Pansa se n’è ‘gghiuto e soli ci ha lasciati

Gianpaolo PansaVerrebbe voglia di dire: Pansa se n’è ‘gghiuto e soli ci ha lasciati… Ma la decisione di Giampaolo Pansa di assumere finalmente una decisione conseguente al suo progressivo e ormai consolidato distacco dalla sinistra (dall’Italia della democratizzazione di massa, della discriminante antifascista, della solidarietà attiva con lavoratori, disoccupati e precari) e dal giornalismo di cronaca e di inchiesta introduce almeno un qualche elemento di chiarezza nella immagine professionale e culturale del popolare giornalista e scrittore.

Naturalmente, la decisione di abbandonare l’Espresso Pansa l’ha condita con il fumo di contraddizioni, di spacconeria e di goliardia di cui da tempo è entusiasta produttore. E soprattutto con la scelta non di approdare, più coerentemente, al Giornale o a Libero o a Panorama, ma in una testata accreditata dall’etichetta di “centrosinistra”, vale a dire il Riformista di Antonio Polito e, soprattutto, di un editore “molto motivato e libero” (assertiva e avaloriale definizione dello stesso Pansa) come Giampaolo Angelucci, della nota famiglia proprietaria di cliniche e del giornale di Feltri che aveva tentato di acquisire anche il controllo dell’Unità.

La poco credibile, quasi risibile motivazione addotta dall’interessato, per questo passaggio, la dice lunga sulla confusione che egli, si spera consapevolmente, fa sulle vere ragioni dell’evento. Non dice: non mi riconosco più – da anni, da decenni – nel centrosinistra e a maggior ragione nella sinistra, di cui l’Espresso è da sempre espressione giornalistica e culturale, e che pure, oggettivamente, negli ultimi anni, negli ultimi decenni ha di molto annacquato le proprie posizioni e le proprie scelte, diventando sempre più “liberale”, liberista e moderata. Non dice: questa sinistra è assai poco liberale, liberista e moderata, rispetto al cammino verso il centro e la destra che io ho fatto, come testimoniano i miei scritti degli ultimi anni e i miei libri “dalla parte dei vinti”, e quindi me ne libero e libero essa dall’equivoco della mia fastidiosa insistenza a dichiararmi elettore e intellettuale “di centrosinistra”.

No, questo Pansa non lo dice. Vuole ancora far credere – si spera, almeno che non abbia bisogno di crederlo ancora egli stesso in cuor suo – di stare dalla parte del “centrosinistra” e in particolare del suo settore più liberale, liberista e moderato di cui il Riformista si propone infatti come espressione e bandiera. La scarsa credibilità della motivazione è documentata proprio dalle parole di Pansa. In sostanza, afferma di lasciare lo storico settimanale fondato da Scalfari e Caracciolo perché esso “negli ultimi tempi sembra aver fatto della guerra al Caimano Berlusconi l’unica ragione della sua esistenza”, imboccando una “deriva girotondina”.

Ma come si fa a prendere sul serio Pansa, su questo? E’ a tutti noto che proprio sino ad epoca recente, sino all’affidamento della direzione del settimanale a Daniela Hamaui – e certamente per tutto il periodo della direzione di Claudio Rinaldi (che Pansa ha amato e definisce ancora “un eroe del giornalismo”) e della condirezione di Giampaolo Pansa (sì, del Pansa di cui stiamo parlando!) – all’Espresso venivano semmai attribuiti un eccesso di interesse per la politica e per il Palazzo, e un maniacale anti-berlusconismo. E’ a tutti noto che la direzione della Hamaui fu motivata e si è poi caratterizzata proprio sull’abbandono della linea politicistica, in favore delle inchieste e di una descrizione della realtà in tutti i suoi aspetti, anche di quelli più “moderni” e tradizionalmente meno praticati e apprezzati a sinistra.

La verità è che è Pansa ad essere cambiato e non ha il coraggio di dirlo, perciò pretende che gli altri siano cambiati, che l’Espresso sia cambiato. Ma poi è lui stesso a raccontare dell’imbarazzo in cui metteva Ezio Mauro con i suoi ultimi articoli su Repubblica (di cui era stato vice-direttore ai tempi delle più severe campagne di Scalfari contro Berlusconi!), prima di decidere di interrompere anche quella collaborazione. Anche Mauro in “deriva girotondina”? Tutti in “deriva girotondina”? Tutti cambiati, dalle sue parti, meno lui? Sarebbe più onesto e corretto ammettere o magari rivendicare: voi siete sempre gli stessi, più o meno, ma io sono cambiato e me ne vado…

Il resto è colore. Pansa, capricciosamente, valorizza i suoi 31 anni nel “gruppo” ma poi si pretende anche “zingaresco. Sono il più grande cambiagiornali”. Si scaglia contro “la retorica autocelebrativa” dei giornalisti ma poi enfatizza la testatina della sua rubrichetta di colore sull’Espresso (“Mi porto via anche il Bestiario. E’ un copyright mio, credo che a un vecchio signore come me consentiranno questo trasloco”), il leggendario binocolo “Zeiss, made in Ddr” con il quale seguiva i congressi di partito, la strabiliante invenzione delle “truppe mastellate”… Confonde la “ricetta suggerita da barbapapà Scalfari: ‘Un settimanale dev’essere libertino'”, per indicare “un prodotto imprevedibile, capace di contraddirsi e stupire”, col suo battutismo rubricario e con i suoi libri, prima tutti tagliati sulla vulgata dei “vincitori” e poi – imprevedibilmente, contraddicendosi e stupendo – tutti schiacciati sulle ragioni dei “vinti”…

Detto questo, la parabola seguita da Giampaolo Pansa appare, per molti aspetti, una metafora del declino dell’impegno, della lucidità e dell’intelligenza giornalistica italiana. Da brillante cronista e arguto inchiestista – in particolare sul Giorno, sul Corriere della Sera e nei primi anni di Repubblica – si è via via innamorato di se stesso e delle parole, riducendo le proprie cronache, appunto, in colore e sempre più massicciamente in battutismo, sino alla superficialità e alle arbitrarie, assertive e goliardiche ultime esibizioni sull’Espresso, specie nell’autocelebrato Bestiario e nei rari pezzi di “situazione politica” scritti a tavolino. Era evidente che l’antico “giornalista di sinistra” si riconosceva sempre meno nella sinistra e si sentiva sempre più stretto in un ruolo di “bastian contario” senza spessore; che si riconosceva sempre meno nel lavoro di cronaca e di inchiesta pure da lui esercitato con rara bravura sino a qualche decennio fa. Di qui, probabilmente, il suo accentuato impegno come narratore, dove ha potuto sviluppare in libertà (e con crescente convinzione) le sue indubbie capacità di scrittura e i suoi nuovi orizzonti e ripensamenti politico-culturali.

(Questo articolo è stato pubblicato su Infodem lo scorso 2 ottobre)

3 thoughts on “Pansa se n’è ‘gghiuto e soli ci ha lasciati

  1. Ottimo questo pezzo di Lopez, la parabola di Pansa ricorda molto quella di Guzzanti, solo che ora potremmo assistere ad un paradosso pazzesco: Guzzanti sta diventando antiberlusconiano e quindi potrebbe rivestire i panni del Pansa antiberlusconiano feroce che io ricordo bene, era molto antiberlusconiano quando conveniva parecchio al suo editore, ora forse non gli conviene più. In sostanza si scambieranno i ruoli, Pansa e Guzzanti, due intellettuali interscambiabili, due intellettuali molto troppo italiani.
    Comunque come capperi si fa a non odiare Berlusconi? Ditemelo perché ancora non l’ho capito.

  2. Ho appreso con sorpresa della “dipartita” di Pansa dall’Espresso. Premetto che sono un abbonato dell’Espresso e, da sempre, la prima lettura del settimanale la riservavo al “Bestiario”. Da oltre un anno, peró, questo “ius primae lecturae” non mi interessava piú. Il tono di Pansa era diventato sempre piú logorroico e autoreferenziante. Niente piú quel sano sdegno che me lo aveva fatto amare per moltissimi anni. Troppi cambiamenti per me. E credo sia stato lo stesso per tantissimi lettori dell’Espresso. A sua difesa posso solo dire che, in effetti, la Sinistra attuale merita in pieno le critiche che spesso Pansa ha messo nero su bianco. Ma questo no attenua la mia delusione nel vedere un grande giornalista finire a fare del gossip politico non costruttivo. Grazie di tutto Pansa, finché é durata la luciditá é stato bello, adesso non piú…
    Spero solo che non diventi come Guzzanti, presidente di qualche ineffabile commissione d’inchiesta come la Mithrokin, per difendere le ragioni di quei “vinti” (post ed ex fascisti, per esempio)che ultimamente rivaluta con tanto impegno ed ardore.
    Peccato

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