Un “sette in condotta” per “Matti Chiari, Amicizia Lunga”
Ci sarò anch’io al VI festival della letteratura resistente Matti Chiari, Amicizia Lunga. Purtroppo arriverò in tarda mattinata del sabato 06 settembre e mi aspetta alle ore 16,00 la presentazione del mio romanzo storico Mal’aria! insieme ad Alice Banfi con Tanto scappo lo stesso e Raffaella R. Ferrè con Santa precaria. In mattinata spero di non perdermi Ettore Bianciardi che farà un resoconto sui Bianciardini un anno dopo e presenterà i nuovi quattro del Burkina Faso. E di sicuro non mi perderò la notte anarchica al circolo Veltha ARCI dove Alessio Lega e Rocco Marchi si esibiranno in Canta che non ti passa - Canzoni di autori in rivolta, e Marco Rovelli e Marco Giromini con gli intramontabili Canti anarchici.
Cosa mi ha spinto ad accettare l’invito di Marcello Baraghini, oltre la presentazione del mio romanzo, la passeggiata piacevole in Maremma, con la buona cucina, i buoni libri e la buona compagnia della combriccola di Stampa Alternativa? Alice Banfi, la sua testimonianza di matta. La sua cartolina di promozione dell’evento a ricordare la legge 180 a mo’ di festa con i colori vivaci che solo una matta può riconoscere come i più identificativi di una vita vissuta in un certo modo. E ho dato una sbirciata alla sua cartolina, ed evidenti sono le citazioni dei due libri Tanto scappo lo stesso e Santa precaria.
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Nel mirino di Lopez ora la casta delle radio
Il finanziamento statale inquina anche l’informazione, non solo quella della carta stampata ma anche quella radiofonica. La spietata analisi di Beppe Lopez parte dal libro che ha pubblicato solo alcuni mesi fa (La casta dei giornali – Edizioni Stampa Alternativa - 2007), che ha aperto il vaso di Pandora delle provvidenze distribuite in qualche caso a pioggia e in altri in modo sapientemente pilotato nelle testate più disparate, e arriva a denunciare l’eguale sistema di finanziamento per il mondo delle radio provate sulla scia di un servizio apparso in questi giorni sul settimanale Panorama.
Lopez riprende le fila del discorso aperto dal periodico Mondadori e dal parlamentare Alessio Butti, capogruppo per il Partito delle Libertà nella Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, andando a spulciare in quelle “sei radio più uguali delle altre” sovvenzionate con circa dodici milioni di euro solamente nel 2006 in un crescendo esponenziale di prebende. Il sistema è quello ormai ben noto dei finanziamenti a fantomatici, nella maggior parte dei casi, “organi di partiti politici rappresentati in Parlamento” tramite la firma di uno o più parlamentari spesso colpevolmente distratti o inconsapevoli delle linee editoriali delle testate che hanno contribuito a sostenere. Con in soldi dello Stato.
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Matti chiari, amicizia lunga: VI Festival della Letteratura Resistente
Il 4, 5 e 6 settembre, tra Mantova, Pitigliano ed Elmo di Sorano avrà luogo il VI Festival della Letteratura Resistente, un evento libero, aperto, festoso, riflessivo e senza sponsor ideato e realizzato da Marcello Baraghini, editore di Stampa Alternativa. Il tema di quest’anno saranno gli scrittori matti per ricordare e festeggiare, alla nostra maniera, il trentennale della legge 180 di Franco Basaglia, l’artefice di una delle poche vere rivoluzioni sociali e culturali avvenute nel nostro Paese.
E in onore di Basaglia, abbiamo scelto il titolo Matti chiari, amicizia lunga che aprirà giovedì 4 settembre a Mantova, perché lì c’è Rete 180 - La voce di chi sente le voci, animata dagli ospiti del Centro psicosociale “Carlo Poma”, un esempio unico di luoghi aperti, contrari alla contenzione e all’abuso di psicofarmaci. Un modello ideale della psichiatria italiana e un’esperienza che si avvia ormai al suo quinto anno di vita, dove psichiatri e pazienti si confrontano senza gerarchie.
Così nascono e vengono presentati i libri di Gianna Schiavetti e di Alice Banfi, entrambi pubblicati da Stampa Alternativa e che danno voce alla follia senza pregiudizi e soprattutto con una visione dall’interno. Non mancano poi le opinioni di esperti come Giovanni Rossi, primario del Centro ed editore di Rete 180, ed Enrico Baraldi, viceprimario e direttore artistico della medesima radio nonché nostro autore, e infine Peppe Dell’Acqua, allievo di Franco Basaglia e autore sempre per Stampa Alternativa del suo straordinario successo Non ho l’arma che uccide il leone.
L’importanza dei temi affrontati nella sede di Rete 180 ha fatto sì che questa giornata di apertura del VI Festival della Letteratura Resistente sia segnalata come evento collaterale nel programma del Festival della Letteratura di Mantova. Da venerdì invece si prosegue nella consueta cornice maremmana, a Pitigliano che ne è la culla, ed Elmo di Sorano, la sola oasi che poteva ospitare una notte di voci e canti anarchici.
Programma:
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Paura paure
Che dire? Perfetto. Un risultato pressoché perfetto. Eccola qua, la Paura, signora infine delle nostre menti. È entrata da conquistatrice le nostre città, ha invaso le strade, come fumo dalle fessure e gli interstizi di porte e finestre è penetrata fin dentro casa, e ci insegue in ogni anfratto. Senza darci tregua. Più che paura ci sarebbe da parlare di vero terrore visto che, dall’elenco delle cose che secondo l’ultimo sondaggio ci spaventano, sembra non salvarsi nulla: paura della criminalità, paura degli altri, paura degli stranieri. L’elenco è lungo: paura della povertà, del domani, di incidenti e delle malattie.
Di guerre e terrorismo, dell’ambiente. Paura del mondo. A nulla varrebbe obiettare, sempre che ancora non si sia terrorizzati dalle proprie parole, che qua e là, di questo o di quello forse motivo per aver tanta paura non ce ne è. Neppure mostrando e confutando dati. La paura che conta, quella vera, rassegnamoci, è quella percepita… il resto frottole, favole per bambini… e lasciateci lavorare. Sì, davvero un risultato perfetto. Non è costato neppure molto. Perché le parole non costano nulla. Con un po’ di impegno possono costare ancor meno. Basta lavorare per sottrazione, impoverire il linguaggio fino al punto da imparare ad avere dimestichezza solo con un numero minimo di parole. Quelle due o tre sufficienti per comunicare l’essenziale. Straniero, terrorismo, nemico, ad esempio. Ma forse ne è sufficiente una sola: emergenza. È bastato usarla ad alta voce, e poi strombazzarla a destra e a manca, grazie ai megafoni sempre a disposizione di chi stabilisce le necessarie parole d’ordine, ripeterla fino all’ossessione, e il gioco è presto fatto. Emergenza. È bastato scandirla a caratteri cubitali per trasformare in una terrificante minaccia indistintamente tutti gli emarginati accampati alle porte delle nostre città.
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Strategie d’esclusione. Un’intervista con Giuseppe Faso
Giuseppe Faso è uno dei più attenti osservatori dei fenomeni di razzismo che — a livello istituzionale e popolare — stanno ammorbando l’atmosfera del sedicente “bel paese”. Sono riuscito a intervistarlo per Carmilla strappando un po’ di tempo a una campagna fitta di presentazioni del suo .
Nel titolo del tuo libro parli di esclusione. Sicuramente il processo di esclusione sociale sembra attraversare tante storie di vita dei migranti. Eppure, se proviamo a guardare a quanto sta accadendo con un’ottica più grandangolare, la sensazione è che ci troviamo di fronte a una sorta di ‘inclusione differenziata’, subalterna. Che ne pensi?
Certo, la maggior parte delle volte (e per la maggior parte delle agenzie coinvolte) la mira va all’inclusione subordinata – e magari gerarchizzata. Il termine ‘esclusione’ conserva, mi pare, una sua utilità, perché comunque è attraverso l’esclusione, evidente e documentabile, dai diritti che si ottiene un’inclusione subalterna – che per quanto plausibilissima e da me condivisa rimane un’interpretazione. Ma è più che probabile che gli ’stranieri’ non li si cacci davvero via, li si vuole piuttosto sottomessi e a basso costo.
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Coca Cola e Coppa America in Colombia
Neghiamo ogni tipo di vincolo con qualsiasi violazione dei diritti umani ha immediatamente commentato l’Ufficio degli Affari Internazionali della Coca Cola da Atlanta, respingendo le accuse delle centrali sindacali colombo-statunitensi. Le imbottigliatrici in Colombia sono compagnie del tutto indipendenti dalla Coca Cola e pertanto la compagnia non ha a che vedere con i suoi dipendenti o sindacati. Una smentita che non trova riscontri oggettivi nell’organigramma aziendale, in quanto la transnazionale concede dal 1951 il monopolio della produzione, dell’imbottigliamento e della distribuzione dei propri prodotti alla Panamco Indega Colombia, filiale della Panamerican Beverages – Panamco di Miami (Florida), di cui proprio la Coca Cola Company possiede il 24% del capitale azionario e conta su due rappresentanti nel consiglio di amministrazione.
L’88% del fatturato della Panamco è generato appunto dalla produzione e dalla commercializzazione in tutta l’America Latina dei prodotti del marchio Coca Cola, mentre il resto deriva dalla distribuzione sul mercato sudamericano delle note birre europee Kaiser ed Heineken. Per ciò che riguarda la Panamco Indega, essa risulta proprietaria in Colombia di 20 impianti di produzione, 71 centri di distribuzione e oltre 1.500 camion da trasporto. Diecimila i dipendenti della controllata colombiana, a cui la Coca Cola Company fornisce il supersegreto concentrato-base della bevanda e il completo appoggio nell’implementazione delle strategie di mercato.
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La schizofrenia non esiste: la storia di Edda ed Enrico
Quando nel ‘95 fui ricoverata contro la mia volontà in psichiatria (da quel medico che mi fece venire il tumore al seno), durante il giorno dormivo sotto l’effetto di potenti psicofarmaci. Non ricordo se mangiavo, se mi lavavo, se andavo in bagno. Alla sera, sul tardi, verso le otto, prima ancora delle medicine della notte, avevo mezz’ora di veglia e conobbi Enrico, commissario di polizia finito in manicomio criminale per sei anni a causa di un incidente capitatogli: senza volere, aveva ucciso un malavitoso. A un più fortunato non sarebbe successo niente, invece a lui è andata male e, dopo sei anni di psicofarmaci, era drogato e ogni tanto si faceva ricoverare perché aveva bisogno di quelle medicine.
Mi raccontò che, durante un ricovero, s’era innamorato d’una ragazza schizofrenica di nome Edda. Mi spiegò che questa ragazza aveva crisi di violenza durante le quali si tagliava con i vetri e si bruciava con le sigarette. Io ero molto curiosa di conoscere questa Edda poiché Enrico si era un po’ innamorato di me e anch’io di lui. Ma poi fui operata al seno e, considerando che avevo quindici anni più di lui, troncai la cosa piuttosto crudelmente.
In seguito al mio ultimo ricovero, conobbi Edda: addirittura, avevano messo il suo letto proprio accanto al mio… Edda era una bella donna di quarantotto anni, con bellissime gambe, ma ciò che mi colpì di più fu la sua intelligenza e il suo modo di parlare. Lei si lamentava perché non era capace di districarsi nei lavori domestici (una volta la vidi rifarsi il letto: vi girò attorno quasi dieci volte per mettere un lenzuolo) e di ciò dava la colpa a sua madre che le aveva insegnato un bel niente servendola in tutto (le crisi psichiche di Edda cominciarono, appunto, dopo la morte della madre).
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Santa Precaria e l’Atipica Estate / 3
“Ma ’stu matrimonio, che ne dici, ce jammo?”
“Ma sì, jammo, che mi hanno detto che il ricevimento sta in un grandissimo ristorante a Napoli”.
“Sì? E si mangia bene?”
“Tutto di prima qualità. Carne fresca in abbondanza”.
“Non è che ci mettono sopra qualche fetenzia, tipo Autan, Off?”
“No, no, il ristorante è genuino. Manco ‘a citronella ce mettono”.
“Ma come si chiama?”
“Ristorante Raffaella”.
“Mmm. Non lo conosco. E mi garantisci ca nun teneno e’ piastrine? E’ zampironi?”
“No, no, o’ posto è sicuro. E’ robba buona e sanizza. Proveniente dalla Piana del Sele. Me l’ha ditto nu cumpagno mio”.
“Chi è?”
“Gennarino O’ Zanzarone di Giugliano. Dice ca si è fatto una magnata sabato scorso, isso, ‘a mugliera e i figli”.
“Ahà. Conoscevo la mamma ‘e Gennarino. L’hanna accisa ‘o mese passato int’a ‘na villetta a Varcaturo, poverella… Comunque se o’ dice isso ca o’ posto è tranquillo, se po’ ffa”.
“C’è un po’ di problema sulo per entrare, ma t’assicuro che una volta trasuto non ti caccia più nessuno”.
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Tenores e Concordu: ponte ideale tra passato recente e futuro imminente
Il lavoro del gruppo “Tenores e Concordu” di Orosei si è da sempre distinto non solo per la sua apertura verso l’altro, ma soprattutto per la sua necessità di indagare nell’altro, evitando di fossilizzarsi in un mondo chiuso come le sagrestrie e le piazze. Ed è proprio la parte del loro lavoro dedicata al rapporto con le altre musiche - nello specifico i progetti registrati per la Winter & Winter con Ernest Reijseger e nell’ultimo film di Herzog - a dare i risultati maggiori e a scardinare quell’atavico attaccamento alla pura tradizione che rischia di implodere in un déja-vu già sentito.
La disquisizione sulla contemporaneità della musica tradizionale in Sardegna e sul suo futuro nel rispetto del presente e del passato necessita il coraggio delle scelte e un assoluto rigore funzionale. Di certo, in questo contesto, il gruppo di Orosei è quello che ha percepito al meglio questa necessità tesa tra passato, presente e futuro nel rispetto di quella contemporaneità che, come abbiamo scritto, è di chi vive concretamente il proprio presente.
Presente che l’esaustiva opera di Luca Devito fotografa in modo lucido e puntuale andando a sfogliare i capitoli più intimi della loro storia musicale, artistica e anche umana. Analizzando a fondo la loro musica e scrivendone delle ambizioni di oggi, non fa altro che contribuire a dare risposte alle innumerevoli domande che la cultura tradizionale sarda si pone e a rafforzarne e incoraggiarne un cammino che dovrà necessariamente essere ogni giorno più contemporaneo in un ponte ideale tra un passato appena trascorso e un futuro imminente.
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Cani che combattono ed esseri umani alla deriva
Era ancora presto e prima che chiudessero i negozi decisi di comprare qualcosa. Fra un po’ di giorni sarebbe stato il mio compleanno. Cosa potevo regalarmi? Il regalo di solito era Barbie a farmelo, ma avevo paura che questa volta non lo avrei ricevuto. Stavo per sprofondare in una specie di depressione. In qualche modo dovevo tirarmene fuori. Guardai la vetrina di un negozio “Intimissimi”. Dovevo andare avanti con la mia nuova vita. Regalarmi un paio di mutande rappresentava la peggior condizione di spirito possibile. Entrai da Ricordi, avevo deciso di regalarmi un compact disc.
Al reparto punk-rock notai la confezione De Luxe di un cd degli Exploited dal titolo Punk’s not Dead! Se il punk fosse morto o meno, poco m’importava. Questa musica, nonostante la cattiveria di facciata, avevo capito che sotto sotto era altrettanto consolatoria e prevedibile, addirittura conservatrice e forse più reazionaria dell’heavy metal da cui aveva avuto origine. Tuttavia ne ero sempre stato attratto. La maggior parte della gente cercava il senso della vita nell’ultimo modello di telefonino e gli idioti credevano di trovarlo leggendo Kant o Schopenhauer. Non ero in cerca del senso della vita, ma ascoltare musica punk o post-punk mi faceva stare bene.
Ascoltai in cuffia qualche brano di una band di cui avevo sentito parlare alla radio, gli Anti-Flag, dal loro album For Blood and Empire. Belle canzoni con rabbia hardcore, coniugavano punk e attivismo, sembravano avercela con Bush. Non ero un critico musicale, ma capivo quando la musica aveva qualcosa da trasmettere. Venti euro, però, mi sembravano un furto. L’avrei rubato volentieri se non fosse che ormai un negozio di dischi era più sicuro della Banca d’Italia, pieno di telecamere e guardie di sorveglianza. Decisi di acquistarlo. Non volevo privarmi pure di questo piacere, già facevo parecchie rinunce. Tornai a casa e misi su il cd. Un po’ di casino mi avrebbe fatto bene.
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Coca Cola in India e in Colombia
India: dal dossier sulla Coca Cola in India su Nococacola.info
Dal 22 aprile 2002 gli abitanti di Plachimada, guidati dai contadini e dalle donne di “Indigenous Peoples”, protestano fuori dai cancelli della fabbrica d’imbottigliamento della Coca Cola nel loro villaggio. Accusano la Coca Cola di causare gravi scarsità d’acqua per la comunità e di avvelenare acqua e terreni; gran parte dei prodotti locali sono stati dichiarati non adatti al consumo da un’agenzia governativa. L’Alta Corte di Kerala ha stabilito che Coca Cola deve trovare fonti idriche alternative per i propri stabilimenti. Il consiglio del villaggio ha revocato la licenza di lavoro alla Coca Cola; la fabbrica d’imbottigliamento ha temporaneamente chiuso a causa della grave siccità dell’area.
Gli abitanti di Mehdiganj, vicino la città santa di Varanasi, guidano una lotta popolare contro Coca Cola: la multinazionale ha illegalmente occupato una parte delle risorse di proprietà comunitaria ed è stata ritenuta colpevole di evadere le tasse. Questo stesso stabilimento sfrutta pesantemente l’elettricità, ed è accusato di diffondere prodotti tossici nei vicini campi agricoli, così come di causare penuria d’acqua. I manifestanti hanno trovato presso i cancelli della Coca Cola 200 poliziotti, inviati a ‘proteggere’ gli stabilimenti assieme a 50 guardie private armate. Non era solo una minaccia: i manifestanti sono stati malmenati.
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Mal’aria: Giovanniello se ne deve andare
Pozzuoli, estate 1894. La sera stessa Luigina, impaurita da quello che aveva ascoltato in casa del giovane ufficiale, gridando svegliò la madre, Rosa e Giacomo. Si alzò pure Alfredino, mentre le piccole dormivano ancora. Raccontò tutto quello che aveva sentito alla festa. Allertò la famiglia sostenendo che parlavano proprio di loro e di una presunta pistola. Giacomo cadeva dalle nuvole mentre, scartabellando tra le cose del tinello, Maria Angela mostrò l’arma al figlio. Giacomo non riusciva a raccapezzarsi del fatto che le sue due donne, madre e moglie, gli avessero tenuto nascosto tutto, e il primo pensiero andò a quella testa di cazzo di Giovanniello, l’amico che, non riuscendo a mettersi nei guai per fatti suoi, voleva ci andassero a finire pure gli altri. Doveva capire e rimediare, perciò interrogò la madre:
“Quel giorno in cui puntaste la pistola contro il De Simone a vedervi c’era soltanto Rosa?”
“Sì, c’ero solo io” rispose Rosa, mentre Maria Angela annuì sconsolata per aver fatto quella scemenza. Si trattava ora di far sparire l’arma, e tutto si sarebbe aggiustato. Ma Maria Angela sosteneva che Giovanniello fosse comunque in pericolo. Lui non capiva e la madre gli raccontò perché il giovane amico scapestrato, quel novembre prima del matrimonio, avesse riportato una ferita da lama di ritorno da Cigliano. Giacomo andò su tutte le furie. Urlava e sbraitava contro le donne, mentre le piccole dalla stanza cominciarono a piangere, e Maria si buscò uno schiaffo.
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Santa Precaria e l’Atipica Estate / 2
Finisce che sabato mattina mi sveglio di buon ora, mi vesto tutta carina, e sono pronta ad affrontare le mie paure più recondite. Parliamo seriamente: io ho fatto poche vacanze nella mia vita e nella quasi totalità dei casi le ho fatte di riflesso, vedendo mare e spiaggia come ospite di parenti ed amici, contado sulle dita i gelati e le collanine del marocchino che potevo permettermi. Non posso dire di essermi mai sentita completamente rilassata perchè, anche stesa a quattro di bastoni sotto il sole, avevo piena contezza della mia posizione precaria: la mia presenza in quel determinato luogo è stata regolata prima dai legami di sangue di mia madre, poi dai miei rapporti con uno dei villeggianti aventi diritto e appartamento mobiliato. Da ospite incomodo sono sempre stata attenta: avete presente il girare in costume per casa, con i piedi scalzi e i capelli pieni di sale? Ecco, questo è il genere di cose che io non ho mai fatto a cuore leggero. Così come non mi sono mai arrischiata di salire in macchina con i piedi sporchi di sabbia e il pezzo di sotto bagnato. Ma soprattutto, quello che mi è più mancato nei miei giorni di mare, è stato il punto di riferimento da cui correre quando ti punge un’ape o quando hai l’eritema solare (e io, credetemi, ce l’ho ogni estate, anche se resto a casa mia).
Dunque, pensavo che questo bisogno di sicurezza potesse essere colmato a pieno dalla signora Agenzia di viaggi. Ah, ingenua. La prima signora Agenzia ha occhiali da sole anche se siede nel posto più scuro che io abbia mai visto. Una specie di basso tappezzato a nord sud ovest est di palme di maiorca e costa del sol. Ma il tasso di umidità era più o meno quello della foresta pluviale. Questa giovane donna appicciata di lampade mi squadra da capo a piedi, mi chiede cosa voglio e alla mia risposta basic, ovvero: “informazioni per un viaggio in nord europa, mi va bene qualsiasi posto”, mi rifila tre cataloghi di roba già vista su internet.
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Concordu e Tenore: esperimenti oltre la contemporaneità
Forte della sua posizione nevralgica in seno al Mediterraneo, la Sardegna è gravida di più espressioni musicali che ne rappresentano bene la varietà sonora, linguistica, strumentale e reprtoriale. Se le launeddas sembrano essere lo strumento polifonico più antico del Mediterraneo, una serie di altri come la chitarra, l’organetto e la fisarmonica sono entrati a far parte del repertorio strumentale in tempi diversi a partire dal XVI secolo, provenendo da varie parti dell’Italia, dalla Spagna e trovando nell’Isola territorio ferile.
E se la tradizione delle launeddas è presente principalmente nel sud dell’Isola, è al nord che ancora oggi si possono udire sui palchi delle piazze le voci cristalline dei cantanti delle gare (in logudorese o in gallurese), accompagnati dalla fisarmonica e dalla chitarra, mentre nel centro dell’Isola l’organetto sostiene ancora le danze collettive e in particolare il liberatorio “ballu tundhu”. Pochi sono gli altri strumenti utilizzati e, fatto salvo per quale zufolo e flauto come “su sulittu” o “sa bena” o qualche percussione come “su tamburinu” di Gavoi, lo strumentario della tradizione sarda è alquanto ridotto e riconoscibile.
Altri “congegni fonici”, come li definisce Don Dore nella sua pubblicazione sugli strumenti tradizionali della Sardegna, sono trastulli per l’infanzia od oggetti funzionali alla vita agropastorale che poco si prestano ad essere considerati strumenti veri e propri. Ma tutti hanno avuto da sempre la funzione di sottolineare gli importanti momenti della società rurale prima, e di quella urbana dopo, svolgendo un importante ruolo che dà dignità ai suoni autoctoni e a quelli meticciati provenienti da altre culture.
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Coca Cola: altre accuse
Relazioni sindacali: la politica dell’azienda, discorso che vale un po’ per tutte le multinazionali, è di assumere meno personale possibile, ricorrendo al lavoro di ditte di imbottigliamento in appalto. A queste impone pessime condizioni. Ad esempio il salario dei lavoratori, in Colombia il 90% dei quali sono interinali, è pari a 80 euro al mese. Negli USA, nella primavera del 2000 la Coca Cola ha dovuto risarcire 2200 lavoratori afroamericani per discriminazioni razziali nelle assunzioni e nelle promozioni. Tra il 1997 e il 2002, sempre negli USA, ha dovuto pagare 447.000 dollari di multe per 1.115 violazioni in materia di prevenzione e sicurezza sul lavoro. Nel marzo del 2003 i lavoratori Coca-Cola hanno denunciato il comportamento antisindacale dell’azienda negli stabilimenti della Colombia, di Panama, del Pakistan e della Russia (si noti, tutti paesi esemplari per democrazia…)
Lavoro minorile: alla vigilia del campionato mondiale di Francia ‘98, il “Corriere della Sera” ha rivelato che i palloni distribuiti da Coca Cola a scopo pubblicitario erano cuciti a mano in India e Pakistan da bambini.
Impatto ambientale: promuovendo la vendita di bevande in lattina e in plastica, la Coca Cola contribuisce alla produzione di migliaia di tonnellate di rifiuti e stimola il consumo di alluminio che ha conseguenze devastanti nei luoghi di estrazione. La produzione della bevanda richiede inoltre molta acqua e il rilascio di sostanze inquinanti che finiscono poi nelle falde acquifere. Nel 2002 la popolazione di Plachimada (India) è insorta perché gli impianti della multinazionale stavano prosciugando i pozzi e contaminando le falde acquifere della zona. Il 17 dicembre 2003 il tribunale locale ha intimato alla Coca Cola di fermare l’abuso nel prelievo dell’acqua. Già nel novembre 2002 la Corte Suprema Indiana aveva condannato Coca Cola per aver deturpato le rocce dell’Himalaya con scritte pubblicitarie che hanno compromesso l’ecosistema…
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