e in quello 2006-07 (con Luciano Perondi). Nella prima di queste due esperienze, quello di Alice Tebaldi era stato giudicato il lavoro migliore (pagina 19 del numero di Progetto grafico già menzionato): è sembrato naturale chiedere a lei i segni che integrano il presente volume.
Continua
Pentiti di niente e i demoni moderni
Forse è inevitabile che, a lato di fluviali movimenti di massa, durante fasi importanti di trasformazione politica e sociale, si formino pozze oscure, in cui sguazza una fauna dall’incerto profilo. Dostoevskij, con “I demoni”, ne fornì un esempio, romanzando magistralmente un episodio di cronaca: l’assassinio, da parte di un gruppetto di rivoluzionari russi guidato da Nestor Nečaev, di un loro compagno. Anche l’Italia degli anni Settanta, in preda alle convulsioni positive e negative di mutamenti profondi, destinati a lasciare il segno sui decenni successivi, ebbe il proprio Nečaev: Carlo Fioroni. Figura ancora più sinistra, per non dire diabolica, dell’antesignano, il quale quanto meno non tradì mai il credo gelido cui si era consacrato, né il ferreo catechismo (”una regola benedettina”, lo definì Bakunin) che ne sorreggeva la messa in pratica.
Invece Fioroni, ucciso il compagno e supposto amico Carlo Saronio, tradì un po’ tutti: chi era stato suo complice e chi non lo era stato affatto. Senza altre finalità se non quella della salvezza propria. In ciò, Fioroni ebbe il concorso semi-involontario dei poteri dello Stato. Nel 1975, ai tempi dell’uccisione di Saronio, non era ancora giunta a forma compiuta la legislazione sui “pentiti”. Tuttavia era prassi invalsa, e di vecchia data, concedere sconti di pena in cambio di delazioni. Era quindi già operante il meccanismo perverso insito nel “pentitismo”. Vuotato il sacco sui delitti propri (spesso almeno in parte addossati ad altri, nei limiti del possibile) e incassati i relativi benefici, per ottenere benefici ulteriori non c’è che un mezzo: “rivelare” ciò che non si sa, ma che gli inquirenti si attendono di udire, a conforto di proprie tesi.
Continua
La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla
Gianna è finita nel meccanismo della porta girevole. C’è finita ogni volta sempre più cosciente di non doverci finire. Almeno non così, non con quella violenza, non per la cattiva anima di chi il legame di sangue avrebbe dovuto fare fratello e non nemico:
Dopo un anno che ero stata operata al seno, mia sorella telefonò al Centro psicosociale raccontando una storia tutta a modo suo. Allora la polizia municipale venne a prelevarmi a fui portata in psichiatria. Erano le due del pomeriggio. M’accolse il solito medico, che mi fece un’endovenosa e mi addormentò immediatamente […]. Mi svegliai verso sera in uno stanzino: ero in mutande e avevo una maglietta che non era la mia. Ma soprattutto ero senza reggiseno, che da quando ero stato operata era diventato un mio indispensabile supporto psicologico. Mentre piangevo venne mia sorella [e] le chiesi di portarmi un reggiseno. Dopo tre giorni che insistevo, venne con un reggiseno vecchio e tutto scucito dicendo di cucirmelo da me. Mi accorgo di aver vissuto anni di terrore.
Nel suo diario, La schizofrenia non esiste, e se esistesse io vorrei averla, Gianna Schiavetti ci dice, a trent’anni dalla legge Basaglia, come stanno i servizi di assistenza e cura della malattia psichica e lo fa nel modo che le riesce, cioè dando voce a quella che è diventata la condanna sua e di altri come lei: 30 trattamenti sanitari obbligatori in pochi anni; psicofarmaci dai tremendi effetti collaterali (alcuni reali, altri immaginati ma egualmente, anzi forse più, pericolosi): i chili in più, il tumore al seno, le parole e i passi rallentati, le allucinazioni; il sospetto di tutti e il tradimento sempre da parte degli stessi: bisogna soffrire per raggiungere qualcosa. Io ho sofferto tanto psicologicamente e fisicamente (alcolizzazione, tumore al seno). Portata in psichiatria tante volte, senza sapere il perché, ora mi ritrovo che non vedo più mia nipote. Ma perché tanta sofferenza?
Continua
Alice: un libro che cresce con la sua protagonista
Quanto cresce Alice nel corso di una sola giornata! Tanto all’inizio è timida, spaventata dalle continue gaffes con il topo, deferente con il Coniglio, spinta a piangere una “pozza di lacrime” dallo sconforto, quanto alla fine del libro è sicura di sé, capace di tener testa a ogni interlocutore, compresa la collerica Regina, e di non sottostare alle regole del gioco esclamando: “Che me ne importa di voi? Non siete altro che un mazzo di carte!”. Questo suggerisce, tra le tante possibili, una chiave interpretativa secondo cui Alice nel Paese delle Meraviglie è un romanzo di formazione, in quanto illustra l’affermarsi nella protagonista di un carattere forte e sicuro in cui intraprendenza e curiosità sono due importanti caratteristiche.
Ho rinvenuto un indicatore dell’evoluzione irreversibile che Alice ha avuto nel corso della vicenda narrata nel capitolo 9. Quando la Falsa Tartaruga si vanta della scuola che ha frequentato sul fondo del mare, Alice ribatte: “Anch’io ho frequentato una scuola diurna. Non hai motivo di vantarti tanto”. Ora, se Alice fosse stata ancora la timida scolaretta dell’inizio della storia, avrebbe detto “frequento” una scuola diurna; con la scelta del passato prossimo ci fa sapere che la sua vita precedente, compresa l’esperienza della scuola, è ormai acqua passata.
Col tempo Alice Liddell crebbe diventando la signora Hargreaves. Anche il libro è diventato “grande”, in più di un senso. Per cominciare, è entrato nel novero dei grandi libri della nostra civiltà, paragonabile alla Bibbia per frequenza di citazioni. Continua ad essere molto letto, soprattutto da adulti, per la verità, perché i bambini, anche quelli inglesi, non hanno gli strumenti culturali necessari per percepire il suo sofisticato nonsense e il sovvertimento delle convenzioni vittoriane che Carroll opera.
Continua
Prefazione fantonesca al Jacovitti Zorry Kid / 2
Il tipo di disegno di Javotti mi piace molto perché è curatissimo, è assurdo di per sé, un nonsense coi fiocchi. Lineare, “chirurgico”, sembra quasi eseguito da un geometra per le sue proporzioni e proiezioni precise e coerenti, viene invece usato per creare figure assurde, sempre strampalatissime: cattivoni buonissimi, o buoni cattivissimi, mostri comunque buffi, gente senza gambe oppure con più gambe del necessario, facce con nasi improbabili, bocche straboccanti di denti, donne dalle curve a pallone, o “semplicemente” figure che sono un misto di concetti e oggetti. Da bambino ho cominciato a disegnare proprio copiando una delle sue api nasone. Prima ricalcandola, e poi riproducendola da solo: ecco, ho imparato pure a disegnare per colpa sua! Mi piacevano talmente tanto i suoi mostri che forse volevo averne un po’ di più senza bisogno di andare in cartoleria di nuovo… Non ho poi fatto il fumettista di professione, ma se dovessi farlo andrei a finire in un universo di sicuro non troppo distante dal suo, come “logica-illogica”.
Il linguaggio dei suoi personaggi riflette e s’incastra con il segno: le onomatopee non sono “smack” o “pow”, ma sono “pùgno” e “spàro”, cioè il contrario di quello che dovrebbero essere: questi “suoni” sono troppo lunghi, ingombranti, diventano spesso i veri protagonisti dell’azione, prendono vita a sé e questo non trova una logica nel fumetto, in genere. Ma tanto, Jac a rigor di logica non c’è quasi mai! Per esempio, far parlare i Ciriuacchi, popolo di indiani nemici di Cocco Bill, con un dialetto misto di napoletano/bergamasco (leggere per credere!) è una delle trovate che ancora adesso mi fa ridere non poco. E per chi fa questo lavoro la soglia della risata si alza di molto, nel tempo, e per sorprendersi a ridere ce ne vuole. I suoi personaggi funzionano sempre, non ci sono cadute né di ritmo né di stile.
Continua
Il Tibet, il tempo e la storia
Parlare di storia del Tibet significa percorrere il limite di un paradosso, appiccicare categorie bisunte a chi felice viveva senz’esse. La storia per i tibetani è una linea curva in cui prevale il gusto del magico e del portentoso, una delle apparenze in cui sono immersi gli esseri viventi, e come tale è una pigra vendetta del Tempo, il principio attivo dell’illusoria cognizione del sé, il luogo dove si realizza il sogno delle esistenze inerenti. La fatica nel parlarne con loro è tutta qui: gli anni sfuggono di conto come sabbia fra le dita, si associa un evento alla vita di un lama, a un testo, a un fatto magico. Il tempo per loro è samsara e quindi sofferenza, oppure vuoto, vacuità.
Prima di essere governato dagli orologi, il tempo dei tibetani scorreva secondo cicli di sessant’anni, definiti associando dodici animali ai cinque elementi – presi in versione maschio o femmina – e ponendo ogni ciclo sotto il segno di un ulteriore animale che ne definiva la natura cosmica, ne descriveva gli intrecci celesti: allo scoccare di ogni ciclo si ripetevano sempre uguali ma diversi nella qualità della loro energia, rappresentata dall’animale totemico. Ma l’astrologo di Stato – mago tibetano del Tempo – se sottoposto forzatamente alle nostre domande, andrà ancora più in là, fino a parlare di cose incomprensibili: un mega ciclo calcolato a partire dal nirvana del Buddha, stelle e pianeti che tornano senz’esser presenti, catapulte con cui sconfiggere il nemico nella “battaglia finale”, divinità da visualizzare nella meditazione e poi sangue e sperma che giacciono come tesori inesplosi nel corpo degli esseri senzienti. E una Ruota del Tempo, Kalachakra, da conoscersi in quindici fasi, nel vuoto della trasmissione iniziatica. Essa ha il potere supremo di liberare l’individuo dall’ignoranza del Tempo e dunque di estirpare il cancro della Storia nel mondo.
Continua
Anno 2018: verrà la morte
Tema scottante, quello dell’amianto, di cui si è già parlato da queste parti. Per l’attualità e la delicatezza del tema, segnaliamo che a San Lazzaro di Savena, provincia di Bologna, verrà proiettato in prima nazionale il prossimo 4 dicembre il documentario Anno 2018: verrà la morte realizzato da Giuliano Bugani e Salvo Lucchese avvalendosi delle fotografie di Massimiliano Valentini.
L’appuntamento è presso la mediateca in via Caselle 22 a partire dalle 21.15 e questo di legge nel testo si presentazione (qui scaricabile in formato pdf):
Inchiesta documentaristica sugli effetti dell’esposizione all’amianto di ex lavoratori nelle fabbriche italiane, [contiene] interviste a ex lavoratori, familiari delle vittime dell’amianto, medici, magistrati, nelle quali si evidenziano le assenze delle istituzioni e in alcuni casi dei sindacati, riguardo la pericolosità del contatto con l’amianto. Tra il 2015 e il 2020, sono previste in Europa centinaia di migliaia di morti per esposizione. Ma il documentario pone un serio interrogativo: dov’è l’amianto oggi?
Leggere non solo è inutile, ma fa anche male
La verità, contrariamente a quello che pensa la maggior parte della gente, è che i libri sono pericolosi. Non soltanto spesso sono inutili, ma addirittura possono fare danni, persino peggiori di quelli prodotti dall’ignoranza. Leggere fa male, molto male. È un concetto difficile da accettare, soprattutto in tempi come i nostri di bestsellerismo imperante, di editoria over-size, di mega-store pieni zeppi di «novità», di super festival del libro e della letteratura (dove tutti vogliono vedere, già meno ascoltare, quasi mai leggere). Un concetto difficile da accettare in un Paese come il nostro dove si pubblicano tra i 60 e i 70mila libri all’anno ma dove meno del dieci per cento degli italiani legge più di un libro al mese. Un concetto difficile da accettare in questo sovraffollamento di titoli dove l’abbondanza soffoca la qualità e le parole scritte superano quelle lette.
Un concetto difficile da accettare ma sul quale vale la pena riflettere se a suggerirlo è una delle menti più sottili e brillanti del suo tempo, come lo fu Arthur Schopenhauer (1788-1860). Il suo scritto Sulla lettura e sui libri (in realtà un paragrafo dei celebri Parerga e paralipomena, che oggi la casa editrice La vita felice pubblica in una edizione «autonoma» con testo tedesco a fronte, pagg. 60, euro 6,50) è, in questo senso, illuminante. Una vera arte del non leggere. Il filosofo tedesco, attorno al 1850, metteva in guardia dal leggere. Soprattutto dal leggere troppo e dal leggere male. «Quando leggiamo, qualcun altro pensa per noi: noi ripetiamo solamente il suo processo mentale… quando si legge ci è sottratta la maggior parte dell’attività di pensare… Quindi accade che chi legge molto e per quasi tutto il giorno, piano piano perde la facoltà di pensare. Questo è il caso di molti dotti: hanno letto fino a diventare sciocchi». E più avanti: «Tanto più si legge, tanto meno ciò che si è letto lascia tracce nello spirito: diventa come una lavagna su cui si è scritto troppo e in modo confuso».
Continua
La piccola Alice e il suo meraviglioso mondo
Alice nel paese delle meraviglie ebbe un clamoroso successo di vendita non appena pubblicato, a dispetto delle recensioni inizialmente negative dei critici, e quel successo perdura fino ad oggi. Alice oltre lo specchio contiene altre avventure della stessa protagonista, la quale fu anche la prima destinataria di queste storie. Si chiamava Alice Liddell ed era una delle figlie di un famoso grecista, Henry Liddell, decano di Christ College, a Oxford, dove l’autore era docente di matematica.
Uomo timido, meticoloso, di modesta reputazione nella sua scienza, balbuziente, Dodgson diventava brillante solo in compagnia di bambine; con loro, sentendosi a suo agio, dimenticava persino di balbettare. Era sempre pronto a conoscere piccole amiche: in treno, sulla spiaggia, a passeggio. Una volta stabilito il contatto seguiva uno scambio di indirizzi e la richiesta ai genitori del permesso di frequentare la bambina. Lewis Carroll (lo chiamo ora così, con il suo pseudonimo letterario, dato che alle bambine si presentava in questa veste) era anche fotografo, in un’epoca in cui la fotografia era un’arte bambina, praticata solo da pochi. Carroll si offriva di ritrarre un’amichetta (a volte, anche sans habillement) e in genere i genitori acconsentivano con entusiasmo. L’amicizia con la bambina si sviluppava attraverso incontri, piccoli doni, lettere finché la pubertà non poneva fine all’idillio.
Le bambine più facili da incontrare erano le figlie dei colleghi di Carroll a Oxford e infatti l’autore frequentò assiduamente la piccola Alice e le sue sorelle per anni, finché un veto posto dalla madre, per motivi ad oggi non del tutto chiariti, non raffreddò la relazione.
Continua
Creative Commons in Noir: sabato la presentazione a Bologna
Creative Commons in Noir nasce come un concorso letterario declinato sotto una duplice chiave: la passione per il mistero e quella per la libertà di cultura. Gli autori che hanno deciso di mettersi in gioco sono stati sessantotto e i loro lavori sono stati passati a una giuria che ne ha selezionati dieci. E da questi ha preso vita l’antologia, uscita nella collana Euro/Millelire, che si andrà a presentare sabato 15 novembre, alle 18, presso la Libreria Irnerio di Bologna (via Irnerio, 27 - 051.25.10.50). All’incontro parteciperanno:
- Marcello Baraghini, direttore editoriale di Stampa Alternativa
- Marco Gallorini, ideatore e organizzatore del Copyleft Festival
- Jadel Andreetto, ensemble narrativo Kai Zen
- Bruno Fiorini, ensemble narrativo Kai Zen
Tra i vincitori che hanno confermato la loro presenza (ma chi volesse essere presente e dare la sua adesione ha sempre tempo per farlo), ci sono:
- Davide Bacchilega, autore di Scultura
- Michele Frisia, autore di Saint Vincent
- Alberto Giorgi, autore di Angelo mio
- Karim Mangino, autore di Il male
- Angela Venuti, autore di Una vera signora









