Il romanzo “Terra nera” arriva a teatro


Terra nera - Romanzo perfido e paradossale di cafoni e d'anarchia di Giuse Alemanno
Terra Nera, dello scrittore Giuse Alemanno, edito nel 2005 da Stampa Alternativa, riuscito e crudo ritratto della cultura contadina pugliese, arriva in teatro. Lo spettacolo, regia di Lauro Versari, con Aldo rapè e Ketty Volpe, andrà in scena dal 5 al 10 agosto a Crispiano (Taranto), in uno spazio insolito ma perfetto, la tenuta agricola Calvello. Prodotto dall’Associazione Culturale traSUDazioni, è stata realizzata dallo stesso autore e del regista Lauro Versari.

Il romanzo Terra Nera rappresenta un Sud duro, selvaggio, cupo, annegato nella perenne tragedia della miseria, dalla quale un ragazzo cerca di affrancarsi in una sorta di ribellione titanica. Una storia a tinte forti, specchio di generazioni lacerate dalla fatica, ma anche da una forza ancestrale, da un senso di ribellione antico. Il regista, Lauro Versari, che ha iniziato la sua carriera come attore con Luigi Squarzina, per il Teatro Stabile di Genova, per poi proseguire in diversi Stabili d’Italia, è noto per il uso spregiudicato ed innovativo degli spazi di rappresentazione, come nel caso di Terra Nera, ma anche di La passione di Maria Maddalena, rappresentata nella Basilica di S. Maria del Popolo, a Roma, e di molti altri.
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Canta che non ti passa: dalle canzoni della mala a quelle che smuovono

Canta che non ti passa. Storie e canzoni di autori in rivolta francesi, ispanici e slavi di Alessio LegaAlessio Lega parte da lontano. Nell’anno di pubblicazione di questo volume, noi celebriamo in casa nostra i 50 anni dalla nascita del Cantacronache, dei testi in musica di Calvino e Fortini, delle “canzoni della mala” di Strehler e Fo, e ci sembra passato tanto tempo. Ma Alessio ci ricorda che in Francia la canzone sociale, la “canzone realista”, la canzone socialista e anarchica passano già dall’Ottocento e dal primo Novecento, e che già allora nei cabaret si metteva in musica Verlaine. Gaston Couté era una specie di Rimbaud della canzone, Jules Jouy scriveva un testo al giorno e fu vinto dalla follia. Si battevano entrambi contro il servizio militare, contro la pena di morte, contro la tortura. Le stesse cose oggi. Non saranno serviti a molto, Alessio dice che non hanno lasciato traccia nella storia della letteratura o del costume, ma la canzone ne ha guadagnato, eccome, e comunque piccoli circoli di appassionati ancora li venerano.

Altra sorte toccò a un loro contemporaneo, Aristide Bruant, “poeta della strada” sì, ma - ci avverte Alessio - abbastanza provveduto da tenere le distanze fra la propria esistenza e quella dei personaggi alla Zola che cantava. E che è rimasto nella storia grazie anche alla indovinata cura della propria immagine esattamente come si fa oggi (chi non ha presente la figura disegnata da Toulouse-Lautrec e appesa in milioni di case o di locali pubblici, non solo francesi?) Sua era propria una delle “canzoni della mala” che cinquant’anni fa incise Ornella Vanoni, storia di una prostituta che diventa paradossalmente protettrice del suo magnaccia. Mentre in “Rue Saint Vincent” Alessio trova addirittura un’antenata della “Marinella” di De André.
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E dagli di nuovo con le “sviste” sull’Arte della Gioia

E così finisce che Lettera sulla felicità di Epicuro, nella versione di Angelo Maria Pellegrino, sarebbe stato il primo libro Millelire. Questa è l’imprecisione diffusa dal giornalista del quotidiano La Stampa sabato scorso, vai a capirne il motivo. L’ennesima imprecisione, vogliamo essere benevoli, e l’ultima in ordine di tempo. Ricapitolando quanto è uscito nei giorni scorso e quella che invece è la situazione corretta:

Fatto sta che alcuni anni dopo la prima edizione, preso atto del successo di copie e ristampe, Pellegrino ci ha tormentati fino a ottenere, unico tra i curatori di libri Millelire, una royalty sulle copie vendute.
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“Cent’anni di veleno” di Alessandro Hellmann vince il Premio “Il Saggio”

Cent’anni di veleno, Il Caso ACNA: l’ultima guerra civile italiana di Alessandro HellmannLo scorso 16 luglio Cent’anni di veleno. Il caso Acna. L’ultima guerra civile italiana (Stampa Alternativa, 2005) di Alessandro Hellmann ha vinto in maniera pressocché plebiscitaria il Premio “Il Saggio”, promosso dal Centro Culturale Studi Storici di Eboli, ottenendo 155 voti su 180 nella sezione saggistica. Il premio arriva a coronamento di una serie di riconoscimenti - sia in ambito letterario che di ricerca storica - che il libro ha raccolto nei tre anni che ormai ci separano dalla sua prima edizione.

La storia dell’Acna di Cengio, nel frattempo, sta continuando a girare l’Italia con lo spettacolo teatrale tratto dal libro (”Il fiume rubato”, con Andrea Pierdicca, regia di Nicola Pannelli, produzione Narramondo), offrendo, dopo la contaminazione chimica, una contaminazione di idee e di memoria.

Su Cent’anni di veleno:

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Coca cola? Conoscerla per evitarla

Coca Cosa? Conoscerla per evitarlaIl testo che proponiamo a puntate di qui alle prossime settimane è un dossier scritto a più mani. Questa azienda, al pari di McDonald’s, Nike e di svariate altre note multinazionali, non solo è tra i marchi più venduti al mondo ma perfino le parole più globalmente note. Una ricchezza e una notorietà che—come denunciano le campagne di boicotaggio mondiali—sono pagate a caro prezzo, spesso a danno dei lavoratori, dell’ambiente e degli stessi consumatori. Vero autore di questo Millelire è però la società civile, il paese reale che rifiuta l’ingiustizia e non si piega di fronte a chi, obeso ottuso e arrogante, crede che il pianeta e chi lo abita siano solo mezzi di facile arricchimento. Alla società civile, al paese reale, dedichiamo questo piccolo fiore. Infine, per leggere tutto d’un fiato il testo, è possibile scaricarne la versione in formato pdf dal sito di Libera Cultura. Ed è possibile diffonderlo secondo quanto stabilito dalla licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate.

Ancora e sempre controinformazione

Coca Cola, al pari di Mc Donald’s, Nike e di svariate altre note multinazionali, non solo sono i marchi più venduti al mondo, ma perfino le parole più globalmente note. Una ricchezza e una notorietà che – come denunciano le campagne di boicottaggio mondiali – sono pagate a caro prezzo, spesso a danno dei lavoratori, dell’ambiente e degli stessi consumatori. Lo sfruttamento delle persone più povere del pianeta, nonché i colossali danni all’ambiente che sempre più ci si stanno ritorcendo contro, dovrebbero suscitare interesse e indignazione comuni. Eppure questi fatti sono abilmente celati da colossali e martellanti campagne pubblicitarie, capaci di trasformare macchine del profitto in aziende friendly, accattivanti, perfino caritatevoli.
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Matti ancora da legare

Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta di Alice BanfiGiorni fa, in una piccola libreria stipata e torrida, ho ascoltato agghiacciato Alice Banfi, trentenne autrice di Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta, leggere la sua esperienza di ricoveri a ripetizione dentro e fuori da una dozzina di reparti di psichiatria della penisola, nell’arco di diversi anni. Una descrizione asciutta, senza lacrime, ironica e persino amorevole di un inferno di cui nessuno avrebbe oggi sospettato l’esistenza. I manicomi sono stati aboliti trent’anni fa grazie all’opera di Franco Basaglia, ma dietro le porte (quasi sempre chiuse) dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura le persone che hanno un disturbo mentale sono ancora oggi spesso trattate come se non avessero gli stessi diritti degli altri cittadini. I malati vengono legati al letto o chiusi in camerini di isolamento, con modalità che farebbero giustamente scandalo se venissero attuate su pericolosi criminali o sospetti terroristi: chi vuole capire può leggere le pagine di Alice, che sono un’occasione unica di vedere ciò che è normalmente sottratto agli occhi dei non addetti.

E non è il racconto di una matta. Nella prefazione al libro, lo psichiatra di Trieste Peppe dell’Acqua riferisce che l’Istituto superiore di sanità, pochi anni fa, ha organizzato un’indagine nei 285 servizi psichiatrici italiani fotografando quanto vi accadeva nell’arco di tre giorni. Da quella ricerca risulta che 200 servizi dichiarano di usare comunemente mezzi di contenzione, e che in 85 vi era almeno una persona legata al momento della rilevazione, in un caso addirittura quattro contemporaneamente. Risulta anche che gli uomini sono legati più delle donne (ma in un centro era legata al letto addirittura una ragazzina di 14 anni) e gli immigrati, guarda caso, più dei locali.
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Ecco un vero editore a pagamento

Don Quijote - Foto di Gisela GiardinoLa casa editrice Il Filo di Viterbo è una casa editrice a pagamento. Nonostante pubblichi annunci sulle prime pagine dei maggiori quotidiani, asserendo di essere alla ricerca di nuovi talenti, questa casa editrice è alla ricerca solamente di polli da spennare, di scrittori esordienti con la folle voglia di veder pubblicare il loro libro, che attira con annunci mendaci e ai quali offre solo la stampa a pagamento delle proprie opere senza curarne affatto la distribuzione sul mercato nazionale. Chi si avvicina al Filo sappia ciò, e chi riceva da Il Filo una proposta di pubblicazione sappia che ciò non significa affatto una valutazione, tanto meno positiva, della propria opera.

Per questo Il Filo, per deontologia professionale, dovrebbe precisare nei propri costosi annunci, che la eventuale (anzi certa) pubblicazione avverrà solo dietro pagamento da parte dell’autore.

Non sono solo io a dirlo, da mesi ormai, ma lo conferma, con recente sentenza anche il Tribunale Civile di Bologna.

Al Tribunale di Bologna si era rivolta la casa editrice Il Filo, nel Gennaio scorso, chiedendo di intimare al sottoscritto la cancellazione dal proprio blog (questo che state leggendo) di tutti gli scritti aventi come oggetto l’attività della casa editrice stessa. La giustificazione di un provvedimento così severo (si può dire cinese?) stava nel fatto che tali scritti erano palesemente falsi e fortemente lesivi dell’immagine e degli interessi de Il Filo.

Il Tribunale di Bologna ha respinto il ricorso de Il Filo, sostenendo che la stessa Casa Editrice non è riuscita a dimostrare falsa alcuna delle affermazioni che si trovano su questo blog. Leggi l’ordinanza del giudice.
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Dopo una mezza bugia, arriva la bugia doppia

Ma bravo, bravo, Angelo Maria Pellegrino. Qualche giorno fa una mezza bugia: lui avrebbe finanziato la prima edizione italiana del libro “L’Arte della gioia” di Goliarda Sapienza, mentre si trattò di anticipare i quattrini per la composizione delle 800 cartelle del manoscritto avendo pensato di darci quel malloppone dattiloscritto piuttosto che il dischetto, come anche allora quasi tutti gli autori facevano. È vero che quei quattrini ci consentirono di realizzare quell’avventura altrimenti impossibile, ma è altrettanto vero che li riebbe indietro per intero, cosa che si guarda bene dal dire. Una stupida e offensiva (per noi) mezza bugia. E ora una doppia bugia. Gianni Bonina sul quotidiano La Stampa di sabato scorso riferisce quello che gli dice Angelo Maria:

Naturalmente si parla dell’”Arte della Gioia” [pubblicato] a sue spese nella collana “Millelire” di Stampa Alternativa da lui inventata…

Prima bugia: Millelire non fu inventata da Angelo Maria Pellegrino bensì dal sottoscritto in solitaria. Si veda in proposito quanto riportato dalla enciclopedia universale Garzanti del 1994: “Collana editoriale fondata a Roma da Marcello Baraghini nel 1992. Deriva dal nome del prezzo di vendita del ‘tascabile’ che ha rivoluzionato il mercato editoriale”.

Seconda bugia: Angelo Maria non pagò una sola lira per la pubblicazione del primo capitolo dell’”Arte della Gioia” nella collana Millelire Più dal costo di cinquemila lire di allora e da lui diretta: di questo la casa editrice ha regolare contratto redatto con la stessa Goliarda Sapienza. L’”Arte della Gioia” in Millelire Più fu un grande successo, ma la collana concluse quel momento brillante a causa dei colpi inferti dalla direzione editoriale di Angelo Maria Pellegrino.
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Suicidi d’autore che suggellano un’esistenza e la rendono compiuta

Suicidi d'autore di Antonio CastronuovoAll’aeroporto di Ancona lo scorso marzo, aspettando il volo per Monaco, ho comprato un libro, con gli ultimi euro, che in Danimarca non si usano. E ho scelto un libricino di Stampa Alternativa, Suicidi d’autore (2003) di Antonio Castronuovo. I suicidi non mi affascinano ma dando un’occhiata all’ indice mi sono accorta che si trattava, tra gli altri, di suicidi di persone che “conoscevo”: Sylvia Plath, Unica Zürn, Marina Cvetaeva, Walter Benjamin, Anne Sexton. E cosí l’ho acquistato sperando mi desse ulteriori notizie degli autori sopra elencati. Ho trovato più che altro, come un affettuoso saluto agli autori che se ne sono andati quasi senza salutare, senza aspettare i tempi naturali, rinunciando al futuro, che per quanto nero potesse sembrare a loro, visto dal punto di vista di quel giorno, non sapremo mai cosa avrebbe riservato. Né noi né loro. Un suicidio esclude il futuro. A me sembra che renda incompiuta una vita.

Ma nel brevissimo prologo scrive Castronuovo: “D’autore perché suggellano un’esistenza - e la rendono compiuta”. Punti di vista. Forse ha ragione lui. Una Plath senza il suicidio, una Cvetaeva senza il suicidio…( cosí come un Pavese senza il suicidio) sono inimmaginabili. Adesso sarebbero degli anziani un po’ maniaci di qualcosa, pieni di acciacchi e di rughe…No, non si riesce ad immaginarli. Quindi forse é vero che cosí facendo hanno reso compiuta la propria esistenza. Vi trascrivo qualcosina della interessante lettura.

Suicidio sottovetro - Sylvia Plath: Trenta. Compiuti da poco. E alle spalle un paio di libri. Ma sul tavolo tutte le poesie che aveva scritto in poche settimane, colta dal fervore iridescente, e poi manipolate, una per uno, con un lavoro minuzioso…erano i versi di Ariel…Trasparenti come lo sono le cose che preparano la morte. Ma anche capaci di fare di lei una poetessa famosa: premiata quando la fama, sorridendo della sua stessa pigrizia e avarizia, sembra dire all’autore: “Giungo quando non ci sei, quando non ti servo”…Quell’inverno fu incredibilmente freddo e lo sconforto si fece intollerabile….
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“Psichiatri: condannali, o Dio, per tanti loro delitti”

La schizofrenia non esiste, e se non esistesse io vorrei averla di Gianna SchiavettiIl Sereno Soggiorno, la struttura geriatrica dove Gianna Schiavetti ha fatto ospitare l’anziana madre, assume nelle pagine del diario un significato particolare. E L’ochino che abita il cortile del Sereno Soggiorno rappresenta un animale con caratteristiche distintive da bestiario tradizionale. Nella vita professionale di ogni psichiatra ci sono alcuni pazienti che emergono dagli altri, talvolta per motivi clinici, talaltra perché mettono in gioco valenze motive specifiche. Gianna è così per me, e l’ochino del Sereno Soggiorno è diventato il tramite, l’oggetto transazionale condiviso, che ha segnato il cambiamento della nostra “relazione”.

A questo punto, infatti, la diffusa ostilità che Gianna nutre nei confronti degli psichiatri si è smorzata nei miei confronti quando ha cominciato a paragonarmi all’ochino del Sereno Soggiorno e per un po’ a chiamarmi con questo (poco nobile, ma molto significativo) appellativo. Per tale motivo da parte mia è nata verso questo animaletto una curiosità che, adesso, nella ricostruzione della storia trova una sua soddisfazione. Le due galline americane nel cortile della casa di riposo si erano trovare senza gallo (soppresso con una fucilata perché cantava troppo) ed erano adibite alla cova di uova di oca feconde. Ne nacque un pulcino ochino che crescendo temeva l’acqua perché non sapeva di essere un animale acquatico.

In più le altre galline cominciarono a beccarlo non gradendo la sua presenza: perciò venne portato via. Insomma, non era cresciuto come animale acquatico ma non era neanche riconosciuto dalle galline cui si era adeguato in una sorta di imprinting. Non avrebbe potuto sostituire il gallo né fare il papero da grande, visto che la sua identificazione era drammaticamente incerta. E Gianna si chiede in quel momento di colloquio col Creatore: “Caro Dio, sono io il tuo ochino?” E a me, molto più prosaicamente viene da chiedere a lei:
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Canta che non ti passa: storie e canzoni di autori in rivolta

Canta che non ti passa. Storie e canzoni di autori in rivolta francesi, ispanici e slavi di Alessio LegaPotenza delle date: era un primo maggio quando ebbi il primo contatto con Alessio Lega. Nel 2003. Avevamo e abbiamo un amico comune, Marco Ongaro, che mi incoraggiò a scrivergli e mi diede il suo indirizzo di posta elettronica dal nome difficile da dimenticare e facile da rintracciare in rubrica: amoreanarchia. Così quel giorno gli scrissi una mail. Avevo letto su A il suo pezzo su Bulat Okudzava, press’a poco lo stesso che si ritrova in questa raccolta. Non sapevo niente di Alessio Lega, fui sbalordito che qualcuno scrivesse con tanta competenza su un artista così grande ma così misconosciuto da noi, però - da operatore del Club Tenco - rimasi deluso perché non aveva citato la partecipazione (rarissima e avventurosa) di Okudzava al Premio Tenco 1985. Così presi pc e outlook in mano, e vergai, insieme ai complimenti, le mie rimostranze. Alessio mi rispose subito:

Hai ben ragione… solo che questi miei articoletti sono l’iniziativa di un “pazzo” (me) che, stanco di parlare solo con sé stesso dei suoi autori favoriti, non ha altro intento se non quello di cercare di mettere la sua passione focosa a disposizione di chi vuole… e chissà, in quest’intendo autoreferenziale, quante cose importanti tralascio…

Che fosse un pazzo e un appassionato l’ho capito subito. Tanto che mi spaventai un po’ nel vederlo scrivere di “aver trovato finalmente un interlocutore mi ha fatto smarrire il senso del limite”. Non gli diedi grande soddisfazione come assiduo interlocutore epistolare e spero ora di rimediare un pochino con queste righe. Quella sua mail continuava però con una bugia:
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La vita spericolata della donna più amata d’America

Compagna Marilyn - Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell'Fbi Mario La FerlaCi sono voluti 46 anni, ma alla fine la verità è venuta fuori, e il merito è di Mario La Ferla, un giornalista e scrittore italiano che si è impegnato talmente a fondo nell’inchiesta sulla morte della diva da scoprire non solo i retroscena del suo assassinio, ma perfino il suo sconcertante coinvolgimento in una sistematica opera di spionaggio contro il suo stesso Paese.

«Ho deciso di indagare sulla Monroe – spiega l’autore del libro Compagna Marilyn (Ed. Stampa Alternativa), in cui svela il mistero – perché per la mia generazione lei è stata il mito vivente. Da 46 anni volevo scoprire come fossero andate veramente le cose, e alla fine il momento giusto è arrivato». Gli chiediamo come sia riuscito ad arrivare dove nessuno sinora era mai giunto. «Anni fa ero a New York per un’altra inchiesta e mi sono imbattuto in un certo signore italo-americano, avvocato della Mafia. Lì ho capito che a certi livelli gli intrecci fra legalità e illegalità sono molto stretti, ma anche che era l’unico modo per ottenere dei favori. Tramite lui sono potuto andare nella sede dell’Fbi e convincere le persone giuste per farmi portare negli archivi. La cosa stupefacente è che la verità è tutta lì, perfettamente documentata, con quasi 800 pagine di dossier, una serie infinita di rapporti, registrazioni audio, foto: c’è tutto, solo che prima d’ora nessuno c’era mai arrivato».

E che ha scoperto?

«Nei documenti inediti emerge la ricostruzione della sua carriera di attrice a Hollywood, i rapporti con alcuni celebri personaggi degli studios, primo fra tutti Frank Sinatra, noto amico di boss della malavita organizzata e intimo della famiglia Kennedy. E poi, le sue pericolose amicizie con alcuni dei più spietati boss di Cosa Nostra con i quali intrecciava temerarie relazioni sessuali; gli amori folli con i fratelli John e Robert Kennedy e le frequentazioni appassionate e incaute con alcuni esponenti di spicco del Partito comunista americano. Così è stato possibile ricostruire gli episodi che hanno portato la Monroe verso una fine tragica, per molti aspetti orribile e oltraggiosa».
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Meglio dietro: diario di una telefonista erotica / 2

Meglio dietro - Diario di una telefonista erotica di Rita MeliisHo smesso di prendere delusioni “a domicilio” per prenderle a casa: dopo la terza-quarta domanda capivo che il lavoro era di venditrice a provvigione. Ma qualcosa dovevo pur fare e visto che gli annunci “canonici” non andavano a buon fine, mi sono buttata sui famosi lavori “alternativi” che avevo cercato di evitare. Alternativi, ma non troppo. C’erano annunci di hostess nei locali notturni, con una paga giornaliera di centocinquanta euro. Ammetto di essermi lasciata tentare e ho chiamato. La risposta era “tranquillizzante”, almeno questo era il tentativo di chi stava dall’altra parte del telefono. Diceva che non c’era molto da fare, niente di impegnativo: “Devi solo essere carina con i clienti, li accompagni a bere, poi vedi tu”. Centocinquanta euro per fare solo questo? Oppure cameriera nei night club con vestiti sexy. Troppo.

L’ultima spiaggia per l’annuncio per operatrice telefonica del 166. Ma sarà la stessa cosa? Mi chiedevo. Anche la paga non era malaccio. Sui mille euro al mese. Onesto, pensavo. Manca il motivo per il quale ho deciso di raccontare l’esperienza: prendermi una rivincita verso il mondo del lavoro tanto ostile e verso “questo lavoro”, verso i titolati e anche verso gli utenti che probabilmente pensavano di parlare con ragazze capaci solo di assecondare voglie. È deciso. La mia ultima spiaggia era rispondere agli annunci di chi chiama il 166. Se mi dicono che non posso fare nemmeno questo, significa che sono alla frutta. Posso solo tornare a fare la cameriera in qualche ristorante italiano all’estero dove almeno pagano bene.
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“L’arte della gioia”: altro che a spese proprie

Sono d’accordo sulle puntualizzazioni di Marcello Baraghini circa le vergognose affermazioni di Pellegrino che dice di aver fatto a sue spese l’edizione integrale dell’”Arte della Gioia” del 1998. Si trattò infatti non di contributo bensì di anticipazione finanziaria pari a circa il 58% della spesa globale da sostenere (l’edizione integrale infatti constava di 700 pagine, costò alla casa editrice 12.000.000 di vecchie lire e fu venduta in libreria a un prezzo calmierato di 14,50 euro). Prestito che fu tutto restituito nell’arco di dodici mesi. Dunque, come si fa a dichiarare che si trattava di edizione fatta a sue spese ? E il lavoro pressoché gratis fatto dall’editore per editing, progetto grafico, correzione bozze e cura della promozione e distribuzione?

Un caso che ha veramente del vergognoso. A questo, e dato che curai personalmente i rapporti con Angelo Pellegrino per quel che attiene tutta la parte economico-finanziaria, vorrei aggiungere altre verità non dette sul caso editoriale “Arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Una cosa è certa: Angelo Pellegrino ha voluto cancellare ogni riconoscimento alla nostra casa editrice per aver contribuito a far nascere in Italia e in parte all’estero questo caso.

Si è volutamente omesso che, dal 2002 al 31 dicembre 2007, Stampa Alternativa ha portato in libreria altre due edizioni di questo libro, tutte più volte ristampate e che dal 2002 ad oggi (per effetto del nuovo contratto stipulato) Angelo Maria Pellegrino ha percepito circa 25.237,00 euro di royalty fra diritti italiani ed esteri. Va ricordato poi che Stampa Alternativa fece un’ulteriore concessione: pur non avendo alcuna titolarità a farlo in base al contratto firmato con noi, Angelo Pellegrino incaricò un’agenzia di rappresentanza a cedere a suo nome i diritti di traduzione del libro di Goliarda in Francia e Germania, dandoci comunicazione di ciò soltanto a cessioni avvenute, dalle quali quindi la nostra casa editrice non ha percepito alcuna royalty.
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“L’arte della gioia” e le mezze verità su cui dire due parole

Mario, il tuo appunto è ragionevole e soprattutto prezioso perché mi dà la possibilità di chiarire fino in fondo la vicenda meglio di quanto non sia riuscito fino ad ora. Angelo Maria Pellegrino, dopo il suo straordinario In transiberiana pubblicato senza contributi prima nella collana Millelire e poi in “Millelire Più”, mi sottopose il manoscritto di Goliarda Sapienza, “L’arte della gioia” per l’appunto. Non mi sfiorò il dubbio che non fosse straordinario e da pubblicare se non fosse che… si trattava di un manoscritto enorme tutto da digitalizzare e il solo costo di composizione - da sostenere molto prima della stampa e della messa in distribuzione - mi tagliava fuori: non avevamo quella cifra e non mi vergogno a dirlo. Paradossalmente (ma non troppo) fu la prova o la riprova della nostra libertà e indipendenza.

Pellegrino capì, da uomo intelligente e generoso che qualche volta è, e si offrì di anticipare quella cifra, rischiando naturalmente. Ribadisco che stiamo parlando di anticipare: chiaro il concetto? E gli andò bene perché rientrò presto di quella cifra attraverso i diritti di un regolare contratto di edizione e nel corso degli anni e delle numerose edizioni s’è portato a casa un bel gruzzoletto. Assolutamente meritato.

Che ora venga a dire una mezza verità - situazione molto peggiore per me di una grande bugia - mi fa solo pensare che il successo internazionale e l’edizione uscita per un grosso editore com’è Einaudi gli hanno fatto perdere quella generosità e sensibilità che gli riconoscevo. Che si goda pure la pioggia di quattrini che gli sta cascando addosso perché noi continuiamo imperterriti e tignosi a fare il mestiere dell’editore all’incontrario, come ci chiama la grande e straordinaria scrittrice contadina Luciana Bellini.

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