Lettere al di là del Muro: il Paese che non c’è

Lettere al di là del Muro - Dai bambini palestinesi dei campi profughi di Stefano Apuzzo, Serena Baldini, Barbara ArchettCome si può vivere in un Paese che non esiste? Ci vuole tutta la fantasia e l’incoscienza di un bimbo. Il Paese che non c’è, invece, esiste davvero ed è popolato da almeno quattro milioni di persone, mentre altrettanti vivono dispersi nei quattro continenti: uomini, donne, bambini; soprattutto anziani. Il Paese che non c’è è tutto nascosto dietro ad un alto Muro di cemento, i suoi abitanti non possono uscire e gli altri non possono entrarvi. Una volta era una terra verde ornata di ulivi centenari, ma molti di questi alberi, dal legno tortuosamente ricamato, sono stati tagliati. Nel Paese che non c’è si entra solo attraverso i passaggi guardati a vista dai soldati con i loro M16 a tracolla, presidiati dai metal detector, dai rilevatori di impronte digitali; circondati dal filo spinato e con le porte girevoli in acciaio.

Da quelle porte può passare solo chi ha in tasca un permesso speciale, la carta blu. Molti abitanti del Paese che non c’è hanno parenti e amici fuori dalle mura, coltivavano le terre rimaste oltre il filo spinato, ma non ci possono più andare. I soldati non li fanno passare. Gli abitanti del Paese che non c’è, rimasti fuori dal Paese che non c’è, sono privati della propria identità ed è vietato loro sventolare la bandiera quadricolore del Paese che non c’è. Questo strano Paese, in bilico tra il sogno e l’incubo, ha sempre meno spazio, le terre sono requisite dai soldati, le case abbattute per ragioni di sicurezza o per far posto ai nuovi arrivati da fuori. Il commercio tra i villaggi è vietato, molti negozi sono stati chiusi delle Autorità militari.

Anche i bambini che abitano, o che sono nati, nel Paese che non c’è portano il marchio indelebile di una colpa antica e ignota: la loro terra e le loro case erano state promesse, a loro insaputa, a un altro popolo. Un popolo perseguitato in terre lontane e sterminato a milioni. Un popolo che, migliaia di anni prima, viveva anch’esso nel Paese che non c’è e che oggi si è costruito un Paese tutto per sé, dove mai più nessuno potrà perseguitarlo o fargli del male. Per crudeltà del destino e della storia, però, chi abitava nel Paese che non c’è, prima di questo popolo oggi felice, è stato cacciato con la violenza dalle proprie terre e dalle proprie case e oggi vive recluso in riserve come quelle degli indiani d’America, circondati da un Muro di cemento, da filo spinato e da torrette militari.

Il mondo fa finta di non vedere come vivono i tanti abitanti che si accalcano nei villaggi del Paese che non c’è, stretti tra angherie e stenti che di frequente s’infliggono anche l’un l’altro. E d’altronde come può vedersi un Paese che non c’è? Gli abitanti di questo Paese immaginato non sono né tristi né rassegnati. Nei mercati e tra le bancarelle fanno sfoggio di mille colori e stoffe sgargianti: arancioni, terre e turchesi, i colori del magico Oriente. Tra le viuzze dei villaggi del Paese che non c’è, si respirano mille spezie profumate e incensi che si mescolano all’odore di polpette fritte e carne abbrustolita, puzzo di latrine e fogne mal funzionanti. I vestiti e la pelle s’impregnano di queste essenze forti che, tutte mischiate insieme, formano l’odore di un popolo vivo. I bambini giocano e studiano nella polvere, respirano i fumi dell’immondizia bruciata, sono quasi tutti poveri e non vanno mai in vacanza; non possono uscire dalla gabbia di cemento e se anche uscissero non saprebbero dove andare.

Quasi ogni giorno qualcuno di loro muore, perché se lanciano i sassi, i soldati di fuori sparano oppure qualche aereo senza pilota e senza cuore, ma con occhi da lince, lancia un razzo per colpire un loro parente che ha sbagliato o che aveva intenzione di fare del male a quelli di fuori. Si sa, nelle guerre i bambini non vincono mai.

In molti villaggi del Paese che non c’è mancano l’acqua, le medicine e, a volte, il cibo. Ma i bambini che ci abitano, le loro sorelle, i fratelli più grandi e perfino i nonni, non hanno smesso di ridere, di scherzare e di sperare. Sperano che un giorno il mondo si accorga di loro e li liberi, che il Muro si sgretoli, come altri prima di questo, e che possano avere, come tutti i bambini del mondo, una terra dove crescere e giocare. Finalmente un Paese che c’è.

Lettere al di là del Muro - Dai bambini palestinesi dei campi profughi di Stefano Apuzzo, Serena Baldini, Barbara Archetti
Collana Ecoalfabeto
168 pagine
ISBN 978-88-6222-046-0

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