Alice Banfi, amazzone di questo tempo

350px-amazzone_capitolini.jpgHo conosciuto Alice Banfi, dopo aver letto per tre volte il suo romanzo autobiografico Tanto scappo lo stesso. Il testo e l’autrice sono una cosa sola… È difficile trovare una narrazione senza scrittura, una narrazione fatta di voce e di carne: lingua viva, lingua di madre con i segni del corpo e delle pietre.

Alice è una ragazza meravigliosa e si è data forza come le amazzoni che si bruciavano le mammelle perché pare che questa pratica desse loro maggiore forza al braccio che avrebbe teso l’arco. E Alice s’è procurata ferite secondo quell’atavica costumanza, per meglio prepararsi ad imbracciare l’arco. Per la sua guerra. E con una forza micidiale ha lanciato le sue frecce trafiggendo i corpi, la carne, i nervi di tutti quelli presenti a Pitigliano. Ha lasciato una traccia, un segno, un riso, una speranza.

I tatuaggi di Alice sono come i tatuaggi spiraliformi ritrovati ancora visibili (in alcune tombe in Cina e Kazakistan ) nelle facce e piedi mummificati di donne guerriero e sacerdotesse della Luna. Cosa ci ha detto Alice? L’essere umano ha la possibilità misteriosa di capovolgere il suo atteggiamento, di passare dall’egoismo, che è la norma della sua vita quotidiana, alla compassione; quando ciò avviene, egli agisce moralmente e, cosa rilevante, trova la sua felicità…

Alice si è sforzata e si sforza di fare ciò e se le è capitato tutto quello che le è capitato è perché ha annullato in sé la volontà che mira solo alla propria soddisfazione, è uscita fuori di sé, col pensiero, per partecipare del dolore altrui. E’ stato il suo modo di sottrarsi alla legge del dolore… Prendendolo di faccia, affrontandolo come una guerriera, con il suo arco e le sue frecce, alla ricerca della felicità e della passione comune. Non lasciamola sola. Significherebbe perdere la nostra guerra.

Alice ha tanta strada davanti a sé, la sua testimonianza, le sue denunce contro la contenzione sono un’armata di amazzoni sul fronte… che ha bisogno di un costante rifornimento dalle retrovie, di compagni e fratelli disposti a dare una mano in battaglia, come tanti e tanti che si fanno avanti, a partire da sua madre, Peppe dell’Acqua e Marcello Baraghini. Grazie a loro e ad Alice stessa, all’ex magazzino Giustacori a Pitigliano ho potuto imparare qualcosa.

Alice, in te grida una belva che sa di natura e foreste. Il tuo viaggio all’inferno è degno delle tue sorelle: Inanna, Ishtar, Astaroth, Anahita, Innari, Iside, Demetra, Cerere e Psiche. Ti sei calata dentro te stessa a far pace con la belva che ruggisce. Se non ti immergevi non avresti visto la morte ma neppure la vita. Per incontrare il mostro dentro di te, per affrontarlo, ti sei fatta sacerdotessa-guerriera del sangue e del figliare, selvaggia come le fiere e tenera come una lupa che allatta. In te le pulsioni vittoria sui guardiani.

Nel tuo tempio non hai scritto “onora il padre” ma sciami di delirio, uva e balli; nei luoghi aperti di foreste hai scritto: “conosci te stessa e gli altri”. Sacerdotessa della luna che danza sotto il cielo, donna tra le donne e gli uomini di questo cupo tempo, dei silenzi inflitti e delle parole addomesticate. Non più birra e pane nella solitudine, ma donna in cerca della terra, della madre e della vita, donna che vuole diventare donna, come acqua a spegnere sete e frescura nella notte. Con la paura che diventa parola concessa, possibilità senza il baratro dell’orrore.

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