Ci imbrogliano persino sul termine “radicale”

La casta dei giornaliUno dei mali di questo nostro Paese – prodotto evidentemente da altri mali ma produttore a sua volta di altri ancora – è la radicalità. Beninteso, la radicalità esibita, delle parole. Di più: il professionismo della radicalità. La sua parte l’ha fatta, anche qui, soprattutto qui, la tv: il ragionamento intelligente e il confronto fra due persone, pur di parere contrario, che cerchino di capire e di farsi capire, “non bucano” lo schermo (almeno così ci assicurano gli addetti ai lavori, anche se ci sarebbe da discutere, se fosse possibile). In tv, specie nella nostra tv, prevalgono le forzature, le esagerazioni e ancora di più le caricature e le macchiette. Se uno si ostina a ragionare, se non è pro o contro, bianco o nero, “comunista” o “anti-comunista”, berlusconiano o “anti-berlusconiano”, non c’è spazio per lui. Si rassegni alla marginalità o, al più, a seconda di questo o quel passaggio o pezzo del suo ragionamento, di essere strumentalizzato o assorbito, di volta in volta, in uno schieramento o in un altro.

E non è questione solo di tv. Anche sui giornali vengono oggettivamente premiati le dichiarazioni tranchants e le posizioni estreme (o estremizzate), e ancora di più se volgari. Se sei un deputato e fai una dichiarazione ragionata - anche se con efficace sintesi di una riflessione intelligente e in una qualche misura utile al dibattito politico - difficilmente troverai spazio sui giornali. Ma se consenti alle agenzie di mandare in rete, per esempio, un insulto, puoi essere quasi sicuro che un titolo o un titoletto lo avrai. E in un sistema in cui la visibilità è tutto, ne consegue che i giornali stimolano e incoraggiano di fatto i bassi istinti dei politici e la “cattiva politica”. In misura e forme diverse anche la “cattiva cultura”, la “cattiva economia”, il “cattivo sport”… E infine la stessa “cattiva tv”. Così il cerchio si chiude. E non se ne esce più.

Va poi chiarita, una buona volta, una cosa da noi ampiamente ignorata e offuscata. Esiste una radicalità dei modi e appunto delle parole, e invece una radicalità della sostanza e dei contenuti. Perlopiù le si confonde e, spesso, le si ribalta. Succede qui un po’ quello che succede con l’esaltato “pensare positivo”. Bisognerebbe invece agire positivo (l’ottimismo della volontà) e pensare un po’ più problematicamente, per come inevitabilmente problematica e complessa è la realtà in cui ci tocca vivere, di cui ci tocca trattare e che vogliamo migliorare (il pessimismo dell’intelligenza). Così, specie in politica, una cosa è il radicalismo dei modi, magari di uno scalmanato o di un furbastro, altro la radicalità di ciò che si dice, si propone e si fa. In questo senso, se si vuole cambiare in meglio il mondo – in una società complessa come quella italiana – niente appare più adeguata della coppia costituita dal radicalismo delle analisi e dei contenuti (frutto del pessimismo dell’intelligenza) e dal “gradualismo” della ricerca di soluzioni, coerenti con quelle analisi, concretamente praticabili (gradualismo evidentemente possibile solo con l’ottimismo della volontà).

Una delle conseguenze della confusione esistente e creata al riguardo – confusione di cui si nutrono abbondantemente i titolari di conflitti di interesse, i “professionisti della politica”, i profittatori di regime, i “galleggiatori”… - è paradossalmente l’accusa di radicalità a moderati, ad esempio, come Di Pietro e Travaglio, e la generale, indistinta, sistematica professione di “riformismo” da parte di chi ha in realtà interesse allo status quo e finalizza di fatto ogni suo atto alla conservazione dell’esistente, peraltro nei suoi mali e vizi peggiori.

Travaglio, anche nella sua ultima intervista (La Stampa, 21 settembre 2008), ribadisce due cose che ci si ostina, strumentalmente, a rimuovere: che è un moderato e non vota la destra perché c’è Berlusconi; che “il mio scopo è informare, non far vincere il centro-sinistra”. Travaglio, insomma, appare radicale nei modi (solo perché esercita radicalmente la sua professione: e in effetti è difficile oggi fare con dignità e schiena dritta il giornalista in Italia senza farsi schiacciare e diffamare come estremista e “radicale”), essendo in realtà un moderato, forse anche un conservatore.

Lo stesso Di Pietro che cos’è se non un moderato, con punte in qualche caso persino reazionarie? Passa anche lui per un pericolosissimo estremista – di più: un odiato Robespierre (che orrore che faceva uno come Bondi, segretario di Berlusconi elevato da Berlusconi alla dignità di ministro della Repubblica, lanciargli con recitato disprezzo in tv: “Lei mi fa orrore!) – solo perché tale è la sorte di chi si ostina a ritenere fondamentale in questo Paese la legalità e il rispetto delle leggi, delle norme, delle regole…

Non è strettamente necessario considerare Di Pietro la soluzione del caso italiano o avere in gran simpatia Travaglio per ritenere che, finché la classe politica italiana sarà, pressocchè tutta, intenta a badare essenzialmente alla propria sopravvivenza come casta al potere – in forme sempre più spregiudicate e feroci man mano che cresce in essa la disperata consapevolezza di non rappresentare più la società italiana (si pensi solo progressivo, ossessivo aumento dei “costi della politica”, e alla negazione del pur minimale diritto del cittadino/elettore di mettere una crocetta su nomi di candidati comunque decisi dall’oligarchia partitica) – la gente continuerà ad essere imbrogliata persino sul significato di termini come “radicale” o “moderato” o “riformista”. Per non parlare dell’etichetta di “antik-politica” appioppata a questo e a quello proprio da parte di chi fa strame quotidianamente della dignità della politica e dei principi più elementari della democrazia rappresentativa.

(Questo editoriale è stato pubblicato su Infodem lo scorso 22 settembre.)

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