“Terremoto a Tirana”: il romanzo della Storia / 2
Ho conosciuto molti scrittori. Fatos Kongoli, Besnik Mustafaj, il più povero ambasciatore a Parigi, Bashkim Shehu, traduttore del mio Breviario, figlio di quel Mehmet Shehu “suicidato” all’epoca di Enver Hoaxha, Mimosa Ahmeti e Fatos Lubonja. Il ministro degli esteri di allora, Pashkal Milo, mi consegnò il suo saggio La grande Albania tra finzione e realtà:
Un’idea presente nei programmi e nella propaganda di quattro-cinque partiti che insieme raccolgono i consensi del 5-7% del corpo elettorale… I nostri sforzi sono tesi a creare una Balcania integrata ed europeizzata.
All’incontro con gli scrittori, spinto dai colleghi italiani, ho tenuto una specie di discorso introduttivo, simile a quello pronunciato due anni addietro a Belgrado:
Siamo costretti, di generazione in generazione, a difendere il nostro retaggio, ma arriva il momento in cui dobbiamo difenderci da questo retaggio, dal passato… Per sopravvivere nei secoli abbiamo dovuto salvare la memoria, ma poi arriva il momento in cui dobbiamo salvare noi stessi da essa, dal veleno di certe memorie. Il ritorno al passato è una chimera… Il ritorno del passato è una tragedia.
Se di un vantaggio possono andar soddisfatti gli albanesi, esso consiste nel fatto che fra di loro le diversità di credo religioso non hanno creato finora spaccature nel popolo, afflitto peraltro all’epoca da miseria e disgrazie. “Ma continueremo a restare uniti quanto diventeremo ricchi e si svilupperà la coscienza delle ‘diversità religiose’?” mi chiedevano allora. A quanto sembra, nulla a tutt’oggi è cambiato in questa pacifica convivenza. Il fondamentalismo islamico qui non metterà facilmente radici.
Oltre a Kruja, la cittadella dell’assedio da parte dei turchi narrato da Karadé ne I tamburi della pioggia, ho visitato Berat e il suo magnifico museo bizantino, uno dei più splendidi dei Balcani. L’ultimo giorno andammo sulla costa, al mare di Durazzo. Era già l’ora del crepuscolo. Da questa parte dell’Adriatico il sole affonda nel mare e deriva da questo il fenomeno della parola slava suton: da su(nce)-sole e ton(e)-affonda. Sulla sponda occidentale, invece, il sole precipita dietro i monti: gli italiani dicono infatti tramonto. Spero di trovare un giorno il tempo per scrivere alcune osservazioni sui crepuscoli. Sul nostro “crepuscolarismo” adriatico.
Dall’aereo, sulla via del ritorno, ammiro Valona e il suo golfo. Il sole si accinge a immergersi nel mare tra Saseno e Karakurun, l’immaginario confine che divide l’Adriatico dallo Jonio. Dico immaginario per dire inventato, inesistente: perché il mare non conosce confini. Su tutte le isole, dalmate, albanesi, italiane, le capre leccano la rugiada sull’erba e sulle pianticelle, spegnendo così in parte la sete. Hanno tutta la vita. Com’è il gusto della rugiada? Da queste parti c’è di tutto, fuorché la felicità o la fortuna: sono più rare di ogni altra cosa.
Terremoto a Tirana - Intrighi, amori e spie al crollo del comunismo di Serena Luciani
Collana Eretica Speciale
408 pagine
ISBN 978-88-6222-044-6
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