Un “sette in condotta” per “Matti Chiari, Amicizia Lunga”
Ci sarò anch’io al VI festival della letteratura resistente Matti Chiari, Amicizia Lunga. Purtroppo arriverò in tarda mattinata del sabato 06 settembre e mi aspetta alle ore 16,00 la presentazione del mio romanzo storico Mal’aria! insieme ad Alice Banfi con Tanto scappo lo stesso e Raffaella R. Ferrè con Santa precaria. In mattinata spero di non perdermi Ettore Bianciardi che farà un resoconto sui Bianciardini un anno dopo e presenterà i nuovi quattro del Burkina Faso. E di sicuro non mi perderò la notte anarchica al circolo Veltha ARCI dove Alessio Lega e Rocco Marchi si esibiranno in Canta che non ti passa - Canzoni di autori in rivolta, e Marco Rovelli e Marco Giromini con gli intramontabili Canti anarchici.
Cosa mi ha spinto ad accettare l’invito di Marcello Baraghini, oltre la presentazione del mio romanzo, la passeggiata piacevole in Maremma, con la buona cucina, i buoni libri e la buona compagnia della combriccola di Stampa Alternativa? Alice Banfi, la sua testimonianza di matta. La sua cartolina di promozione dell’evento a ricordare la legge 180 a mo’ di festa con i colori vivaci che solo una matta può riconoscere come i più identificativi di una vita vissuta in un certo modo. E ho dato una sbirciata alla sua cartolina, ed evidenti sono le citazioni dei due libri Tanto scappo lo stesso e Santa precaria.
In questi giorni, la giravo e la rigiravo cercando il riferimento al mio romanzo Mal’aria. Non c’era alcuna citazione né evidente né nascosta. E cercavo un senso in quei colori, fino a quando avevo capito: il mio romanzo non era raffigurato, non c’erano richiami didascalici per la storia dei miei personaggi. La storia come grande narrazione era dentro la storia delle biografie, nei colori e nei disegni di quella cartolina: Mal’aria narrazione di una realtà manipolata, ricostruita a partire dalle fonti archiviate della storiografia ufficiale.
I miei personaggi sono scappati dalla logica della gerarchia delle fonti archiviate. Sono scappati da quella storiografia dei vincitori. Sono usciti come carne e sangue… e per trasformare una calligrafia di fine ottocento di un rapporto di polizia in personaggio di carne e sangue ho dovuto attivare lo stesso pensiero di Alice Banfi, ho dovuto trasfigurare, immaginare e immaginare. Slegarmi sistematicamente. Desiderare come lei di dipingere. L’immaginazione è il realismo di chi lotta per la vita e la libertà. Di chi non ha chiuso i conti con la vita.
Quella cartolina non in maniera simbolica e didascalica, ma nel senso di una metafora più profonda appartiene all’anelare di Luigina, Giacomo, Giovanniello, che sono scappati, si sono ribellati, hanno sognato con lo stesso occhio scrutatore, con le stesse pulsioni, con la stessa intelligenza divergente e creativa dell’autrice di quella cartolina, Alice Banfi. I miei personaggi l’avrebbero riconosciuta come una loro sorella, come una compagna di strada e di vita.
Ho letto “Tanto scappo lo stesso” e mi è rimasto dentro più della storia della Follia di Michel Foucault, più delle esperienze di Basaglia e di Antonucci. Perché Alice ha imbastito un racconto semplice, una narrazione drammatica con uno stile leggero, ottimista, di chi ha saputo sempre liberarsi dalle fascette che la legavano, con la sola pretesa di dire no alla contenzione, no alla psichiatria, si alla vita sognata.
Di seguito un racconto brevissimo che estemporaneamente ho scritto per dedicarlo al VI Festival della letteratura resistente: Matti Chiari, Amicizia Lunga
Il titolo del racconto: “Sette in condotta”.
Un dono come per le migliori feste. Ci vediamo a Pitigliano e per intanto il racconto.
Sette in condotta
La scuola una scatola di cemento intonacata alla meno peggio con chiazze di smog oltre il cavalcavia. Ogni mattina pendolari stanchi in anticipo per accompagnare i loro bambini a scuola. Luca di nove anni, a scuola alle sette e quindici minuti. Via via si faceva la calca dei bambini e lui con i suoi coetanei sui gradini con i piccolissimi in disparte. Ogni mattina, per sei giorni la settimana. Quel rituale lo rincuorava, tempo consumato in fretta a scaricare la rabbia accumulata per tutta la sera precedente.
Il quartiere di Luca era vicino, oltre la statale che passava di lì. Sui gradini della scuola ancora vuota, un pezzo di quel quartiere si rincontrava come se la notte non avesse portato buon consiglio. Continuavano a litigare con impeto: irruenza bestiale che infuocava tutti con sputi, imprecazioni e spintoni. Suoni sbiascicati con vocali allungate, cani rabbiosi come ranuncoli incattiviti si saltavano addosso per staccarsi solo dopo la sottomissione completa del compagno arreso che, appena sentiva su di sé la presa allentata, rispuntava armato di una improvvisa perfidia vendicativa. Erano sotto pressione e si comportavano come se fossero azionati da un motore. Negli occhi sgranati dei piccoli eccitamento e ammirazione per quell’orgia buffa di corpi tozzi e atletici, un po’ più grandi. La rissa: una accozzaglia di corpi accaldati, sbilenchi e agitati, con bocche secche e insalivate che sporgevano dal forzato rossore di quei volti emaciati e duri. Luca, come tanti di quel quartiere, era una creatura di nove anni a cui certe cose andavano male.
La scuola un palazzo di recente costruzione già vecchio, fatiscente con scarse suppellettili.
C’era poco da fare. Il grosso del tempo per lo più veniva trascorso seduti tra i banchi e l’irrequietezza di quella prole castigata si sfogava nello stanzone più grande in fondo al corridoio del sottoscala. Quello stanzone era la palestra e c’era un’ora che si ripeteva per due volte la settimana in cui Luca e i suoi amichetti potevano muoversi. E avrebbero dovuto farlo rispettando gli esercizi ginnici impartiti da uno scansafatiche: il loro professore di educazione fisica. Il tutto durava dieci minuti per poi scatenarsi in una partita di calcetto con la palla della pallavolo. Ogni volta che si organizzavano le squadre, pareva che ci fosse un pubblico di tifosi a seguirli. Le pareti di quello stanzone si diradavano, diventavano gradinate di spalti immensi e la geometria costretta e precaria di quella scuola spariva nei loro cuori. C’era l’enfasi del campo, della sfida, il rincorrere con impegno la vittoria. C’era riluttanza per quelle poche regole che si erano dati in campo, ma le rispettavano come non avevano fatto mai. Una marcia, una fuga in cui non si concedevano alcuna distrazione nell’esercitare il compito di calciatori. Mantenevano un’attenzione che era la loro, quella dei loro corpi sudati, uno a fianco all’altro, uno di fronte all’altro. Ascoltavano il compagno di squadra quando questi si rivolgeva direttamente a ciascuno di loro. Seguivano le istruzioni che si erano dati e portavano a termine le azioni e gli schemi di gioco improvvisati. Non avevano difficoltà ad organizzarsi e si davano manforte tra loro con pacche di spalle. E non provavano alcuna avversione o riluttanza in quegli sforzi fisici e mentali protratti con generosità. Non si avvilivano dinanzi all’errore e si accanivano per porre rimedio. Sarebbero potute arrivare anche le ragazzine a guardarli, non si sarebbero fatti distrarre da alcuno stimolo estraneo. Non mostravano di essere sbadati quando passavano la palla al compagno e lo incitavano a tirare in porta. In quegli slanci crescevano e ritrovavano se stessi. Per sole due ore la settimana e per altre poche ore rubate al quartiere che li risputava uguali, ognuno con la bizzarra e puerile volontà di farsi notare.
Eppure di quei dieci ragazzini ben quattro, tra cui Luca, erano considerati portatori di Deficit di attenzione e Iperattività e venivano sedati con la kiddie’s coke, il metilfenidato idrocloride, una molecola della famiglia delle anfetamine, che i bambini del quartiere tra loro la chiamavano pillola dell’obbedienza. Irridevano sbeffeggianti quando un amichetto dava segni da impasticcato, e se ne stava più mansueto senza disturbare gli altri. Lo chiamavano “Signor si” e si accanivano a prenderlo in giro, con scoppole dietro la nuca, o con giochi creati ad arte per sottometterlo. Spesso questi sfottò degeneravano con la stentata reazione della vittima, che con una collera isterica si metteva a dar giù di testa, buttandosi per terra e piangendo. Era l’epilessia del signor sì, una sfogata a turno.
Il branco si autodisciplinava riabilitando la vittima e gratificandola con attenzioni alla pari.
Alla famiglia di Luca era stato consigliato un approfondimento diagnostico del comportamento del loro piccolo, dopo che l’insegnante aveva compilato il questionario “Scala Insegnanti per individuazione di comportamenti di disattenzione e e iperattività nel bambino” previsto dal DSM IV (Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi Mentali). Anche i genitori a cui era stata affidata un assistente sociale dal Comune, avevano compilato un questionario assegnando ad ogni domanda il punteggio che meglio descriveva loro figlio. E tale risultato confermò quello dell’insegnante. Luca per la Disattenzione aveva superato la soglia limite di 14 con un punteggio pari a 16 secondo l’Insegnante, e 17 secondo i genitori. Per la Iperattività/impulsività ben 21, sia per l’insegnante che per i genitori. Il consiglio di una visita specialistica fu accettato dalla famiglia con riluttanza e remissività. Ma fu accettato. Lo psicologo della scuola gli aveva diagnosticato il disturbo, confermato anche dallo psichiatra dell’ASL.
Il quiz sulla condotta serbava il premio, l’aiuto terapeutico, il trattamento disponibile sul mercato: il Ritalin, il metilfenidato, della famiglia delle anfetamine.
Fu una mattina che le cose presero questa piega, dopo che Carla e Antonio, accompagnarono loro figlio dallo psichiatra al dipartimento di Igiene Mentale, che non a caso era ubicato in una palazzina a due passi da dove abitavano loro. Il quartiere ruotava intorno a quel luogo come se tutte le case fossero state costruite tutte intorno, solo dopo. La piazza non c’era e il punto di ritrovo più frequentato dai giovani era quello, oltre al campo di calcetto arrabattato tra aiuole d’erbacce spianate. Aspettarono quasi un’ora nella saletta d’attesa e Luca cominciava a dare segni di impazienza.
“Non ti stendere sulla panchina” ammonì Antonio.
“Sgualcisci la camicia nuova” aggiunse Carla.
“Quando ti parliamo rispondi!”
Luca traguardava oltre la finestra e ascoltava il rumore delle auto, il vociferare al piano di sotto della gente che entrava e usciva da quel centro.
Ad un certo punto si alzò saltellando e corse verso la rampa delle scale affacciandosi a guardare di sotto.
“Stai fermo!”
La madre si era accorta che Luca nell’alzarsi aveva perso il portafoglio,e lo afferrò nascondendolo.
“Luca, sei uno sbadato. Hai perso qualcosa…”
La madre con quella frase attirò l’attenzione del figlio che sorridendo si fermò di fronte ai genitori in una posa riflessiva come per indovinare cosa avesse perso.
“Allora indovina …?” stava per chiedere la madre, quando Luca la interruppe: “… avrei potuto perdere le chiavi, il ciondolo, il tesserino della squadra di calcio… cazzo il portafoglio… lo hai preso tu, dammelo!”
La madre sorrise, con uno sguardo lanciato come indizio, per attirare i sospetti su sé stessa. Il figlio le si gettò addosso infilando le mani dappertutto per scoprire dove la madre avesse nascosto il portafoglio. La riempì di solletico fino allo sfinimento e finalmente il portafoglio saltò fuori.
“Quando viene il nostro turno?” chiese Luca sbuffando, e insofferente e agitato si lanciò ad aprire la porta della stanza di fronte, dove presumibilmente c’era lo psichiatra. Antonio afferrò per un braccio Luca mentre tentava di entrare e imbarazzato dal comportamento del figlio si scusò con le persone che stavano in quella stanza, richiudendo la porta.
“Come dobbiamo fare con te! Non ti stai mai fermo. Una regola semplice, cazzo!”
Dopo un po’ arrivò il loro turno. Ad aspettarli c’era lo psichiatra.
La stanza era scarna, agli occhi di Luca sembrava quella del preside della scuola, agli occhi del padre, quella del ragioniere al cantiere che non gli avrebbe pagato la giornata.
“Il Ritalin signora, il Ritalin”
“Grazie dottore”
“Grazie, grazie”
“E tu fai il bravo, ti raccomando” disse lo psichiatra cercando di accarezzare Luca che si scostò facendo cadere la sedia all’indietro e rivolgendo lo sguardo oltre i vetri della finestra che dava sui palazzoni del quartiere dormitorio. Poi sorrise tra sé, pensando al goal favoloso che aveva fatto il giorno precedente.
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