Tanto scappo lo stesso, il romanzo di una matta

Tanto scappo lo stesso - Romanzo di una matta di Alice BanfiQuesto libro, Tanto scappo lo stesso – Romanzo di una matta, di Alice racconta di un’altra Alice, che non tutti siamo abituati a conoscere e che pure è ora che conosciamo. Di un altro viaggio, in un altro paese delle meraviglie, ci parla questo libro, meraviglie che sono tali in quanto si stenta a crederle vere. E perché, una volta incontrate, difficili e forse impossibili a dimenticarsi. E non si dimentica l’orrore. È in questo indimenticabile orrore che la nostra Alice ci porta. L’orrore e gli orrori della psichiatria che resiste al cambiamento, che sopravvive a se stessa mentre annienta le persone. Testimonia, questo libro, dei luoghi e dei tempi, delle atmosfere che quella psichiatria sostiene, di cosa accade alle donne, agli uomini che si trovano ad attraversarli. Sarà, il libro di Alice, un’incredibile sorpresa per quanti mai hanno avuto la ventura di metterci il naso, in quei luoghi e tempi, in quelle atmosfere.

Con rigore, con leggerezza e con una scrittura scorrevolissima Alice riferisce il suo passaggio attraverso un luogo-simbolo della psichiatria: il servizio psichiatrico di diagnosi e cura. Il luogo dove le persone vengono consegnate, perché vengano accolte e medicate, sofferenze acutissime, abissi di terrore, incontrollabili voci ora paurose ora suadenti, visioni angeliche e dialogiche; il luogo che accoglie tutto l’indicibile gelo, il deserto senza fine di emozioni e relazioni rese irriconoscibili, insostenibili da qualcosa che in quei momenti pare ed è più grande di loro. Forse più forte di tutto.

Un luogo buono quando si dispone, si apre, si prepara ad ascoltare, a vedere, a comprendere, a dare vicinanza, a confortare la persona in quel momento cruciale. Un luogo buono se è capace sempre di considerare le persone in relazione a quel momento, che è solo uno dei momenti della malattia che sta dentro nella vita di quella persona, ben più ampia, complessa, ricca di meraviglie possibili. Un luogo cattivo quando si attrezza a registrare sintomi, comportamenti, atteggiamenti. Quando ripropone distanze, si chiude, sequestra, imbavaglia, contiene. Quando a dominare è l’occhio dello psichiatra che non vede, l’orecchio che non sente. Quando a condizionare i giochi è la malattia, la malattia incomprensibile, la malattia imprevedibile, la “scandalosa e pericolosa” malattia. Quando sentimenti come disperazione, euforia, malinconia, rabbia, rancore vengono derubati del loro significato “umano” cui pure appartengono, costringendo l’altro, la persona, a oggetto.

Povera “Cosa” che di umano non ha più nulla. Cancellata dalla malattia con i suoi tanti comodi familiari nomi: minaccia, rischio, necessità di mobilitare difese, innalzare confini, sottrarsi al confronto. Un luogo cattivo dove si riproducono le peggiori pratiche manicomiali e che giustifica prevaricazioni, mortificazioni, impensabili violenze. Sono questi i luoghi della resistenza di una psichiatria che fa fatica a rinnovarsi malgrado il cambiamento avvenuto nel nostro paese abbia portato sulla scena le persone. Persone che, come fa Alice, possono ora parlare, dare significato alle loro emozioni, pretendere di essere ascoltate per quello che sono, finalmente orgogliose del diritto riconquistato. Persone che pretendono di essere viste anziché nascoste, per scomparire, dietro la malattia.

Un servizio psichiatrico di Milano, ma potrebbe essere Berlino, Londra, Parigi, è il teatro della narrazione e delle storie ed è metafora di tutti i luoghi della psichiatria che fanno fatica a rinnovarsi. Questi stessi luoghi che per chi, come me, fa il mestiere dello psichiatra da oltre trent’anni pensando di cambiare il mondo, sono, paradossalmente, la conferma della giustezza di una scelta di un cammino faticoso che ancora deve farsi e che ancora altre e più ottuse resistenze deve affrontare. Le cose che accadono, anche le più indicibili, Alice le racconta sempre con ironia. Scanzonata fino allo sberleffo. Eppure racconta fatti dolorosi, amari, gravi. Un pugno allo stomaco. Fatti che denunciano un cambiamento mancato, un ritardo colpevole, la persistenza di pratiche più che mai inutili e senza senso. Il cambiamento evocato da Alice è quello della riforma di Franco Basaglia, trent’anni fa.

Alice con la sua presenza in scena, la trasparenza del suo sguardo, la dignità delle sue parole è il segno più evidente di quel cambiamento, iniziato e incompiuto, da compiere senza più un solo minuto di ritardo. È questo che Alice in fondo ci chiede. Alice, non so quanto consapevolmente, col suo raccontare lieve e limpido, compie un’operazione molto più complicata di quanto forse appare. Dà continuità alla sua storia. Si presenta come protagonista consapevole del ruolo politico che ora la sua esperienza le attribuisce. Denuncia una condizione di violenza e di sopraffazione cui frequentemente sono esposte le persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale. Dunque racconta di sé e di una storia, come tutte le storie di una vita, non facile da raccontare. Dice delle proprie debolezze, delle sue esperienze, anche di quelle che si preferirebbe non dire, delle relazioni difficili e dolorose. Si espone e rischia il giudizio, la distanza, la pietà. Ma ne è consapevole e proprio per questo insiste nel raccontare. Ha la necessità di affermare una condizione, un diritto a esserci, malgrado tutto.

Chi ha subito lo suardo dello psichiatra sa quanto difficile sia raccontarsi. Chi si trova a vivere la disperazione, l’incomprensione, l’estraneità, il sospetto e la diffidenza, l’urto delle relazioni, il dolore della mente, fatica a riconoscersi. Prima ancora che raccontarsi, impossibile appare riconoscere e ridare continuità alla propria storia. Come se la malattia diagnoticata, il ricovero, il trattamento psichiatrico comportasse una frattura esistenziale insanabile. “Prima stavo bene, dopo…” Come se si perdesse per strada il senso di appartenere a una storia, a un luogo, a una famiglia. Come se si dovesse rinunciare all’esperienza precedente, cancellare la malattia e con essa i sentimenti, il dolore, le passioni, l’ebbrezza dell’onnipotenza, i conflitti, le offese.

Alice per riprendersi deve riprendere tutto, anche il dolore, il disgusto e le relazioni dolorose. Per dare continuità alla propria esistenza, malgrado la malattia, e la psichiatria. Alice deve compiere una fatica smisurata, inimmaginabile. Riprendere in mano la propria vita. Appartenere a se stessa, riconquistare il proprio potere. Guarire, forse, alla fine. Alice entra in scena da protagonista, prende in mano, malgrado la malattia, i ricoveri, i pregiudizi, la sua vita. Quasi con orgoglio rivendica quella sua particolare esperienza. Rivendica il senso della sua esistenza. Ognuno dei livelli che Alice attraversa contano con forza nella mia esperienza personale e, mentre confermano quanto nel corso degli anni abbiamo inteso dire e cambiare, dalla critica delle istituzione alla restituzione dei diritti, segnano i limiti del nostro agire attuale e l’urgenza di cambiamenti ulteriori.

La presenza sulla scena delle persone, finalmente, costringe a rileggere la storia di questi trent’anni non più e non soltanto con gli occhi di quelli che, dalla loro illuminata posizione di potere, l’hanno fatta. Finalmente ci sono le persone. Torna prepotente, nel ricordo, la meraviglia delle prime assemblee nell’ospedale psichiatrico di Gorizia che si apriva. Gli interventi ritrovano relitti della loro storia: scoprono, stupiti, di possedere ancora parole e che possono dire, timorosi, i loro elementarissimi bisogni. Chi mai poteva pensare che da quei piccoli movimenti altri uomini e altre donne avrebbero trovato voce, parole, forza. Oggi l’assemblea goriziana si è allargata, non ha più confini e i protagonisti sono un po’ ovunque. Si cercano, si associano, diventano interlocutori politici, si aiutano, scambiano esperienze. E, finalmente, si pongono consapevoli di fronte agli psichiatri e alle psichiatrie, alle amministrazioni e ai politici, ai giornali e ai giornalisti, ai familiari e alle loro associazioni, ai luoghi comuni e ai pregiudizi.

Alice mette alla prova proprio questo cambiamento che la legge ha reso possibile. Di lì a poco, per l’urgenza di quel cambiamento non più rimandabile, comincerà a battersi, a cercare chi come lei si trova a vivere la stessa esperienza, a fare alleanze, a tessere reti, contribuire ad azioni politiche e strategiche.

Tanto scappo lo stesso – Romanzo di una matta di Alice Banfi
Collana Eretica
120 pagine
ISBN: 978-88-6222-033-0

5 thoughts on “Tanto scappo lo stesso, il romanzo di una matta

  1. Colpisce il fatto che dall'”orrore” sembra non riuscire ad uscire.
    La paura del buio si equivale alla paura della luce e questo davvero tante persone stentano a crederlo.
    Auguro ad Alice di imparare a non giocare più con la parola “matta”, ma di ritornare ad essere quello che sicuramente era un tempo.
    Prima una bambina e ora donna che si aggrappa ad un muro e lo graffia al punto di sconvolgere le anime altrui.
    Sicuramente un bel libro da leggere e sul quale riflettere con attenzione, ma soprattutto, quello che chiede Alice, è senza usare la malevola derisione; nel rispetto di una delle tante sofferenze che tutt’oggi affliggono il nostro mondo.

  2. Carissima D, non ce l’ho poi fatta a centellinarmi il libro come ti avevo
    detto, anzi me lo sono scolato tutto d’un fiato, ma non mi sono ubriacata,
    mi ha dato invece una splendida sensazione di bellezza, di incontro con una
    persona veramente speciale che mi fa sentire piccola, piccola, un po’
    meschina, un po'(o forse molto) egoista… Chissà, forse se con Pino, il
    “matto” del nostro paese ci sapessimo comportare come Alice sa fare con le
    persone che incontra, forse non passerebbe il tempo, tra gli scrollamenti di
    testa dei pochi abitanti rimasti, a demolire pezzo per pezzo la grande casa
    in cui abita. Grazie per avermela fatta conoscere e grazie per essermi amica.
    Ora so che solo i “matti”
    possono salvare i “sani” e il mondo intero.
    Ciao Ros.

  3. Mi permetto di inviare una recensione pervenutami da una giornalista Triestina, Kenka Lekovich.

    ALICE NEL TUNNEL DI VETRO
    Quando qualche mese fa nella direzione del Dipartimento di Salute Mentale a San
    Giovanni, Trieste, mi si materializzò davanti una ragazza in nerofucsia di un pink
    punk postdatato ma – direbbe certamente lei – maledettamente naturale, non ho avuto
    dubbi. Era Alice. Alice Banfi. La piccola furia conosciuta dentro le pagine tenute
    insieme da due similborchie, battute a carattere corpo 18 del suo non-ancora-libro che
    allora si chiamava “Chiusi da porte di vetro. Breve biografia remota”, mi stava
    davanti. La psicofarmaco docile Alice di carta, che ti taglia i polpastrelli per la furia
    con cui ti costringe a leggerla. L’antieroina di un fumetto uscito da “Frigidaire”
    stranamente senza figure – basta il testo a disegnarle, più aerografo dell’aerografo. La
    “matta” del villaggio globale schedata nel suo libro bianco della vergogna sotto la
    voce “disturbo della personalità borderline”, riconoscibile per le lentiggini di piercing
    su tutto il viso, i capelli blu sparati dritti in testa taglio “Zot” e le bolle di sapone che
    porta sempre nella borsetta per difendersi da quelli più pericolosi, a sé e agli altri, di
    lei. E che per essere fedeli alla linea (della loro diagnosi) si affettano braccia e gambe
    con le loro migliori e uniche amiche lamette, e per tornare interi, salami perfetti,
    vengono legati da donne e uomini “di ghiaccio” in camici bianchi, per evitare che il
    ghiaccio si sporchi. Di sangue e di vita, malata da morire. Di “cure”, che rischiano di
    uccidere, come ha rischiato di essere uccisa la vita di Alice.
    Nata, neanche a farlo apposta, nell’anno in cui il villaggio globale sigillava le porte di
    piombo del suo manicomio globale, per riciclarle infedele in porte di vetro anti Tutto.
    E che Alice, che ora avevo davanti in scarsi 40 chili di carne elettrica distribuita lungo
    157 cm di altezza, ha mandato all’aria. Malgrado Tutto.
    È questa piccola parola, la parola “malgrado”, il tunnel nel quale Alice spara la sua
    storia che ora si chiama “Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta” (Stampa
    Alternativa, Viterbo giugno 2008) alla stessa velocità con cui vengono sparati i
    protoni nell’anello della Macchina del Tempo. Lo scontro tra le due Alici, la “matta”
    e la “normale”, nel tunnel Diagnosi e Cura di Milano non è poi così lontano da quei
    due fasci di protoni che collidono alla velocità della luce nel tunnel della Macchina
    del Tempo di Ginevra, per riprodurre nell’impatto qualcosa di molto vicino all’origine
    dell’Universo. Con la speranza non poco folle che quel “qualcosa” possa sdoganare
    misteri più grandi e più vecchi dell’Universo cucco. Del tipo: materia oscura,
    antimateria, Buchi Neri, supersimmetrie dette Susy, pappette Quark, “la particella di
    2
    Dio” persino. Tutto questo fotografato da 4 “Rivelatori” che spareranno le istantanee
    in tempo reale nei computer di 8000 mila scienziati del mondo. Uno dei fantastici 4 si
    chiama, accidenti al caso, Alice!
    Ed è proprio quello che la nostra, di Alice, fa fare al suo romanzo “Tanto scappo lo
    stesso” (da comprare più veloci della luce), e con scienza infinitamente meno
    sofisticata, con l’elementare, nudo sguardo di una scrittura che per soli 10 euro contro
    i chissà quanti gigamiliardi spesi a Ginevra, fa toccare con mano, di più, ti ci
    scaraventa dentro, altro che Buchi Neri! Quelli dai quali Alice e non sa nemmeno lei
    come, è riuscita a scappare. E non per abbandonarli in mezzo alla strada, ma
    trasportando con sé, leggera, giocosa, dolce, ironica, tutta la pesantezza, la serietà, la
    durezza, la vergogna di ciò che quei Buchi rappresentano e sono.
    Soprattutto, di ciò che fanno. Di come fagocitano le persone, se le mangiano vive,
    divorano testualmente, per risputarle informi, sfigurate nel corpo e nello spirito,
    irriconoscibili, derubate e denudate di tutto. Anche un rifiuto nella discarica ha più
    dignità di chi è così sfigato da finire, per dolore vero e nero o per smacco del destino,
    nel tunnel non della malattia mentale, ma dei luoghi e delle persone, dei medici, che
    da quel tunnel devono portarti fuori. Aiutarti a uscirne sulle tue gambe, con la tua
    testa, anche quando matta più di un cavallo, sulle spalle.
    Come ha fatto Alice, ma ahimé, da sola o quasi. Oltre alla sua mamma, cui lei dedica
    il libro, ogni santo giorno lì, a proteggere la figlia con la sua calma, la dolcezza,
    l’abbraccio che mai giudica e sempre comprende ovvero “con sé prende”; oltre alla
    mamma che quando tutto va “di merda” sa dire che tutto andrà superbene, Alice “la
    paziente” ha come sua sola cura e salvezza, la cura che lei stessa sa e vuole, a costo
    della propria vita e libertà, donare agli altri “pazienti” imbottigliati con lei nel tunnel
    di vetro. Una piccola Giovanna D’Arco a lieto fine, che nel liberarsi e liberarsi,
    slegarsi e slegarsi, scappare e scappare, fuori e fuori e poi fuori, dieci, cento, mille
    volte, tutte le volte che la rinchiudono di nuovo, legano di nuovo, mettono dentro di
    nuovo, libera, slega, fa scappare anche gli Altri. I suoi compagni di contenzione, cui è
    vincolata dalle stesse cinghie che strangolano ogni se pur fioco filo di luce nel tunnel
    bianco della paura, altrimenti detto Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Italia,
    anno di grazia 1999.
    E allora fuori Margherita, fuori Lina, fuori Piero. Fuori Rosalia, Francesca, Luigi,
    Maria Paola, Giò, Klara, il Conchiglia, Ibrahim, il cinese Matteo Su, il francese
    Simon, la signora De Frollo. Fuori tutti. E quelli che non è riuscita a liberare, come
    3
    Marta, l’amica del cuore che portava i capelli rossi a caschetto alla Valentina di
    Crepax, se li porta ugualmente con sé. Fuori da quel tunnel, dentro, nel suo piccolo
    enorme libro, dove essi sono molto più che amichevoli, affettuose presenze,
    felicissimi e disperati ricordi. Ma voci, vive, di persone vive che nessuno più dovrà
    uccidere perché così si fa, perché se uno è matto è matto, perché non si può-non si sanon
    si vuole fare nient’altro.
    Voci che sanno bene come tutto questo non ha alcun senso e che “l’amplificatore”
    Alice dirotta in un’ultima domanda possibile, la domanda finale. Per chiedere a quegli
    infermieri che lei avrebbe voluto abbracciare anche quando la trascinavano per metri
    sul cemento a schiena nuda, la lasciavano svegliarsi legata al letto nella propria pipì,
    le praticavano, quando non aveva fame, il “trattamento del cucchiaione in gola”; per
    chiedere a quei dottori e dottoresse “di ghiaccio”, a quegli psichiatri laureati per
    curare la vita che si ammala e soffre e che si comportano da “laureati in agraria” o
    magari in niente, luminari in annientamento delle persone, per chiedere a tutti loro ma
    anche a tutti noi: “COSA STAVATE FACENDO”?
    Con tutta la folle speranza che questa domanda così follemente normale non abbia
    mai più da coniugarsi al presente. Guai al futuro.
    Scrive Peppe Dell’Acqua nella densa prefazione-denuncia al libro, ricordando le sue
    notti di giovane psichiatra nei reparti del manicomio di Trieste aperti da Basaglia, a
    vegliare perché nessun malato venga contenuto, isolato, ingabbiato:
    “Durante quelle notti un amico milanese, giovane psichiatra, anche lui a Trieste per
    incontrare Basaglia, colto, intelligente e di una irrefrenabile ironia, raccontava del
    reparto di un manicomio lombardo che aveva frequentato da studente. In questo
    reparto erano ricoverati sessanta uomini. Era in uso la contenzione ‘democratica’,
    diceva, senza discriminazioni. Gli infermieri avevano il compito di legare tutti dopo
    cena, in preparazione della notte. Per avere la notte tranquilla. Avevano addestrato
    due internati che, solleciti, procedevano a legare tutti. Alla fine uno legava l’altro e
    l’ultimo stava perfino imparando a legarsi da solo![…]
    Ridevamo e coglievamo con orgoglio il senso di una scelta. Pratiche e storie di altri
    tempi ci sembravano. Di una psichiatria ormai obsoleta. Era il 1972!
    Queste pratiche e queste psichiatrie sono tornate. O meglio non hanno mai lasciato il
    campo. E così dai reparti degli ospedali psichiatrici quei trattamenti si sono riprodotti
    nei Servizi psichiatrici di Diagnosi e Cura, il luogo che Alice attraversa e racconta”.

    Kenka Lekovich, Trieste, 8 giugno 2008

  4. Ho letto del tuo libro nello speciale del Manifesto del 04/08/08. Stamattina l’ho comprato e divorato.

    Ogni storia ripete lo stesso dramma tra richiesta di essere amati e di essere torturati.

    Ogni storia ripete nel conflitto tra pazienti e struttura sanitaria il conflitto aperto con tutta la società.

    Ogni storia finisce per spingere il circolo vizioso un po’ più in là.

    Ogni volta, però, sembra anche affinarsi la tua capacità di comprendere te stessa e gli altri, di andare a fondo nelle storie e nei bisogni di tutte le persone che hai voluto ricordare.

    Leggendo tutte queste storie si prova la sensazione che la via d’uscita sia sempre lì, proprio a portata di mano. Come se pazienti e medici fossero quasi costretti a dire “toh! era così semplice? Perché non ci sono arrivato prima?”.

    E più si scende nella lettura più questa sensazione si radica fino a diventare un’evidenza, fino a poterla quasi imboccare questa via d’uscita. Come è accaduto a Marta anche se poi purtroppo non l’ha potuta raggiungere.

    E nello stesso tempo emerge con tutta evidenza quanto siano patogene e criminali quelle strutture solo per la loro esistenza.

    Parlando della tua scrittura, perciò, direi con una formula: sintetica, necessaria, essenziale.
    Grazie quindi per le tue storie.

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