La “fetida” non ha vinto e Monica sorride ancora

Vent'anni son già troppi - Romanzo di lotta e di vita di Monica D'AmbrosioUna freccia sibila lacerando l’aria rivolta al cielo e colpisce l’ampia ala bianca piumata. Quello che sembra un uccello rimane folgorato e precipita al suolo. Da quel momento sboccia la vita terrena di quell’essere colpito a tradimento. È così che immagino la nascita in terra di Monica: un angelo caduto in volo, infiocinato a tradimento dalla vita. Quella vita con la quale non ha mai preso confidenza e che l’ha restituita al Cielo alla soglia celeste dei trentatré anni.

Per tutte le persone innamorate, senza distinzione di sesso ed età, chi ci lascia anzitempo è un angelo, ma nel caso di Monica c’era qualcosa di già scritto, di inquietante e sublime al contempo. Da bambina ha vissuto tra personalità multiple, per un periodo perfino tanto convinta di essere un cane da vivere alla catena vicino a una cuccia. Un forte ascesso le aveva trasformato il bel visino incorniciato dalla bionda chioma in un muso da levriero, il nobile Borzoi che amò tanto da adulta.

Ed eccola quindi immersa nella sua parte di cane, spulciandosi con forti grattate dietro le orecchie come fanno i bastardi, dormendo fuori e mangiando nella ciotola del cane. Tornata, non si sa bene come, ragazzina, non rinunciò mai ad avere sempre intorno i suoi compagni di vita: i bastardi. Raccattati ovunque, nelle strade di San Felice e nei cantieri. L’aspettavano sempre, all’uscita della scuola media, i suoi bastardi. A otto anni divorava Jack London, raccontandolo come una svolta nella propria vita di bimba amante degli animali e della natura.

La bambina che, come diceva di lei il nonno, morto all’improvviso di fronte ai suoi occhi, “capiva il Dottor Faust”, continuava a crescere divorando volumi, alla ricerca del senso dell’esistenza, scavando con le unghie tra le pagine, come un uomo nel deserto che cerca l’acqua, il senso della propria “malattia”. E più possedeva i Maestri della letteratura e della filosofia e meno trovava certezze, allontanandosi dalla scoperta della Verità. Aveva un rapporto conflittuale con Dio, Monica. Sapeva che era stato lui a catapultarla nella vita terrena, un corpo nel quale il suo spirito si sentiva ingiustamente imprigionato.

E non glielo poteva perdonare. Una prova alla quale non si sentiva pronta e a cui non voleva sottoporsi, l’attraversata terrena. Il “mal di vivere” la rosicchiava dall’interno, come un tarlo, come una pulce penetrante. Continua a essere vissuta, la vita di Monica, con molte incertezze, contraddizioni, con gli eccessi tipici dei folli e degli artisti, convulsamente e freneticamente, senza rassegnazione. Le ingiustizie verso chi è più debole hanno sempre rappresentato per Monica schizzi di benzina sulla carne viva, proprio come amava raccontare Jack London.

La reazione violenza alla violenza perpetrata a danno di animali ed esseri indifesi ha caratterizzato l’età adulta di Monica che iniziò giovanissima a militare nelle organizzazioni per i diritti degli animali. Eravamo alla fine degli anni ’80, primi anni ’90, a Milano. Imperversavano le manifestazioni contro l’uso delle pellicce, per la chiusura dei circhi e zoo, di vivisezione delle case farmaceutiche. Non ci risparmiavamo nulla, allora ventenni. Legale e illegale era per noi un concetto molto vago che non ci offuscava la vista sulle brutture a cui l’uomo, per beceri interessi economici, sottoponeva gli altri esseri del Creato. Le manifestazioni si svolgevano con i volti ben in vista, se vi era da liberare dalla tortura animali innocenti.

Ovunque apparisse Monica, scantinati polverosi e puzzolenti di sedi di associazioni, case occupate i centri a-sociali, portava una ventata di gioia, un sorriso contagioso, voglia di fare. Molti ragazzi si innamoravano di lei. Pur di rivederla, organizzavano finte riunioni sul nulla. Le cronache delle contestazioni degli anni ’60 alla prima della Scala erano ormai pagine ingiallite sulle pagine dei giornali. Pensammo noi a riportar loro linfa verde, reinventando quegli happening e restituendoli alla città.

Non più studenti imbevuti di ideologismo marxista che lanciavano uova su coppie di sepolcri imbiancati, ricchi sciùr parùn, bensì giovani animalisti anarcoidi che seminavano terrore tra le vacche impellicciate della Milano da bere. Era il 1990, Milano infreddolita, illuminata da luci glaciali, si prepara ad accogliere il gotha della vita politica e sociale della Prima Repubblica: da Cossiga a Craxi, da Spadolini a Berlusconi in versione giovanile. La città si mostrava blindata per la prima della Scala, ancora ferita dagli scontri di piazza che accompagnarono i Mondiali di Calcio e la sua scia di appalti facili, cemento e affari.

Il tardo pomeriggio del 7 dicembre, con le strade già sprofondate nel buio, Milano accoglieva orde di “nani e ballerine” per l’inaugurazione della stagione scaligera. Alla testa di un gruppetto di militanti animalisti, camuffati da melomani salottieri, con Monica sottobraccio, ci avvicinavamo sempre più all’obiettivo: il foyer della Scala. All’ingresso ci chiesero con garbo i biglietti e, con altrettanta disinvoltura, ognuno di noi recitava che i biglietti li avevano, per tutti, dietro. Entrammo uno dietro l’altro sicché alla fine rimasero il presidente del Senato Spadolini e il premier Bettino Craxi. Ormai l’obiettivo era raggiunto: ci trovammo nel bel mezzo del foyer, pigiati da dame grondanti ori, gioielli e pellicce. Monica, Elisa ed Eliana si svestirono delle pellicce, sottratte a nonne a mamme, e le gettarono in aria urlando. Contemporaneamente, con le unghie, strapparono le sacche di plastica contenenti liquido rosso sangue che invase marmi, lampadari, divise impettite e alte uniformi.

“Le pellicce grondano sangue!” urlò Monica. La tradizione contestataria alla prima della Scala era stata rinverdita, reinventata e riproposta, vent’anni dopo, con spiriti animalista e situazionista. Un happening dal valore artistico che non venne percepito lì per lì, tanto che i giornalisti presenti commentarono scandalizzati l’evento il giorno dopo. Agenti di polizia in borghese ci portarono via, tenendoci per ore in questura. Ma l’evento rappresentò per noi un successone: eravamo riusciti a riproporre, in mondovisione, il dramma dello scannamento degli animali per impellicciare la vanità di qualche milione di donnucole banali.

Dopo quel giorno non perdemmo una sola inaugurazione della prima e, ogni volta, riuscimmo a intrufolarci tra la folla di pinguini e vecchie megere imbellettate, nonostante polizia e digos ci stessero alle calcagna. Avevamo un corredo di travestimenti degno di Fantomas. L’anno successivo, infatti, fu la volta di “Meglio nude che in pelliccia!” con il foyer brulicante di cameraman e fotografi trasformato in un palco per la nostra protesta. Mentre Monica ed Elisa mostravano “i fiori candidi e provocanti della loro femminilità”, come scrisse un giornalista su “Il Giorno”, Rossella si autoammanettava ad una signora impellicciata. Ancora una volta la polizia era stata colta di sorpresa e la protesta riuscitissima.

Agli exploit più clamorosi seguirono per anni cortei ambientalisti e contro la guerra, falò pubblici di pellicce, liberazione di animali scampati a laboratori e mannaie di pellicciai, blitz, intrusioni. Non vi era a Milano una sede di uffici pubblici, consolati e linee aeree, che non era stata da noi “visitata”, occupata, inondata di finto sangue e ossa di plastica: ora contro il massacro degli indios in Amazzonia, ora contro la repressione di popolazioni indigene e il taglio della foresta, la strage di foche e balene, il razzismo e l’apartheid sudafricano, il turismo sessuale…

Ormai la digos sapeva tutto anche sulle nostre vite private e sui nostri litigi. Eravamo intercettati anche al cesso. Questo vortice di attività e frenetico attivismo che culminò con la mia elezione a deputato nelle fila dei Verdi, il giovane e d’annunziano della XI legislatura, non dissolse l’angoscia e il mal di vivere di Monica: li tenne solamente a bada. In casa dei genitori di Monica vi era “l’angolo dei mortini”, con l’esposizione delle foto di nonni e zie che non erano più di questo mondo. La mamma di Monica raccoglieva su un registratore le voci di questi mortini con la tecnica della metafonia.

La biblioteca di casa era colma di libri sullo spiritismo e sull’aldilà, Cerchio di Firenze, Eadie, Altea, Giovetti. Dal 1991 al 1995, ad un anno dal grande viaggio, Monica divorò tutti quei testi, quasi a volersi preparare inconsapevolmente al compimento del proprio tempo terreno. Cosa c’è oltre la vita? Cos’è la morte? Cosa significa “per sempre”… tornavano ad affollarsi nella mente di Monica gli stessi quesiti della precoce adolescenza. Senza risposte.

Le angoscie e le ansie di questa ragazza troppo sensibile prendevano forma sui quaderni e sui libri letti, attraverso la penna e la matita: la sua scrittura agile fluiva femminile e sanguigna sui fogli, decorata da disegni di donne e di cani. Gli anni trascorsi al liceo artistico avevano ulteriormente ingentilito il tratto della sua matita. La “Fetida”, l’angoscia, scriveva Monica, “sistemava quel suo grosso culo sul mio cranio (la sentivo mentre cercava il posto più comodo) e, a testa in giù, maneggiava i nervi che mi stringevano la gola, il ventre, che aprivano le dighe, che mi facevano gridare; emetteva un’aria gelida che mi paralizzava e mi faceva cadere gli oggetti di mano”.

A 17 anni, Monica, con penna molto più matura della mano che la guidava, si scrisse anche una sorta di testamento, un’autobiografia, che in vista della vicina morte serviva ad allontarnarla, a esorcizzarla. L’infanzia, passata sballotata tra Genova e Milano, alla ricerca costante e difficile della figura paterna lontana, contribuì forse a costruire la personalità di Monica, a scoprire i suoi nervi e le sue vene, ad esporli alle facili scottature della vita. Quello che posso affermare con certezza è che una ragazza estremamente sensibile come era Monica, come è la fanciulla che accopagna il mio terreno cammino, si muove goffamente in questo mondo, mostrando tutto il disagio di una persona catapultata fuori dal proprio tempo e dal proprio spazio, esattamente come quell’angelo-uccello di cui ho descritto la caduta in terra all’inizio di questo scritto.

Proprio quel dio verso cui Monica mostrava rancore per averla trascinata qui giù in terra, mi fece riannodare i fili, dopo la sua partenza. Conobbi per caso nel 1997, seguendo una labile traccia disegnata dal destino, la maestra delle elementari di Monica, Dina, quella che sapeva tutto del branco di cani bastardi che aspettavano, accuciati, fuori dalla scuola il suono della campanella per riunirsi alla loro capobranco a San Felice. Anche Dina aveva perso la figlia e riceveva messaggi inequivocabili dall’aldilà, insieme a tante mamme “orfane di figli”, le “Mamme Pacini” di Milano.

“Distillate amore dalla sofferenza” divenne per noi motto di vita. Trasformare il nostro dramma in occasione di gioia, di amore, di dedizione al prossimo, per alleviarne le sofferenze. “La partenza prematura dei nostri figli fece di noi persone migliori, capaci di un amore altruista”. E siccome più di ogni lapide o monumento i libri e gli alberi rendono immortali le persone, il ricordo di loro, ecco che il diario di Monica, scritto a vent’anni, le restituisce il sorriso e permette ancora ai suoi piedi nudi di calcare l’erba e far scricchiolare la ghiaia. Permette a noi di sentirne ancora l’eco, tra il fruscio delle fronde dei ciliegi piantati in sua memoria.

Vent’anni son già troppi – Romanzo di lotta e di vita di Monica D’Ambrosio
Collana Ecoalfabeto
96 pagine
ISBN: 978-88-6222-031-6

2 thoughts on “La “fetida” non ha vinto e Monica sorride ancora

  1. Qualcuno ricorda l’esperienza drammatica, a 13 anni, di MONICA DAMBROSIO raccontata da STELLA PENDE nel libro “L’HO FATTO PER AMORE “.Longanesi 1986.?
    Quell’amore che non sarà per Monica una favola meravigliosa e di cui sente il peso fino alla morte. La vita crudelmente le aveva preso troppo. Ma oggi il colpevole spavaldo dov’è? Il bullo di allora, dove vive? In ginocchio, piangendo davanti all’albero di Sanfelice dovrebbe chinarsi! Perchè la violenza a 13 anni lascia il segno che ogni giorno ti avvicina alla desiderata morte.
    Sei rimasta nel mio cuore,spesso ricordo la Tua storia cara e bella Monica . Eula

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