In memoria di Luigi Gozzi, il drammaturgo delle Moline

Luigi GozziÈ morto a Bologna il drammaturgo Luigi Gozzi. Aveva 73 anni. Era passato dalle ricerche del Gruppo 63, alla sperimentazione degli anni 70, fino all’incontro tra palcoscenico ed elettronica. Aveva fondato il Teatro delle Moline. Daniela Morandini ne è stata allieva. E questo è il suo ricordo. Più che un ricordo.

Teatro delle Moline, Bologna, martedì 23 settembre 2008. In questa scatola nera, con due entrate/uscite in fondo, come nella commedia dell’arte, Luigi Gozzi ha lavorato per più di trent’anni, sulle parole della commedia, sulla fisicità dell’attore, sulla trasmissione del sapere. Qui sono cresciute almeno due generazioni di persone. Tra queste ci sono anch’io. Oggi, l’uscita di scena. O è una beffa?

Il suo volto, serio, proiettato sullo schermo. Dietro c’e’ la sua bara. Sul palcoscenico si sono riunite le voci di questo luogo. Marinella Manicardi, la sua compagna nella vita e sul lavoro. Lui, intellettuale austero e divertito. Lei, attrice, discepola, presenza autonoma e indispensabile. Antonia, Caterina, Francesca. Le tre figlie. “Le bambine”. Quando erano piccole, in questo teatro, il papà aveva regalato loro un armadietto dipinto di rosso, pieno di oggetti di scena, colori, pennelli, fantasia da portare in giro.

Prendono il microfono Alessandra, Gianfranco, Gabriele, gli attori che per tanti anni si sono alternati nella sua compagnia, il Teatro Nuova Edizione. Un nome che riporta al Theatre National Populair di Jean Vilar. C’è Carlo, che ha fatto tante maschere. Ci sono le istituzioni. Il rettore Calzolari. L’assessore Guglielmi. Io non ci sono. Ma e’ una storia che mi appartiene.

Luigi aveva applicato alla scena gli stessi strumenti sperimentali che il Gruppo 63 usava per la critica letteraria. Luciano Anceschi era scettico, ma il progetto avrebbe funzionato. Luigi, con il fratello Alberto, porta in Italia autori ancora sconosciuti. Artaud, Genet. Negli anni 70 hanno bisogno di un luogo. Nasce il Teatro delle Moline, in quella via di Bologna dove c’e’ ancora un canale di antica navigazione. Anche se in pochi lo sanno. È uno scantinato nello storico palazzo Bentivoglio,dove hanno lo studio tanti pittori. Uno spazio nella zona universitaria. Poco lontano da dove l’11 marzo del 77, durante una manifestazione, un carabiniere avrebbe ucciso uno studente , Francesco Lorusso. Ventisei anni.

L’Università chiama Luigi ad insegnare, proprio mentre nella scatola nera c’è tanto da fare. Progettare un metodo di lavoro. Verniciare. Sistemare le sedie, scomodissime. Inchiodare una pedana che sia alla stessa altezza del pubblico. Circa sessanta posti. Lasciare macerare i giornali per fare le maschere, le scene. Tutto rigoroso, essenziale, pulito. Togliere il superfluo. Ripensare le parole, il suono, il testo, amplificarli, modificarli.

D’inverno alla Molin era molto freddo. C’era una stufa, ma non bastava. Il soffitto era altissimo. Meglio. L’acustica così era perfetta. Luigi lavorava sui classici. Un meticoloso smontaggio dei testi e di lavoro sull’attore. -La calandria-di Bibiena, -Otello!- da Shakespeare,-Il malato immaginario di Molière-,- -Maltempo – da Strindberg. Luigi smonta persino -La madre- di Brecht. Per alcuni è un modo per capire. Per gli ortodossi del teatro epico è un eretico. Un eretico che preferisce non uscire dal proprio teatro, dove tanti giovani continuano a crescere.

Io facevo le foto. Bianco e nero naturalmente. Si stampava in camera oscura, in cantina. Si sviluppavano le pellicole in scatole cilindriche, nere, con l’acido caldo per -tirar fuori la grana-, per inventare contrasti più duri. E ogni volta che si srotolavo il negativo, avevo il terrore di avere bruciato tutto. Che non ci fosse niente. E invece, ogni volta la foto accertava all’infinito ciò che era stato una sola volta. Non e’ nostalgia, Luigi si arrabbierebbe. La foto nasce dal teatro, non dalla pittura. È l’emanazione del soggetto ripreso. L’attore. Colui che agisce.

Il 2 agosto dell’80, la strage alla stazione. Alle 10 e 25 una bomba uccide ottanta persone e ne ferisce altre duecento. Luigi lavora sulla psicoanalisi. La scena del teatro si era spostata nella testa, nei sogni. -Freud e il caso di Dora-,-Anna O-.

Poi la malattia. -Non siamo pochi -scherzava- potremmo fare un partito-. Era una sclerosi multipla che pretendeva di bloccarlo su una sedia a rotelle, ma che non era riuscita a fermarlo. L’ultima volta che l’ho visto, Luigi mi ha riportata nella sua scatola nera. Ha aperto il teatro per me.
Era più o meno, Natale. Adesso, per entrate con lui in quel portone, bisogna mettere uno scivolo di legno per far salire la carrozzina. Adesso il Teatro delle Moline rientra nel programma culturale dell’Arena del Sole. Divertito, Luigi mi fa vedere la zona uffici. I camerini. Le sedie rosse. Adesso non è più freddo. Ma l’essenza della scatola nera e’ la stessa. Essere una sonda, ludica, nel teatro e nelle coscienze. Luigi non vuole che vada via. Gli passo Elisa, mia figlia, al telefono. -La tua mamma era più piccola di te, quando lavorava qui-. Cerca suoi ultimi libri e me li regala. -Autostrada-, un giallo per il teatro scritto con Fois e Lucarelli.E -L’attentato-, costruito insieme con tre giovani drammaturghi, Bonazzi, Floridia, e Paolucci. -Ma perché non ci sono più i video? – tuona- Dove sono andati a finire?-. Perché Luigi fino all’ultimo e’ inarrestabile davanti alla trasmissione del sapere.

Le mie foto sono ancora in archivio, ordinate per stagioni. Luigi, con la carrozzina, si diverte a passare dalle due entrate/uscite in fondo, come nella commedia dell’arte. Ci aspettiamo di vederlo rientrare ancora.

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