A “Tania e le altre” il premio “Progetto la ragazza di Benin city”
Una segnalazione che ci riempie di soddisfazione: sabato scorso, nel corso della Fiera del Libro di Torino, Vanna Ugolini, autrice del libro Tania e le altre. Storia di una schiava bambina ha ricevuto il premio Progetto la ragazza di Benin city, riconoscimento che l’omonima associazione, il cui scopo fondamentale è quello di aiutare le vittime della tratta delle donne schiave, assegna tutti gli anni ai giornalisti e agli scrittori che con il loro lavoro affrontano e parlano dei commerci consumati sulla pelle degli esseri umani. Ecco cosa scrive in proposito il quotidiano Il messaggero:
Con il suo libro la giornalista della redazione umbra del Messaggero ha contribuito a denunciare il fenomeno dello schiavismo a fini sessuali di milioni di donne, partendo da un’ottica regionale e dal racconto dell’omicidio di una ragazzina che si era ribellata al suo sfruttatori ma fornendo anche una sorta di bussola per capire come il racket della prostituzione si stia radicando nel tessuto criminale e anche economico della nostra società.
Riforma dell’editoria bipartisan? Proviamoci
I risultati elettorali prefigurano una legislatura in cui sarà difficile occuparsi proficuamente di informazione, nel senso di mettere in campo norme e azioni mirate all’abbassamento dell’attuale livello di concentrazioni proprietarie e di omologazione dei contenuti, e alla riapertura di spazi vitali, a livello nazionale ma direi soprattutto a livello locale, per testate (e teste) autonome e indipendenti dal potere politico e finanziario. Eppure, dovendo comunque prendere atto e ripartire dall’esistente, si può persino sperare che la ristrutturazione della rappresentanza partitica e parlamentare in corso – e io sono fra quelli che la ritiene per qualche aspetto catastrofica – possa paradossalmente e per vie traverse tramutarsi, di fatto, in una opportunità per chi spera almeno in un risanamento e in un avvio di processo di moralizzazione del sistema delle provvidenze.
Non solo perché, prosaicamente, dovrebbero essere di meno i convitati al tavolo delle “intese bipartisan” e delle loro concrete ricadute, tavolo dove da sempre sono state definite le regole per le provvidenze (con effetti a pioggia non proprio encomiabili) e dove tuttora tutti, da Giulietti a Bonaiuti, dal sindacato dei giornalisti a Levi, auspicano che si debbano o comunque prendono atto che si possano riformare. Ma anche perché l’assetto partitico-parlamentare prefigurato dal voto potrebbe, imprevedibilmente, mettere in moto meccanismi di emancipazione del potere deliberante dall’egemone condizionamento di lobbies e grandi gruppi editoriali e finanziari. Potrebbe!
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Dio non è onnipotente: a fini di parte / 1
Nell’enciclica Divino Afflante Spiritu del 1943, Pio XII ricordava come il Concilio Vaticano avesse dichiarato che:
la ragione del doversi quei medesimi Libri (la Bibbia) tener dalla Chiesa per sacri e canonici “non è che, dopo essere stati composti per sola industria umana, la Chiesa li abbia poi con la sua autorità approvati, né soltanto il fatto che contengono la rivelazione senza alcun errore, ma bensì che, scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali alla stessa Chiusa furono affidati” (Sessione III, Cap. 2; Ench. Bibl. N. 62).
In questo modo, il pontefice rimarcava che i testi che compongono la Bibbia godono di autorità divina e, come tali, sono esenti da qualsiasi errore e contraddizione. Al più, aggiungeva, si dà il caso di alcune “sparse difficoltà” attraverso cui Dio mette alla prova la nostra umiltà o di segreti esegetici che “rimangono alle nostre menti irrangiugibili e chiusi ad ogni sforzo umano”.
L’imbarazzo di Pio XII, che appare evidente nonostante la verbosità del testo, derivava dagli attacchi che pensatori sempre più liberi andavano sferrando alla lettera biblica minandole l’autorità e mettendone in evidenza le numerose discrepanze. Si trattava di gesti aggressivi e inauditi che pensatori come Voltaire e i suoi epigoni e la nuova scuola di critica testuale andavano compiendo in spregio di ogni rispetto e di ogni asservimento fideistico, facendo leva sulle sole forze della ragione, nuovo avversario implacabile dei dogmi imposti da Santa Romana Chiesa.
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Alla riscoperta delle cronache di Mafiopoli / 2
Cominciavamo ad arrivare verso le 20.30 alla spicciolata, ognuno portando qualcosa: chi un fiasco di vino, chi la chitarra o il mandolino, chi una birra o una pizza. Peppino e Salvo decidevano le linee guida della trasmissione. Spesso Peppino recava notizie “fresche”, riguardanti il circuito politico e mafioso di Cinisi coi suoi più discussi personaggi: di costoso si storpiavano i nomi e si sceglieva il brano musicale che avesse qualche attinenza con l’argomento trattato.
Se la persona in oggetto era l’onorevolissimo Pantofo, grande amanti dei cavalli, il brano era Samarcanda, oh-oh cavallo, oh-oh di Vecchioni; oppure Ho un cavallo per la testa di Bramieri. Se si trattava del rapporto tra don Tano e la Democrazia Cristiana, il brano era Una ragazza in due dei Giganti: con particolare riguardo alla frase “la tratterò male e mi amerà”. Don Tano pentito era accompagnato da Pregherò di Celentano, mentre un grugnire di porci il suono dei campanacci dei Pink Floyd che seguivano la Festa della Ricotta. Il sole è di tutti noi di Mal ribadiva il diritto a scendere con una propria lista nel panorama delle elezioni da parte di “quelli che non si fanno i cazzi propri”; contrapposti a Quelli che la mafia… non ci risulta di Jannacci.
S’era poi registrata una cassetta con una raccolta di colonne sonore di western all’italiana, servita da base per Western a Mafiopoli. Si trattò, nell’occasione, d’una scatenatissima Onda Pazza dove si parlava della delibera per costruire un villaggio turistico con bungalow e con un porticciolo riservato a imbarcazioni di lusso nel tratto di scogliera sottostante l’aeroporto. In mezzo, sei miliardi erogati dalla Cassa del Mezzogiorno e azionisti legati al clan di Badalamenti, tra i quali spiccavano Pino Lipari e un certo Caldara. Da ricordare che Lipari, importantissimo “ministro dei lavori pubblici” di Bernardo Provenzano, è stato arrestato per la prima volta nel 2002, poi scarcerato e ancora arrestato nel 2007 insieme alla figlia di Caldara, con l’accusa di associazione mafiosa.
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“Dolly city” e l’inaugurazione di una generazione letteraria
Dolly, indiscussa protagonista e di fatto unico personaggio di questo romando (gli altri, a cominciare dal Figlio per antonomasia, sono soltanto pallide comparse, blande controfigure), è un dottore. Dispone di una fantomatica laurea conseguita per vie molto traverse a Katmandu. Ha una specializzazione mutante, a seconda delle circostanze. Nel corso del libro invecchia, finisce sul lastrico, uccide, tortura, smaschera. Probabilmente ama anche. Il Figlio, naturalmente.
Anzi, no. Probabilmente proprio no. Dolly diventa madre per vie innaturali. Il Figlio lo scova dentro un sacchetto di plastica in circostanze più funebri che altro. Ma, fatta questa scoperta, Dolly si rivela indiscutibilmente una madre. Il punto è: che razza di madre è Dolly? Certo è che non assomiglia alla sua autrice. All’indomani dell’uscita in Israele di Dolly City nel 1992, riferisce Elisa carandina del saggio L’efferatezza di Dolly nel romanzo Dolly City di Orly Castel-Bloom: una prospettiva critica che qualcuno mise in discussione in reale ruolo di madre dell’autrice, avanzando qualche preoccupazione per i suoi figli bambini. Orly Castel-Bloom è una buona madre. Basta gettare un’occhiata a quel che ha scritto per loro. Da Di cosa sono fatti i miei baci:
Sai, Enoc, stiamo andando a Nurit. Nurit, una volta, quando tu non eri ancora nato, era la nostra vicina di casa. All’inizio abbiamo cambiato casa e anche Nurit ha cambiato casa. Adesso abita non troppo vicino e non troppo lontano. Ci vuole un po’ di tempo, con la macchina. Nurit ha tre bambini, ma nessuno di loro è in casa. Comunque fra poco arriviamo, sai. Va bene? Così puoi giocare con loro”. “Va bene”. “Nella casa nuova di Nurit ci sono delle cose di vetro, sai, non bisogna fare i matti, chiaro? Guai a romperle qualcosa”. “Va bene”. “Allora fai il bravo da Nurit”. “Il bravo”. “Benissimo”. E tu fai la brava da Nurit?” “Io? Sì che faccio la brava”. “Noi due facciamo i bravi da Nurit…”
Albert Hofmann? È immortale
Ho appreso quasi subito della morte di Albert Hofmann. Non scherzo: dopo averlo conosciuto, frequentato, stimano e anche amato, m’ero convinto che fosse immortale. Non poteva che essere così per una persona di tanto amore per la ricerca, per la scienza e contemporaneamente per la vita. Aveva poco meno di novant’anni quando, per la prima volta, lo incontrai a Milano, dopo averlo invitato. Nonostante la difficoltà della lingua che io non parlavo, ci mettemmo poco a entrare in sintonia e a complottare nuovi libri dopo il primo “stupefacente” Millelire che parlava dei suoi “incontri” con i grandi “speculatori” della mente.
Era successo tutto nel giro di poco tempo: il primo libro Millelire a cui ne seguirono altri, ne seguì anche il mio invito. Io m’ero fatto di acidi appena maggiorenne in strada, perso dalla voglia di fare e di provare di tutto e di più, fino a incappare in un acido balordo che mi fece arrivare alle porte del paradiso e dell’inferno, che tanto non esistono. Lasciai perdere completamente per scegliere, invece, di saperne il più possibile.
Sa di miracolo l’incontro con Roberto Fedeli che, curioso molto più di me, era riuscito a rintracciare Albert, a conoscerlo e a frequentarlo. Roberto venne a trovarmi nel mio fazzoletto di terra e ci mise poco a convincermi a pubblicarlo nella collana supereconomica che si stava affermando a livello popolare. Dopo il primo libro, lo invitai a Milano a tenere una conferenza. Lo andammo a prendere alla stazione. Io, conoscendo la sua età, mi ero organizzato per consentirgli di riposarsi prima dell’incontro pubblico.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Erano in tre” di Paolo Ferrari
Nella stanza erano in tre.
Uno era nero, grande e grosso, simile a un vecchio armadio tarlato per via delle spalle curve e della cicatrice. Si chiamava Mamadou e da quando un machete l’aveva accarezzato giù in Africa, una lunga squama bianca gli attraversava il viso, dall’orecchio destro fino al labbro. Il secondo era Rachid, il libanese. Era minuto e indossava un sari bianco per sembrare pachistano quando vendeva collane di perline di plastica in riva al mare. Era lui a tenere il coltello e a guardarsi in giro attraverso gli occhialini rotondi da Ghandi, perché Mamadou invece aveva lo sguardo fisso e non sembrava mai accorgersi di niente. Poi c’era Sonia. Tremava sdraiata sul letto, imbavagliata e legata con la prolunga del ferro da stiro che stava usando quando i due erano entrati, lo stesso ferro che era servito a Rachid quando senza nessun motivo apparente le aveva bruciato la guancia sinistra.
Era successo così: era mattina e i due camminavano per strada, Rachid girava gli occhi a scatti e sembrava in preda a una qualche febbre, mentre Mamadou lo seguiva come una grande ombra deforme. Erano insieme da una settimana, da quando per caso avevano mangiato minestrone e pane alla mensa della Caritas. Erano usciti insieme e insieme erano rimasti, forse per farsi compagnia, forse perché la disperazione tende a coagularsi come il sangue. Sonia era davanti a casa, quella che aveva preso in affitto quando era arrivata dall’Ungheria per fare la pornostar. Due, tre film pagati poco e male e poi aveva aggiustato il tiro. Qualche foto di scena su internet e adesso faceva la escort e stava bene. Cinquecento per una notte, mille per un weekend.
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R.I.P., Albert Hofmann (1906-2008)
Albert Hofmann, il padre dell’LSD, se n’è andato. Aveva 102 anni.









