The Smilin’ Shaman’s Speaking: intervista a Matteo Guarnaccia
Se per caso in Italia esistesse un dibattito culturale degno di questo nome, dovremmo senza dubbio rilevare quanto esso continui ad essere influenzato da schemi ideologici risorgimentali, ridicole rivendicazioni personalistiche etc… Beh, so perfettamente che era difficile distrarsi (ed al giorno oggi lo è ancor più), ma segnaliamo sommessamente che sottotraccia, sepolti in un mare di conformismo, hanno navigato anche in Italia personaggi “altrove”, interessati ad aprire una riflessione creativa su noi e la vita. Beat, flower power… tutte parole sconosciute in un paese che, nella migliore delle ipotesi, ha condannato una inqualificabile gioventù anagrafica all’analisi sempiterna dei sacri testi marxiani.
Per fortuna, anche laddove regna la mediocrità ecco splendere le eccezioni: Matteo Guarnaccia ha attraversato e raccontato con immagini e parole il ‘68 Milanese, la Summer Of Love, la Amsterdam Psichedelica dei primissimi anni ‘70, le comuni agricole durante gli “anni di piombo”, esplorando nel frattempo, e per tutte le piu’ insulse stagioni a seguire, i luoghi piu’ remoti del globo e dello spazio interiore, cogliendo il “bello” e portandolo alla luce ogni volta nel modo migliore con gli strumenti comunicativi piu’ adatti.
1) Ciao Matteo, iniziamo a introdurre i lavori editoriali piu’ recenti ed importanti che hai realizzato in tema di controcultura. Il primo e’ “Gioco Magia Anarchia: Amsterdam negli anni ‘60″. Cosa ti ha spinto a pubblicare con Cox 18 una riedizione riveduta e molto ampliata di “Provos” e “Mecca Psichedelica”?
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Global Voices Online: summit e versione italiana
Dare voce a chi non ha voce, amplificare la conversazione globale online, gettare luce su luoghi e persone spesso ignorati dagli altri media. Questi gli obiettivi che animano Global Voices Online, uno dei progetti di citizen media finora più riusciti al mondo, grazie al diretto coinvolgimento di centinaia di blogger, cittadini e attivisti (soprattutto) nei Paesi in via di sviluppo - i quali si ritroveranno venerdì 27 e sabato 28 giugno a Budapest per il Summit annuale. Qui sarà annunciato anche il lancio ufficiale della localizzazione italiana, già in rodaggio da alcune settimane con una decina di volontari, tra cui traduttori professionisti ed esperti di nuovi media.
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Farmakiller: il verminaio dell’industria farmaceutica e dei camici sporchi
Nello Martini, direttore dell’Agenzia del Farmaco (AIFA), la vecchia CUF di Poggiolini e De Lorenzo, è stato sospeso dall’incarico. L’inchiesta è della Procura della Repubblica di Torino e riguarda i ritardi con cui l’Agenzia interveniva per modificare i foglietti illustrativi dei farmaci o per ottenere il ritiro dal mercato di farmaci killer (come lo spray nasale che ha ucciso un bimbo in Francia).
A difesa del direttore dell’AIFA, come al solito, interviene il sodale e onnipresente, Silvio Garattini, egli stesso componente sia della vecchia CUF, sia dell’attuale Agenzia. Basta leggere le carte dell’inchiesta e le intercettazioni telefoniche per comprendere la gravità dei comportamenti dei dirigenti dell’AIFA e il rischio per l’incolumità pubblica. Tutte le truffe di Farmacopoli e i criteri che portano i farmaci sui banconi delle farmacie sono al centro del libro inchiesta FarmaKiller - Business, follie e morti in nome della medicina e della scienza, da pochi giorni in tutte le librerie e con la prefazione è di Beppe Grillo. Proprio in questi giorni, mentre riesplode lo scandalo di Farmacopoli, con un nuovo inquietante filone di corruzione e di farmaci pericolosi immessi e lasciati a lungo, nonostante le evidenze di pericolosità, sul mercato, esce il libro che, in circa 300 pagine, mette a nudo il verminaio dell’industria farmaceutica e del sistema di camici sporchi, truffe, malanni indotti e profitti stratosferici per poche multinazionali (le Big Pharma).
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Iggy Pop, cuore di napalm
A volte le cose succedono per caso e basta, senza nessun piano occulto del destino, né significati reconditi. E poi, così come sono arrivate, spariscono. A Muskegon, Michigan, quando Gideon Truesdell si mise a scavare, era la primavera del 1869: cercava il sale e voleva fare soldi, come certa gente di Saginaw e di Alpena che conosceva. Il business rendeva bene. E, invece del sale, trovò del liquido oleoso scuro e fetente. Petrolio. Nel 1869 non interessava a nessuno; ci vollevo quasi 50 anni prima che un tale Stanley Daniloff facesse un pensierino sulla strade palude che si trovava proprio dietro casa sua: intraprendente, con più fiuto per gli affari del vecchio - e ormai dimenticato - Truesdell, nel giro di cinque anni mise in piedi la Muskegon Oil Corporation e iniziò a trivellare il suolo.
Il 22 dicembre del 1927 fu raggiunta la prima vera importante, vicino alla fattoria di Charles Reeth. In poche settimane la cittadina divenne un centro nevralgico dell’estrazione petrolifera e quasi tutti gli abitanti iniziarono a sentire il profumo dei dollaroni: qualcuno mise in piedi alberghi e pensioni per gli operai, altri costruirono ristoranti, altri ancora magazzini. Ma, così com’era arrivata, la fortuna se ne andò: nel 1929 il prezzo del petrolio passò da 1,25 dollari a 50 centesimi al barile. Improvvisamente la maggior parte dei pozzi venne chiusa (non producevano abbastanza per ammortizzare i costi degli impianti) e rimasero solo le infrastrutture per la raffinazione, facendo svanire i sogni di tutti o quasi. Proprio come accaduto con l’ombra dell’oro nero, Muskegon il 21 aprile del 1947 viene sfiorata dal vento del Rock.
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Staffetta di donne contro la violenza
Vanna Ugolini ci segnala questa iniziativa dell’UDI - Unione Donne in Italia e le diamo volentieri spazio.
Indignarsi per l’esposizione commerciale del corpo femminile ci deve far riflettere su che cosa significa oggi violenza, e per noi quella sessuata. Oggi la violenza fa parte del marketing perché è eccitante e stimola all’acquisto fosse anche di un videogioco o del biglietto per il cinema. Oggi la violenza è anche merce rappresentata in modo spudorato. Ma la violenza ha sempre fatto storia. Anzi, la storia è storia di violenze. Secolarmente codificata nell’uso della forza degli eserciti, essa pareva addirittura nobile ed eroica: gli stupri più o meno etnici, un incidente di percorso.
Allora ridefiniamola questa VIOLENZA.
Essa è brutalità.
Essa è stupro, per il solo piacere della rapina, del possesso e del controllo.
Essa è botte, per il piacere di sottomettere.
Essa è anche insulto in pubblico e in privato, per il piacere di umiliare.
Essa è anche l’uomo che urla per il piacere di spaventare.
È tutto quello che sappiamo, raccolta in dati statistici che ci dicono prima di tutto quanto siamo malmenate in casa. E solo in parte fuori di casa. Da stranieri o nostrani, ma sempre uomini.
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Racconti tristi di ordinaria umanità
L’agenzia è scarna. Recita: “Un pensionato milanese settantenne è stato fermato due giorni fa mentre tentava di rubare una bici nei pressi di piazza Cordusio, a Milano. Prima indagato a piede libero, e’ stato nuovamente sorpreso ieri notte mentre tagliava la catena di una bici all’angolo tra via Gravina e via Sanzio. Questa volta l’uomo, residente in un dormitorio cittadino, è stato arrestato con l’accusa di tentato furto aggravato”. Notizia inghiottita in qualche sito, per lo più in pagine locali. Le stesse poche righe replicate, qua e là. E nulla più. Con buona pace di tutti. Come dopo aver segnato, e con una certa soddisfazione, un punto. Nella guerra che abbiamo dichiarato alla criminalità che minaccia il nostro vivere tranquillo. Eppure, almeno un pensiero. Ad un uomo chiuso in carcere a settant’anni. Per aver tentato, senza neanche riuscirvi, di rubare una bicicletta. E pensare a quella che potrebbe essere la sua vita. Ma ragionando con calma, e senza cedere a facili buonismi…
Certo, era già al secondo tentativo. La recidiva. Gravissima aggravante. Che fa subito di un fallito ladro di biciclette un pericoloso criminale. La logica che sembra alla base del provvedimento è ferrea. Come dire: attenzione, il lupo, si sa, perde il pelo ma non il vizio. Se una persona tenta di rubare una bicicletta addirittura per due volte, ci riproverà sicuramente una terza. E magari il colpo va a segno. Il seguito, facile da immaginare. Spinto dall’entusiasmo, e via via impratichendosi, (non è mai troppo tardi, la vita può ricominciare a settanta anni) potrebbe chissà decidere di rubare automobili e, un’automobile tira l’altra, rivendendole si rischia di diventare ricchi. Magari mettere in piedi un’attività, un’impresa. Diventare, l’ingegno s’aguzza, ancora più ricchi. Avere a quel punto, per fare un’ipotesi qualsiasi, la tentazione di trasferire la ricchezza accumulata all’estero.
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“I segreti del jazz” premiato al festival “Libri in musica - Musica in libro”
I Segreti del Jazz. Una Guida all’ascolto di Stefano Zenni è stato riconosciuto come il miglior “libro di saggistica su musica internazionale 2007-2008″ dalla giuria chiamata a esprimersi all’interno del Libri in musica - Musica in libro. Il Festival Internazionale del libro musicale che fino a domenica 22 giugno terrà banco a Sanremo. La manifestazione al suo debutto (questa infatti è la prima edizione) è stata organizzata dalla NunFlower di Stefano Senardi in collaborazione con l’Associazione culturale Ivan Graziani “Pigro”, con la direzione artistica di Pepimorgia e Stefano Senardi e il suo scopo è quello di esplorare l’universo di ogni tipo di musica attraverso diverse tipologie di opera letteraria.
Venendo al premio che Stefano Zenni si è aggiudicato con il suo I Segreti del Jazz. Una Guida all’ascolto, la giuria, composta da addetti ai lavori, si è espressa anche per altre categorie di pubbicazioni: libro di saggistica su musica italiana 2007-2008, libro di saggistica su musica internazionale 2007-2008, libro fotografico 2007-2008, libro di narrativa o di poesia di musicista 2007-2008, “Il classico” per libri precedenti al 2007. I volumi vincitori saranno premiati nel corso della manifestazione.
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Lavoratore atipico? Affìdati a Santa Precaria
«Santa Precaria» è il primo libro di Raffaella Ferrè, edito da Stampa Alternativa. La strada del martirio del lavoro precario - che è martirio obbligato e molto raramente purificante - viene compressa in forma di romanzo: affanni, pene, beffe e una certa dose di ironia accompagnano la vita dei due personaggi, rosolati ben bene al sole dell’iperflessibilità del lavoro e dei rapporti umani. Ne parliamo con l’autrice.
Raffaella Ferrè, via alle presentazioni.
«Ho 25 anni e tento di fare la giornalista da 6. Oggi sono alla ricerca di un lavoro più o meno stabile. Nel frattempo continuo a studiare, sono iscritta al corso di laurea in Scienze della Comunicazione, e scrivo racconti. “Santa Precaria” è il mio primo romanzo, nato grazie alla fiducia che Marcello Baraghini, direttore editoriale di Stampa Alternativa, ha riposto in me. In precedenza ho pubblicato racconti anche sulla rivista “Toilet” che raccoglie le nuove leve della narrativa italiana, e per “Riaprire il Fuoco” di Ettore Bianciardi, il figlio di Luciano, straordinario intellettuale degli anni Sessanta».
Santa precaria è un’autobiografia collettiva della tua generazione? Che differenza c’è con i “precari” del passato?
«All’inizio del romanzo ho citato una frase dal film di Francesco Rosi Le mani sulla città: “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”. Di sicuro, quindi, non manca uno spunto autobiografico che ha rappresentato il punto di partenza, il pretesto per il romanzo. Ciò che più mi ha colpito è che a differenza dei precari del passato, oggi il lavoro atipico non è visto come una deminutio ma come un obiettivo da raggiungere: la “santificazione del precariato” non ha più una connotazione da martirio ma è diventata un’aspirazione».
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“Giovanna Marini senatrice a vita”
Se l’avesse saputo in anticipo, avrebbe cercato certamente di dissuaderci. E anche ora, non è escluso che tenterà con tutti i mezzi di farci smettere. Ma l’idea di promuovere una raccolta di firme per chiedere al Presidente della Repubblica di nominare Senatrice a vita Giovanna Marini ci sembra proprio una splendida idea. Riteniamo che ci siano in Italia poche persone, pochi cittadini e pochi intellettuali che, per eccellenza professionale, passione civile, rigore morale e sobrietà di costumi, meritino quanto Giovanna Marini il più alto riconoscimento civile e istituzionale previsto nel nostro ordinamento democratico. Come sintetizzare la sua vita e la sua attività? In molti, specie fra i più giovani, la ricordano per il popolarissimo e vendutissimo Cd Il fischio del vapore, registrato con Francesco De Gregori. Ma la storia di Giovanna parte da molto più lontano e attraversa tutte le vicende sociali, politiche, culturali e musicali dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi.
Da “cantastorie” - e cioè da musicista, cantante, compositrice, ricercatrice, animatrice culturale ed etnomusicologa - Giovanna non è solo una delle voci più espressive e più importanti della musica popolare e contemporanea del nostro Paese. La tipologia e la qualità delle sue ricerche, della sua produzione, delle sue esibizioni e complessivamente della sua attività ne fanno, in assoluto, uno dei protagonisti della vita culturale nazionale che più hanno contribuito alla formazione e alla tenuta di una risorsa di valori, non solo musicali, alla quale attinge e potrà attingere sempre più il popolo italiano per conservare la propria memoria storica e tutelare la propria identità, in un mondo sempre più globalizzato che però produce e in definitiva si nutre di bisogno di identità.
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Colpevoli silenzi e omissioni della psichiatria ufficiale
Alice racconta dei suoi ricoveri in un servizio psichiatrico milanese. Denuncia i trattamenti subiti. Denunce, queste, difficili e dolorose. I più fanno di tutto per dimenticare. Il ricordo di quelle mortificazioni, di quella violenza è intollerabile. Non è distante il dolore del ricordo di chi è sopravvissuto al campo di concentramento. A Trieste, dove ho iniziato a lavorare nel 1971, era rarissimo il ricorso alla contenzione meccanica. Nell’ordinato e mitteleuropeo frenocomio di San Giovanni gli infermieri e i medici parlavano con orgoglio del rifiuto di questa pratica. Fascette e camicie di forza, se pur in dotazione in alcuni reparti, era usate rarissimamene. Quasi mai, dicevano con orgoglio gli infermieri più anziani.
A Trieste si usava una più “civile” forma di contenzione: i camerini di isolamento e i letti a rete. Un letto chiuso da alte reti di corda robusta ai quattro lati e in alto. Durante la notte arrivavano ai reparti di accettazione pazienti da ricoverare coattivamente con l’ordinanza del questore. Il più delle volte arrivavano, come dicevano gli infermieri della Croce Rossa che li trasportavano, “cinghiati e barellati”. Ovvero legati come salami sulla barella. Il compito del medico e dell’infermiere di turno consisteva nel liberarlo dalle cinghie e rinchiuderlo nel letto a rete. Altri, non solo nei reparti di accettazione, se disturbatori, insonni, clamorosi, incontenibilmente deliranti, agitati, venivano rinchiusi, nudi, nel camerino di isolamento, uno stanzino due metri per due con dispositivi tali da impedire qualsiasi forma di autolesionismo con, in dotazione, solo un terzo materasso e una coperta a prova di lacerazione.
Per quanto più “civile”, questa pratica restava inaccettabile. Era Basaglia a dirlo a noi, giovani apprendisti mentre ci chiedeva di essere presenti durante i turni di notte. La contenzione è inaccettabile, inutile, violenza e produttrice di violenza. Fu da quelle notte che cominciò ad apparire un confine, un limite invalicabile alle cure e ai trattamenti: la violazione del corpo, la privazione della libertà, la mortificazione dell’altro. Da allora le procedure, le pratiche, le organizzazioni e il lavoro terapeutico sono stati condizionati da quei limiti, da quella premessa.
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Giuliano Bruno: la secessione da un’epoca vile
Italia, nordest, febbraio 2007. Giuliano Bruno è un liceale antifascista. Di ritorno da una manifestazione a Treviso viene aggredito e picchiato da un gruppo di Skinheads neofascisti. Giuliano non esce più di casa, ha paura. Da quell’episodio passano alcuni giorni, gli amici lo invitano a uscire. Partono in macchina, vanno verso il centro di Treviso, uno di loro scende, va in cerca di un altro compagno. Poi torna e dice a Giuliano: “Non uscire! Stanno arrivando gli Skinheads!” Arrivano. Aprono la porta della macchina. Giuliano è rimasto dentro assieme a un altro ragazzo. Gli chiedono: “Sei Giuliano Bruno?”. “Sì, sono io”. Lo colpiscono con violenza in testa. L’amico prova a difenderlo. Gli rompono il naso.
Dopo la seconda aggressione Giuliano lascia la scuola, non vuole più stare nel trevigiano. Comincia a vagabondare per l’Europa. Partecipa alla manifestazione contro il G8 di Haligendamm, in Germania. Torna in Italia, trova alcuni lavori occasionali. Poi riprende a studiare, questa volta a Trieste. La mattina del 5 maggio 2008 lo trovano a terra, sotto casa sua. Suicida.
Da Buenos Aires a Treviso
La famiglia di Giuliano Bruno era riparata in Europa negli anni Settanta per sfuggire alla dittatura pseudo-fascista argentina. La storia di Giuliano si lega a quella di suo nonno, Osvaldo Bayer, uno dei più noti scrittori argentini.
“Mi davano 24 ore di tempo per lasciare il paese altrimenti ero un uomo morto…”. Così Osvaldo Bayer, nato a Santa Fe, Argentina, nel 1927, mi raccontava la storia della sua condanna a morte, pubblicata su un giornale di Buenos Aires e sentenziata da un gruppo clandestino di estrema destra nel 1974. All’epoca dell’intervista, poi pubblicata su Il Manifesto, ero andato a trovarlo a casa sua, nel quartiere Belgrano, in quella casa d’angolo della città rioplatense che il suo amico Osvaldo Soriano, eterno provocatore, definiva un tugurio. Era l’autunno del 2005 e Buenos Aires mi veniva incontro con le parole di questo vecchio con la barba bianca e lunga, autore del romanzo “Severino Di Giovanni” (1970), della “Patagonia Rebelde” (1972, di prossima uscita in italiano per l’editrice Elèuthera) e, in tempi più recenti, di “Rayner y Minou” (2001).
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“Se mi sposo, mio figlio lo chiamerò Peppino”
In memoria di Peppino e Felicia. A tren’tanni dalla morte di Peppino Impastato, ho il piacere di render pubblica una inedita ed integrale intervista, risalente all’ormai lontano 2001, alla signora Felicia Bartolotta, madre di Peppino Impastato, giovane vittima della mafia. L’intervista fu realizzata dal sottoscritto quando ancora era un giovane studente liceale, grazie alla collaborazione di un docente davvero “speciale” che ho avuto la fortuna d’incontrare: Salvo Vitale, amico e compagno di lotta di Peppino. Ho scelto di divulgare tale intervista, i cui nastri per anni sono rimasti conservati nel cassetto, per ricordare l’impegno di Peppino tramite un punto di vista particolare, in quanto intimo e femminile: quello della madre Felicia. Ciò che colpisce è il tratto umano tracciato di Peppino e del suo quadro familiare. Felicia, in tutti questi anni, ha dimostrato una straordinaria forza interiore, la stessa che le ha permesso di superare mille acciacchi personali e altrettante ostilità comuni, per raggiungere finalmente - e prima di morire, così, serenamente - l’obiettivo cui ha dedicato tutta quanta la sua vita: ottenere “giustizia” per l’ingiusta ed indimenticabile morte del figlio (ottenuta, dopo troppi anni, con la condanna di Tano Badalamenti quale mandante dell’omicidio Impastato).
Preciso che il dialogo è semplice, molto schietto ma certamente sincero e persuasivo; per correttezza e fede alla sua esatta parola, ho preferito mantenere il tono strettamente dialettale della Signora Bartolotta e, per chi non conoscesse bene la lingua siciliana, ho accompagnato le sue risposte con una traduzione in italiano (tra parentesi) il più possibile attinente alle parole usate da Felicia. Mi scuso anticipatamente se non sono riuscito, specie in alcuni passi, a trascrivere eccellentemente il parlato siciliano, cosa cui non sono molto avvezzo…
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M’aviti risuscitato me figghiu: con queste parole la madre di Peppino aveva accolto la delegazione della Commissione parlamentare antimafia che gli ha consegnato la “relazione Spena”. Quelle parole di liberazione - disse, allora, Michele Figurelli, senatore e componente della Commissione parlamentare - mi hanno dato una grande emozione. Vi ho sentito condensarsi l’amore, il dolore e l’intelligenza di Felicia Impastato. È stato Badalamenti a uccidere mio figlio. A Cinisi lo sanno tutti. Mio figlio da Radio Aut parlava contro la mafia e contro Tano Badalamenti: così Felicia ha esordito al processo contro Tano Badalamenti, cui non è voluta mancare per nessun costo, davanti la presenza impassibile (in video conferenza) del boss, parole coraggiose ricche di grande dolore per quel vuoto causato dalla perdita del figlio.
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Caro Lucrezio - Terza puntata
Per le vacanze della licenza liceale mi aggregai a Ciancia e Riello che erano intenzionati a fare un giro al Sud. Procurai la 500 di mia madre. Ciancia aveva impiegato quattro anni per fare il ginnasio e due per fare il liceo, aveva la nostra delega organizzativa e coltivava la memoria storica collettiva. Riello era neoromantico, amava D’Annunzio, Majakovskij, il popolo russo e Stalin, quasi come Galloni. La prima tappa fu Sorrento, la casa di Salvemini dove villeggiava Ferrara con la famiglia e altri dirigenti del partito.
Lo trovammo inospitale e giù di corda. Gli capitava spesso. In tali circostanze la più grande delle sorelle Casa lo chiamava “Charlie” per il suo modo di lamentarsi al pari del personaggio dei Peanuts. Campeggiammo lì vicino, al buio, facendoci male con i picchetti e bestemmiando contro Ferrara. Il giorno dopo facemmo una tirata fino al paese di Ciancia. In 500 chi stava dietro suonava la chitarra. Si suonava la chitarra sempre: viaggiando, parlando, studiando, festeggiando, litigando. Gli accordi musicali dei brani sentiti alla radio venivano dettati immediatamente per telefono. Ogni episodio degno di nota veniva celebrato con una canzone ad hoc.
Riello compose il testo – che io musicai – della canzone del tentato suicidio. Mi ero appena lasciato con La Rosa quando fu organizzata la cena di fine anno. Tra i commensali, Tiburzi e Mele erano oggetto di scherno. Con Ciancia facemmo un salto in farmacia per comprare la valeriana. Versammo alcune compresse nelle birre dei due rompicoglioni. Sul tubetto pieno a tre quarti appoggiato sul tavolo della pizzeria si accesero le discussioni. Io ero il più infelice e ingurgitai il contenuto. Dopo molte birre e dopo molte considerazioni su come apprestare il funerale (giamaicano? comunista? romanista?) Ciancia cominciò a preoccuparsi.
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Santa Precaria: storia di estate e precarietà
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Il palazzone giallo ocra del moderno complesso residenziale Rainbow è un blocco monolitico d’estate, al centro della via nera di pioggia e di periferia del sud Italia. Visto dall’alto è come un punto dorato di aspettative e desideri di fuga verso il mare: il luogo giusto da cui partire mentre piove terra marrone, a tre chilometri dalla costa, tra campi di pomodori, finocchi, croci solitarie e marocchini. Alto sette piani, l’asse della sua simmetria perfetta e la canaletta dell’acqua mimetizzata alla vernice. Ci sono 28 affacciate, 14 per lato di cui 7 balconi e altrettanti finestroni, 7 bandiere tricolori che sventolano nell’aria mondiale, 7 passeri caccosi sulla grondaia, 7 antenne paraboliche simili a grosse padelle che friggono sogni. Un’unica gonnella rosa acceso si muove nel vento. È quella di Marielisa gambelunghe, detta anche la ragazza-viola, accovacciata sul gradino in finto marmo del portone, in attesa della sera.
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Mala sanità su carta: il caso “Farmakiller”
È appena uscito in tutta Italia FarmaKiller – Business, follie e morti in nome della medicina e della scienza, ultimo libro denuncia di Stefano Apuzzo, giornalista, scrittore e già parlamentare dei Verdi, e di Marcello Baraghini, storico editore di Stampa Alternativa. La prefazione è di Beppe Grillo.
Proprio in questi giorni, mentre riesplode lo scandalo di una Sanità avvelenata dalla logica del profitto, con un nuovo inquietante filone di corruzione e di farmaci pericolosi immessi sul mercato, esce il libro che, in circa 300 pagine, mette a nudo il verminaio dell’industria farmaceutica e del sistema di camici sporchi, truffe, malanni indotti e guadagni stratosferici per poche multinazionali (le Big Pharma).
L’inchiesta in corso della Procura della Repubblica di Torino, sta scoperchiando la fitta rete – un vero e proprio filone d’oro – di collusione e corruzione a danno dei malati e di tutti i cittadini. Farmakiller dimostra come l’Agenzia del Farmaco di oggi sia l’erede della vecchia CUF di De Lorenzo e Poggiolini e punta l’indice in maniera chiara e documentata – anche attraverso testimonianze dirette – sull’intreccio di connivenze, affari, bugie e “pandemie” create ad arte da scienziati furbacchioni e medici che tutto hanno a cuore fuorché la salute dei pazienti. Ecco come e perché ci si ammala nel “BelPaese”, ecco come si può e si dovrebbe evitare di cascare nella rete di chi ci vuole tutti malati, ecco come tenere i nostri bambini alla larga dai pericoli della moderna stregoneria farmaceutica, per non rimpinzarli di psicofarmaci.
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