“Terremoto a Tirana”: il romanzo della Storia / 2
Ho conosciuto molti scrittori. Fatos Kongoli, Besnik Mustafaj, il più povero ambasciatore a Parigi, Bashkim Shehu, traduttore del mio Breviario, figlio di quel Mehmet Shehu “suicidato” all’epoca di Enver Hoaxha, Mimosa Ahmeti e Fatos Lubonja. Il ministro degli esteri di allora, Pashkal Milo, mi consegnò il suo saggio La grande Albania tra finzione e realtà:
Un’idea presente nei programmi e nella propaganda di quattro-cinque partiti che insieme raccolgono i consensi del 5-7% del corpo elettorale… I nostri sforzi sono tesi a creare una Balcania integrata ed europeizzata.
All’incontro con gli scrittori, spinto dai colleghi italiani, ho tenuto una specie di discorso introduttivo, simile a quello pronunciato due anni addietro a Belgrado:
Siamo costretti, di generazione in generazione, a difendere il nostro retaggio, ma arriva il momento in cui dobbiamo difenderci da questo retaggio, dal passato… Per sopravvivere nei secoli abbiamo dovuto salvare la memoria, ma poi arriva il momento in cui dobbiamo salvare noi stessi da essa, dal veleno di certe memorie. Il ritorno al passato è una chimera… Il ritorno del passato è una tragedia.
L’imbroglio sul termine radicale e l’imbroglio di cui sono vittima i radicali
L’articolo che segue, di Beppe Lopez, è tratto dal sito internet www.infodem.it. A colpire il titolo: Ci imbrogliano persino sul termine “Radicale”. Lopez è giornalista di antico pelo: è stato tra i fondatori di “Repubblica”, per una ventina d’anni è stato giornalista parlamentare; e nel suo curriculum anche l’attività di editorialista e inviato di economia per “Il Globo” e i “Quotidiani associati”.
È anche autore di un libretto, pubblicato nella collana “Eretica” di Stampa Alternativa: La Casta dei giornali (così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici). Libretto di molti pregi, e probabilmente per questo è stato per lo più ignorato. Ma per tornare all’editoriale. Chi è interessato lo potrà leggere in coda a queste riflessioni a margine. Il discorso di Lopez in realtà va al di là dell’imbroglio che si denuncia nel titolo, il suo è un discorso interessante sul modo di fare (o di non fare) informazione, televisiva e non, riflessione più che mai opportuna e necessaria; benvenuta, e non ci si può che augurare che non resti una voce isolata nel deserto. Si deve però confessare che quel titolo, chissà, forse per una sorta di riflesso pavloviano ad altro ci faceva pensare.
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Le veline di Mussolini: le note di servizio
Il Ministero della Cultura Popolare comunicava le sue disposizione alla stampa con le note di servizio definite, tra gli “addetti ai lavori”, veline. Queste, il cui contenuto era strettamente riservato e che venivano chiamate così dal tipo di carta su cui erano battute a macchina in più copie, venivano inviate, più volte al giorno, ai direttori dei giornali dal Ministero della Cultura Popolare con precise direttive sullo spazio da dedicare alle notizie e alle fotografie da pubblicare. In questo modo il Ministero della Cultura Popolare esercitava un’azione di controllo e di censura su tutto il tessuto socio-economico del Paese.
Si stava realizzando quello che era stato auspicato da Mussolini il 10 ottobre 1928 quando, parlando ai Direttori dei giornali italiani, aveva detto:
Il giornalismo italiano è libero perché serve soltanto una causa e un Regime; è libero perché, nell’ambito delle leggi del Regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione…
Ci imbrogliano persino sul termine “radicale”
Uno dei mali di questo nostro Paese – prodotto evidentemente da altri mali ma produttore a sua volta di altri ancora – è la radicalità. Beninteso, la radicalità esibita, delle parole. Di più: il professionismo della radicalità. La sua parte l’ha fatta, anche qui, soprattutto qui, la tv: il ragionamento intelligente e il confronto fra due persone, pur di parere contrario, che cerchino di capire e di farsi capire, “non bucano” lo schermo (almeno così ci assicurano gli addetti ai lavori, anche se ci sarebbe da discutere, se fosse possibile). In tv, specie nella nostra tv, prevalgono le forzature, le esagerazioni e ancora di più le caricature e le macchiette. Se uno si ostina a ragionare, se non è pro o contro, bianco o nero, “comunista” o “anti-comunista”, berlusconiano o “anti-berlusconiano”, non c’è spazio per lui. Si rassegni alla marginalità o, al più, a seconda di questo o quel passaggio o pezzo del suo ragionamento, di essere strumentalizzato o assorbito, di volta in volta, in uno schieramento o in un altro.
E non è questione solo di tv. Anche sui giornali vengono oggettivamente premiati le dichiarazioni tranchants e le posizioni estreme (o estremizzate), e ancora di più se volgari. Se sei un deputato e fai una dichiarazione ragionata - anche se con efficace sintesi di una riflessione intelligente e in una qualche misura utile al dibattito politico - difficilmente troverai spazio sui giornali. Ma se consenti alle agenzie di mandare in rete, per esempio, un insulto, puoi essere quasi sicuro che un titolo o un titoletto lo avrai. E in un sistema in cui la visibilità è tutto, ne consegue che i giornali stimolano e incoraggiano di fatto i bassi istinti dei politici e la “cattiva politica”. In misura e forme diverse anche la “cattiva cultura”, la “cattiva economia”, il “cattivo sport”… E infine la stessa “cattiva tv”. Così il cerchio si chiude. E non se ne esce più.
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L’uomo nell’ombra: un intreccio di personaggi
Ci sono scrittori che riescono così bene a descrivere le città in cui ambientano i loro romanzi da far provare ai loro lettori la sensazione fisica di esserci stati, pur non avendole mai visitate. Come la Trieste di Giuliana Iaschi. Leggendo il suo L’uomo nell’ombra si sente la bora scendere lungo il colletto fino a far inarcare la schiena in reazione al freddo inaspettato, si attraversa una città divisa tra due nazioni appena uscite dalla guerra, ci si gode il profumo del Mare Adriatico ancora immune dall’inquinamento dei nostri giorni.
È una Trieste lontana nel tempo, quella descritta da Iaschi, la Trieste dei primi anni Cinquanta, da pochi anni dichiarata “territorio libero”, ma ancora sotto il controllo del Governo militare alleato. È in questo contesto che si muovono una ragazza, una maschera di cinema dal torbido passato, un militare americano, una giovane coppia di sposi e la madre di lei, un ragazzino che si destreggia con abilità tra il dialetto e l’inglese, un prete tormentato dai sensi di colpa e un ispettore appena trasferito dalla Capitale. L’assassino, sia chiaro, viene presentato quasi subito nel suo agire criminoso: perché la morte di due donne (non diremo di più per non rovinare il gusto della lettura) è solo l’occasione per raccontare l’intrecciarsi senza sosta di questi personaggi in una città che – dice l’ispettore Sauli – “non era né Italia né estero ma un altrove tenuto faticosamente assieme da quel governo militare alleato che non sempre era all’altezza della situazione”.
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Lettere al di là del Muro: il Paese che non c’è
Come si può vivere in un Paese che non esiste? Ci vuole tutta la fantasia e l’incoscienza di un bimbo. Il Paese che non c’è, invece, esiste davvero ed è popolato da almeno quattro milioni di persone, mentre altrettanti vivono dispersi nei quattro continenti: uomini, donne, bambini; soprattutto anziani. Il Paese che non c’è è tutto nascosto dietro ad un alto Muro di cemento, i suoi abitanti non possono uscire e gli altri non possono entrarvi. Una volta era una terra verde ornata di ulivi centenari, ma molti di questi alberi, dal legno tortuosamente ricamato, sono stati tagliati. Nel Paese che non c’è si entra solo attraverso i passaggi guardati a vista dai soldati con i loro M16 a tracolla, presidiati dai metal detector, dai rilevatori di impronte digitali; circondati dal filo spinato e con le porte girevoli in acciaio.
Da quelle porte può passare solo chi ha in tasca un permesso speciale, la carta blu. Molti abitanti del Paese che non c’è hanno parenti e amici fuori dalle mura, coltivavano le terre rimaste oltre il filo spinato, ma non ci possono più andare. I soldati non li fanno passare. Gli abitanti del Paese che non c’è, rimasti fuori dal Paese che non c’è, sono privati della propria identità ed è vietato loro sventolare la bandiera quadricolore del Paese che non c’è. Questo strano Paese, in bilico tra il sogno e l’incubo, ha sempre meno spazio, le terre sono requisite dai soldati, le case abbattute per ragioni di sicurezza o per far posto ai nuovi arrivati da fuori. Il commercio tra i villaggi è vietato, molti negozi sono stati chiusi delle Autorità militari.
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“Terremoto a Tirana”: il romanzo della Storia / 1
Non sono pochi gli esempi, in letteratura, di racconti e romanzi ambientati nel mondo diplomatico. Quasi sempre, gli autori ne fanno parte. Per restare nei Balbani, abbiamo nel ‘900 due esempi molto diversi: Il fischio al naso di Lawrence Durrell (cui si fa riferimento in Terremoto a Tirana), è un racconto satirico sull’esperienza dell’autore come diplomatico a Belgrado fra le due guerre. La cronaca di Travnik del grande Ivo Andric è un romanzo ambientato in Bosnia nell”800. Se Durrell illumina con leggerezza vizi e pregiudizi dell’ambiente, Andric catapulta un console e un viceconsole francesi in quel guazzabuglio di comunità diverse che allora convivevano: serbi, croati, ebrei, turchi. Ne esce potente il quadro dell’incontro-scontro fra Oriente e Occidente, con le sue reciproche incomprensioni.
Questo romanzo di Serena Luciani si basa liberamente ma in modo vissuto e documentato sulla sua esperienza come direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura a Tirana negli stessi anni in cui si snodano le vicende narrate, anni speciali, dal 1989 al 1991, nei quali giunge a compimento l’esperienza del comunismo nei Paesi dell’Est europeo. Purtroppo, nel sangue in Romania e Jugoslavia. Per fortuna, in modo sorprendentemente pacifico negli altri. Attraverso la coralità dei personaggi il romanzo apre interrogativi più che fornire risposte, evitando così un giudizio manicheo, che non si addice all’opera d’arte e men che meno a un’esperienza che non ha conquistato ancora la giusta distanza per un giudizio storico definitivo.
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Cronache pazzesche dal Festival Resistente / 1
Primo giorno: Mantova giovedì 4 settembre, sede di Rete 180, La voce di chi sente le voci. Arrivo, lo spazio all’aperto è già pieno di gente, incontro qualche amico, abbracci, saluti… Apro il mio valigione a rotelle, trolls, troller, come diavolo si chiama! Tiro fuori le magliette stampate con il manifestino del festival, trovo un buco su’n banchetto e le affido alle ragazze di “Depression is Fashion!”. Guardo il banchetto dei libri, vedo quello di Gianna, quello di Peppe, altri e il mio… poche copie, l’avevo previsto! Eh! Eh! (Vecchia volpe trentenne!)
Così estraggo una decina di libri dal mio troller, infine tiro fuori il mio fantastico tutù di tulle rosa doppio strato e lo infilo sopra ai pantaloni. Sono pronta … mmm … manca qualcosa: La Birra! Mi indicano un bar, corro, compro tre birre, ri-corro indietro, arrivo e incontro Simona!
“Dottoressa! Quanto tempo! L’ho aspettata tanto”.
“Ti avevo detto che sarei venuta, ma non sono dottoressa!”.
“Ma sì, dottoressa, come sta?”
“Bene, bene… Sai dove posso mettere le birre?”
“Ma certamente, dottoressa, gliele metto in frigo”.
“Grazie, Simona”.
“Si figuri, è un piacere!”.
Mi allontano con il mio tutù svolazzante, birra in mano e sigaretta in bocca. Bevo, fumo, fumo, bevo… Mi guardo in giro, Carlo mi aspetta per l’intervista.
“Un attimooo!”, lo faccio aspettare, ri-fumo, ri-bevo, ri-fumo.
“Eccomi!”.
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Le veline di Mussolini: il presidio contro la libertà di stampa
Nei primi anni del fascismo il controllo della stampa italiana avveniva attraverso l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio, un organismo che Mussolini, nel 1923, aveva accentrato presso di sé in considerazione della sua importanza a fini politici. Tra il 1923 e il 1928 il fascismo, con una serie di provvedimenti legislativi, soppresse la libertà di stampa in Italia. Successivamente, nel 1934, un decreto legge trasformò l’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio in un Sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda che, articolato su tre Direzioni Generali, assunse le competenze riguardanti stampa italiana, stampa estera e propaganda.
Con un provvedimento del 1935 il Sottosegretariato fu elevato a Ministero per la Stampa e la Propaganda. Nel 1937, infine, la denominazione di Ministero per la Stampa fu modificata in quella di Ministero della Cultura Popolare: era nato così quello che venne definito Minculpop. Il suddetto Ministero si imperviana, oltre che su sei Direzioni Generali (stampa italiana, stampa estera, propaganda, cinematografia, turismo, teatro) anche su alcuni enti di diritto pubblico. Tra questi ricordiamo l’Istituto Nazionale Luce, la Discoteca di Stato, l’Ente Provinciale per il Turismo, l’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR) e la Società degli Autori ed Editori.
Nel 1936 venne conferita al Ministero per la Stampa e la Propaganda facoltà di destinare propri funzionali presso le Prefetture con l’incarico di “addetto stampa”. Recita in proposito il Codice della Stampa di Giulio Benedetti:
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Lettere al di là del muro: smontare un’iconografia
Decenni di filmografia americana sono riusciti a trasformare le vittime in carnefici e viceversa. Gli Apache, gli Iroki e le altre nazioni indiane indigene, nell’immaginario collettivo, non erano più vittime del maggior genocidio compiuto nella storia dagli europei. No, questi popoli erano diventati, agli occhi del mondo, “i cattivi”, coloro che assalvatano carovare e villaggi dei “bianchi” (”i buoni”) sgozzando, stuprando e tagliando lo scalpo. Anche quest’ultima gentilezza, al pari del taglio della testa, diffusa e praticata nel vecchio continente dai Celti e in Asia dagli Sciiti, diventava un marchio registrato degli “indiani” del Nord America.
Il cinema ieri e oggi la televisione riescono a stravolgere la storia e la realtà a furia di un martellamento propagandistico di messaggi semplici ed efficaci. Al pari degli indiani d’America, riscattati dalla filmografia ufficiale e dall’immaginario collettivo dopo decenni di menzogne e falsità, oggi tocca ai palestinesi e agli arabi in generale vestire i panni dei “cattivi”, dei kamikaze e dei terroristi. Hollywood detta legge alle opinioni pubbliche mondiali. La potenza della televisione e dei mass media - i nostri Hollywood - ha un ruolo fondamentale nella divulgazione e nello stravolgimento delle ragioni delle parti in conflitto.
Israele occupa, dal 1967, illegalmente e militarmente, i Territori Palestinesi con una politica criminale che nega i diritti umani di milioni di palestinesi e, a malapena, “tollera” i propri cittadini arabi con un evidente atteggiamento razzista nei loro confronti. I cittadini israeliani di origine palestinese non possono essere arruolati nell’esercito e nelle forze di polizia e sono considerati, a tutti i livelli, “cittadini di serie B”, da quella che è, generalmente, considerata dai media occidentali “l’unica democrazia del Medio Oriente”.
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“Curarsi da soli… psichiatri permettendo”
In tanti hanno seguito durante questi mesi l’avventura di Stampa Alternativa nell’universo della psichiatria: dal romanzo Psicofarmaci agli psichiatri alla riproposta di Non ho l’arma che uccide il leone, dal libro fotografico su Franco Basaglia all’Onda pazza di Peppino Impastato. E in tanti hanno partecipato al prologo mantovano, riconosciuto all’interno del Festivaletteratura, del VI Festival della Letteratura Resistente di Pitigliano Matti chiari amicizia lunga.
Sono certo che lo straordinario successo di Alice Banfi con la sua vibrante testimonianza Tanto scappo lo stesso presentato di recente in forma di intervista anche sul sito di Rete 180 - La voce di chi sente le voci vuole essere il traino per un altro libro che celebra in modo altrettanto adeguato questo trentennale della Legge Basaglia.
Si tratta di un diario, di un altro racconto in diretta che, diversamente dalla forza prorompente di Tanto scappo lo stesso, si presenta sottovoce, in punta di piedi e ha bisogno di essere accolto con disponibilità d’animo e sintonia particolare. Mi riferisco a La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla di Gianna Schiavetti.
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Alla scoperta del territorio etrusco
Per chi si occupa concretamente di materia etrusca è d’obbligo una domanda: il territorio etrusco delle origini, l’area rupestre e vulcanica con epicentro il lago di Bolsena, conserva ancora le sue particolari qualità e caratteristiche? Dal punto di vista fisico e geologico, sicuramente. Dal punto di vista monumentale e ambientale i luoghi etruschi che oggi sono visitabili sono dimezzati rispetto a quelli che si potevano vedere vent’anni fa. Abbandoni, crolli, negligenze, degrado sono aumentati in modo preoccupante.
I grandi monumenti e parchi etruschi – l’Ara della Regina, il Labirinto di Porsenna, la Grande Ruota di Grotta Porcina, Norchia, Castel d’Asso, le necropoli rupestri e le vie cave della Maremma collinare – sono solo alcuni dei siti abbandonati al degrado e al saccheggio. Se non si crea una radicale inversione di tendenza, rischiano di rimanere in piedi, nei prossimi cinque anni, soltanto le “bufale” etrusche. Che non sono i bovini maremmani, ma quei desolati e grigi “parchi archeologici” (a parte le eccezioni come quella di Cerveteri) dove, cancellata ogni traccia di natura, che è invece scenario necessario e significativo, dove, alzate orrende strutture di cemento e metallo, dove, steso il ghiaino sui sentieri con accanto cartelli “didattici”, si sono snaturati il significato, l’estetica e la specifica identità dei luoghi e dei monumenti.
I luoghi etruschi, in origine, furono scelti e frequentati in ragione di qualità ambientali: orientazione, visuale panoramica, presenza di acque, vento, alberi, altitudine, tipo di roccia e molti altri elementi tra i quali alcuni ancora da comprendere.
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“Il romanzo di una matta che ci fa ridere”
Il salone immenso dello “Spazio Rinascita”, alla festa democratica di Firenze, è pieno di libri di tutti i generi e per tutti i gusti e in due punti differenti del salone un libro, il mio, Tanto scappo lo stesso, l’unico di Stampa Alternativa presente. La presentazione su un mega palco con alle spalle il simbolo del Partito democratico, microfoni altissimi, un simpatico giornalista a presentarlo con me. Un mini- giornalista, magro e basso più di me, niente scale per salire sul palco: ci siamo arrampicati, poi seduti, noi due soli, minuscoli tra cose giganti.
Ore 19.30: tutti sono a mangiare, 1500 metri quadrati di salone del libro semi deserti, ad ascoltarci una decina scarsa di persone. La presentazione va comunque bene. Subito dopo corro a mangiare anche io assieme a Roberto, il mio propapà. Vengo inseguita da tre persone che mi stringono la mano e mi chiedono la dedica sul libro. Finisco velocemente di mangiare, torno alla fiera del libro, è inondata di persone, di lettori. “Cazzzzooooo!”
Mi metto accanto ai miei libri e appena qualcuno si ferma a dare un occhiata attacco a parlare… davvero da matta! Li inseguo. “Non sapete cosa vi perdete! Un best seller! Parla di questo e questo e quest’altro! Poi potete avere la firma dell’autrice! Vale ancora di più!” Forse loro son più matti di me perché li convinco tutti, comprano e mi fanno firmare.
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Coca Cosa: in conclusione boicottala
Le notizie sul boicottaggio sono tratte in particolar modo dal sito italiano della campagna di boicottaggio, il già citato Nococacola.info curato dalla REBOC. Di fronte a queste ingiustizie, cosa può fare il singolo? Unirsi alla moltitudine e aderire, come meglio può e crede, al boicottaggio internazionale. La cosa più semplice e ovvia da fare è innanzitutto non acquistare prodotti Coca Cola (che in Italia ricordiamo essere: Coca Cola, Fanta, Sprite, Nestea, Bonaqua, Kinley, Beverly, Minute Maid, Powerade e Ice Lemon) e far sapere all’azienda di questa scelta (ad esempio scrivendogli una lettera o mandandogli una mail).
Un’altra piccola azione possibile è quella di firmare la petizione reperibile sul solito sito della campagna italiana di boicottaggio della Coca Cola, unendo il proprio nome alle oltre 13mila persone (dati aggiornati al dicembre 2004) che hanno già sottoscritto l’appello. Un passo in più sarebbe quello di aderire direttamente alla raccolta firme, scaricando dal sito il modulo per la raccolta per utilizzarlo nelle scuole, nelle associazioni, per le strade, sul posto di lavoro. Per finire con i materiali scaricabili, sono qui presenti dei simpatici adesivi anti-Coca Cola da stampare su fogli di carta adesiva (si consiglia di incidere il retro con un taglierino, per un più facile utilizzo).
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Sei radio “più uguali” delle altre
“Si facciano pure i tagli dei fondi per l’editoria – anzi si debbono fare! – ma lo si faccia con un minimo di dignità e di logica, eliminando le costose, indebite rendite parassitarie e i numerosi e imbrogli e raggiri tuttora consentiti”. E’ così che Beppe Lopez, giornalista e scrittore, autore del libro “La casta dei giornali” (ed. Stampa alternativa), conclude su infodem.it – il sito da lui diretto – una nuova denuncia contro una delle tante storture delle norme sul finanziamento pubblico delle testate giornalistiche.
Questa volta al centro della sua analisi sono alcune radio, in particolare “quelle sei radio più uguali delle altre”, finanziate in quanto sedicenti “organi di partiti politici rappresentati in Parlamento”. Finanziate – spiega Lopez nella sua analisi – “con trucchi e sotterfugi grotteschi e scandalosi, ai danni – è bene ricordarlo – di tutte le altre radio. Con tanti saluti alla promozione del pluralismo e della libera concorrenza di mercato”.
A parte la “lista Marco Pannella” (per Radio Radicale) e la sedicente “Liga veneta Repubblica” (per Radio Venerto 1), chi conosce i “movimenti politici” a cui farebbero riferimento le altre quattro emittenti? Chi ha mai sentito, chi ha mai rilevato una qualche attività politica, chi può giurare sulla stessa esistenza – chiede Lopez - di movimenti quali Italia e libertà, Roma idee, Cittaperta, A viva voce? Spesso – aggiunge -, come ha verificato e riporta Laura Maragnani su Panorama, i parlamentari che hanno firmato quelle dichiarazioni di appartenenza non sanno nulla di quei movimenti (”Mi coglie impreparato, così su due piedi”, “E io che ne so?”, “Me l’aveva chiesto il segretario regionale del partito”…)”.
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