Mala sanità su carta: il caso “Farmakiller”
È appena uscito in tutta Italia FarmaKiller – Business, follie e morti in nome della medicina e della scienza, ultimo libro denuncia di Stefano Apuzzo, giornalista, scrittore e già parlamentare dei Verdi, e di Marcello Baraghini, storico editore di Stampa Alternativa. La prefazione è di Beppe Grillo.
Proprio in questi giorni, mentre riesplode lo scandalo di una Sanità avvelenata dalla logica del profitto, con un nuovo inquietante filone di corruzione e di farmaci pericolosi immessi sul mercato, esce il libro che, in circa 300 pagine, mette a nudo il verminaio dell’industria farmaceutica e del sistema di camici sporchi, truffe, malanni indotti e guadagni stratosferici per poche multinazionali (le Big Pharma).
L’inchiesta in corso della Procura della Repubblica di Torino, sta scoperchiando la fitta rete – un vero e proprio filone d’oro – di collusione e corruzione a danno dei malati e di tutti i cittadini. Farmakiller dimostra come l’Agenzia del Farmaco di oggi sia l’erede della vecchia CUF di De Lorenzo e Poggiolini e punta l’indice in maniera chiara e documentata – anche attraverso testimonianze dirette – sull’intreccio di connivenze, affari, bugie e “pandemie” create ad arte da scienziati furbacchioni e medici che tutto hanno a cuore fuorché la salute dei pazienti. Ecco come e perché ci si ammala nel “BelPaese”, ecco come si può e si dovrebbe evitare di cascare nella rete di chi ci vuole tutti malati, ecco come tenere i nostri bambini alla larga dai pericoli della moderna stregoneria farmaceutica, per non rimpinzarli di psicofarmaci.
Il libro svela anche come sono state costruite le carriere di quelli che oggi appaiono intoccabili “Santoni” della scienza medica, alcuni in perenne auge, altri già svelati e decaduti: da Luigi Maria Verzè a Silvio Garattini, da Antinori a Marcelletti, da Gallo a Montagnier. Farmakiller è un libro indispensabile in un Paese che ha una delle spese farmaceutiche più alte d’Europa. In quarta di copertina spicca la frase di Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Medicina che, dopo aver lavorato decenni per le industrie farmaceutiche, oggi svela: “Sono arrivata alla mia età così in forma perché non ho quasi mai fatto uso di farmaci”. Infatti, negli Stati Uniti, i farmaci sono la quarta causa di morte e presto questa classifica si riprodurrà anche in Italia.
Oltre alla prefazione di Beppe Grillo vi è l’introduzione del Presidente di Gaia Onlus, Edgar Meyer.
Farmakiller - Business, follie e morti in nome della medicina e della scienza di Stefano Apuzzo e Marcello Baraghini
Collana Ecoalfabeto
288 pagine
ISBN: 978-88-6222-032-3
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Mi permetto di inviare una recensione pervenutami da una giornalista Triestina, Kenka Lekovich.
ALICE NEL TUNNEL DI VETRO
Quando qualche mese fa nella direzione del Dipartimento di Salute Mentale a San
Giovanni, Trieste, mi si materializzò davanti una ragazza in nerofucsia di un pink
punk postdatato ma – direbbe certamente lei - maledettamente naturale, non ho avuto
dubbi. Era Alice. Alice Banfi. La piccola furia conosciuta dentro le pagine tenute
insieme da due similborchie, battute a carattere corpo 18 del suo non-ancora-libro che
allora si chiamava “Chiusi da porte di vetro. Breve biografia remota”, mi stava
davanti. La psicofarmaco docile Alice di carta, che ti taglia i polpastrelli per la furia
con cui ti costringe a leggerla. L’antieroina di un fumetto uscito da “Frigidaire”
stranamente senza figure – basta il testo a disegnarle, più aerografo dell’aerografo. La
“matta” del villaggio globale schedata nel suo libro bianco della vergogna sotto la
voce “disturbo della personalità borderline”, riconoscibile per le lentiggini di piercing
su tutto il viso, i capelli blu sparati dritti in testa taglio “Zot” e le bolle di sapone che
porta sempre nella borsetta per difendersi da quelli più pericolosi, a sé e agli altri, di
lei. E che per essere fedeli alla linea (della loro diagnosi) si affettano braccia e gambe
con le loro migliori e uniche amiche lamette, e per tornare interi, salami perfetti,
vengono legati da donne e uomini “di ghiaccio” in camici bianchi, per evitare che il
ghiaccio si sporchi. Di sangue e di vita, malata da morire. Di “cure”, che rischiano di
uccidere, come ha rischiato di essere uccisa la vita di Alice.
Nata, neanche a farlo apposta, nell’anno in cui il villaggio globale sigillava le porte di
piombo del suo manicomio globale, per riciclarle infedele in porte di vetro anti Tutto.
E che Alice, che ora avevo davanti in scarsi 40 chili di carne elettrica distribuita lungo
157 cm di altezza, ha mandato all’aria. Malgrado Tutto.
È questa piccola parola, la parola “malgrado”, il tunnel nel quale Alice spara la sua
storia che ora si chiama “Tanto scappo lo stesso. Romanzo di una matta” (Stampa
Alternativa, Viterbo giugno 2008) alla stessa velocità con cui vengono sparati i
protoni nell’anello della Macchina del Tempo. Lo scontro tra le due Alici, la “matta”
e la “normale”, nel tunnel Diagnosi e Cura di Milano non è poi così lontano da quei
due fasci di protoni che collidono alla velocità della luce nel tunnel della Macchina
del Tempo di Ginevra, per riprodurre nell’impatto qualcosa di molto vicino all’origine
dell’Universo. Con la speranza non poco folle che quel “qualcosa” possa sdoganare
misteri più grandi e più vecchi dell’Universo cucco. Del tipo: materia oscura,
antimateria, Buchi Neri, supersimmetrie dette Susy, pappette Quark, “la particella di
2
Dio” persino. Tutto questo fotografato da 4 “Rivelatori” che spareranno le istantanee
in tempo reale nei computer di 8000 mila scienziati del mondo. Uno dei fantastici 4 si
chiama, accidenti al caso, Alice!
Ed è proprio quello che la nostra, di Alice, fa fare al suo romanzo “Tanto scappo lo
stesso” (da comprare più veloci della luce), e con scienza infinitamente meno
sofisticata, con l’elementare, nudo sguardo di una scrittura che per soli 10 euro contro
i chissà quanti gigamiliardi spesi a Ginevra, fa toccare con mano, di più, ti ci
scaraventa dentro, altro che Buchi Neri! Quelli dai quali Alice e non sa nemmeno lei
come, è riuscita a scappare. E non per abbandonarli in mezzo alla strada, ma
trasportando con sé, leggera, giocosa, dolce, ironica, tutta la pesantezza, la serietà, la
durezza, la vergogna di ciò che quei Buchi rappresentano e sono.
Soprattutto, di ciò che fanno. Di come fagocitano le persone, se le mangiano vive,
divorano testualmente, per risputarle informi, sfigurate nel corpo e nello spirito,
irriconoscibili, derubate e denudate di tutto. Anche un rifiuto nella discarica ha più
dignità di chi è così sfigato da finire, per dolore vero e nero o per smacco del destino,
nel tunnel non della malattia mentale, ma dei luoghi e delle persone, dei medici, che
da quel tunnel devono portarti fuori. Aiutarti a uscirne sulle tue gambe, con la tua
testa, anche quando matta più di un cavallo, sulle spalle.
Come ha fatto Alice, ma ahimé, da sola o quasi. Oltre alla sua mamma, cui lei dedica
il libro, ogni santo giorno lì, a proteggere la figlia con la sua calma, la dolcezza,
l’abbraccio che mai giudica e sempre comprende ovvero “con sé prende”; oltre alla
mamma che quando tutto va “di merda” sa dire che tutto andrà superbene, Alice “la
paziente” ha come sua sola cura e salvezza, la cura che lei stessa sa e vuole, a costo
della propria vita e libertà, donare agli altri “pazienti” imbottigliati con lei nel tunnel
di vetro. Una piccola Giovanna D’Arco a lieto fine, che nel liberarsi e liberarsi,
slegarsi e slegarsi, scappare e scappare, fuori e fuori e poi fuori, dieci, cento, mille
volte, tutte le volte che la rinchiudono di nuovo, legano di nuovo, mettono dentro di
nuovo, libera, slega, fa scappare anche gli Altri. I suoi compagni di contenzione, cui è
vincolata dalle stesse cinghie che strangolano ogni se pur fioco filo di luce nel tunnel
bianco della paura, altrimenti detto Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Italia,
anno di grazia 1999.
E allora fuori Margherita, fuori Lina, fuori Piero. Fuori Rosalia, Francesca, Luigi,
Maria Paola, Giò, Klara, il Conchiglia, Ibrahim, il cinese Matteo Su, il francese
Simon, la signora De Frollo. Fuori tutti. E quelli che non è riuscita a liberare, come
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Marta, l’amica del cuore che portava i capelli rossi a caschetto alla Valentina di
Crepax, se li porta ugualmente con sé. Fuori da quel tunnel, dentro, nel suo piccolo
enorme libro, dove essi sono molto più che amichevoli, affettuose presenze,
felicissimi e disperati ricordi. Ma voci, vive, di persone vive che nessuno più dovrà
uccidere perché così si fa, perché se uno è matto è matto, perché non si può-non si sanon
si vuole fare nient’altro.
Voci che sanno bene come tutto questo non ha alcun senso e che “l’amplificatore”
Alice dirotta in un’ultima domanda possibile, la domanda finale. Per chiedere a quegli
infermieri che lei avrebbe voluto abbracciare anche quando la trascinavano per metri
sul cemento a schiena nuda, la lasciavano svegliarsi legata al letto nella propria pipì,
le praticavano, quando non aveva fame, il “trattamento del cucchiaione in gola”; per
chiedere a quei dottori e dottoresse “di ghiaccio”, a quegli psichiatri laureati per
curare la vita che si ammala e soffre e che si comportano da “laureati in agraria” o
magari in niente, luminari in annientamento delle persone, per chiedere a tutti loro ma
anche a tutti noi: “COSA STAVATE FACENDO”?
Con tutta la folle speranza che questa domanda così follemente normale non abbia
mai più da coniugarsi al presente. Guai al futuro.
Scrive Peppe Dell’Acqua nella densa prefazione-denuncia al libro, ricordando le sue
notti di giovane psichiatra nei reparti del manicomio di Trieste aperti da Basaglia, a
vegliare perché nessun malato venga contenuto, isolato, ingabbiato:
“Durante quelle notti un amico milanese, giovane psichiatra, anche lui a Trieste per
incontrare Basaglia, colto, intelligente e di una irrefrenabile ironia, raccontava del
reparto di un manicomio lombardo che aveva frequentato da studente. In questo
reparto erano ricoverati sessanta uomini. Era in uso la contenzione ‘democratica’,
diceva, senza discriminazioni. Gli infermieri avevano il compito di legare tutti dopo
cena, in preparazione della notte. Per avere la notte tranquilla. Avevano addestrato
due internati che, solleciti, procedevano a legare tutti. Alla fine uno legava l’altro e
l’ultimo stava perfino imparando a legarsi da solo![…]
Ridevamo e coglievamo con orgoglio il senso di una scelta. Pratiche e storie di altri
tempi ci sembravano. Di una psichiatria ormai obsoleta. Era il 1972!
Queste pratiche e queste psichiatrie sono tornate. O meglio non hanno mai lasciato il
campo. E così dai reparti degli ospedali psichiatrici quei trattamenti si sono riprodotti
nei Servizi psichiatrici di Diagnosi e Cura, il luogo che Alice attraversa e racconta”.
Kenka Lekovich, Trieste, 8 giugno 2008