Caro Lucrezio - Prima puntata

Caro Lucrezio di Massimo PasquiniCaro Lucrezio è uscito nella collana Millelire all’inizio degli Anni Novanta per poi essere riproposto su Libera Cultura con licenza Creative Commons. Scritto da Massimo Pasquini, autore romano che ha vissuto “le imprese più sconvolgenti e marginali della sua generazione”, a cavallo tra arte, sinistra extraparlamentare e imprenditoria alternativa, il libro si articola tra il 1968 e il 1970 all’interno di un liceo della capitale e quei fatti ve li riproponiamo a puntate esattamente come uscirono la prima volta.

A puttane si andava con l’automobile di famiglia di chi, essendo ripetente, aveva già conseguito la patente. La mac­china di Ciancia era una Topolino ereditata dalla zia. Sco­pare in Topolino era terribilmente scomodo. Mancuso, che ne parlava con competenza come di esperienze trapassate, ci aveva reso edotti sulle dinamiche e le precauzioni igieni­che del caso («Meglio per terra. I preservativi portateli voi. Pa­gate in anticipo solo la metà»). Il cugino di Fadda, primo di un folto gruppo recatosi a questo scopo in viale Lazio, fu cacciato da una mignotta urlante, fuoriuscita con la coperta indosso dal cespuglio mentre gli altri, che avevano già ver­sato la caparra, aspettavano al freddo il loro turno accanto alla Topolino. Non si capì mai che cosa era successo. Chiu­dendosi nel silenzio più assoluto il cugino di Fadda si pro­curò la fama di Cazzo Vero.

Un evento di questo tipo al bar del Pinturicchio dava luogo ad interminabili discussioni. Il Braciola amava rac­contare, arricchendolo, l’episodio che aveva generato il suo sopran­nome: «Stavo in Vespa sotto Villa Glori. C’era una bona come il pane. Le chiedo: “Quanto vuoi?”. “Dieci sac­chi.” “Sei cara ma me piaci!” Andiamo su a Villa e glielo metto al po­sto suo. Lei fa: “Ahio, m’hai fatto male!”. E io: “Ma se non reggi ’sta braciola, che cazzo batti a fa?”».

Senza fondi a disposizione le uscite in gruppo erano più spesso dedicate a sfottere le battone. In una di quelle occa­sioni si parlava con una di loro che aveva tempo da perdere. Era incinta e si lamentava un poco. Ci raccontò che avrebbe messo su un bar a Riccione. Qualcuno dei sopraggiunti le palpò il culo. Si incazzò ma non ci mandò via. Io, stupido, le chiesi se era il pappa che la costringeva a battere in quelle condizioni. Si voltò brutale: «Ma che nel duemila credi an­cora che esistono i protettori?». Gli altri mi guarda­rono con sufficienza. La parola protettore, pronunciata in italiano cor­retto, mi mise a tacere. A me e Sciarelli chiesero i docu­menti a Lungotevere. Non li avevamo. Sciarelli pro­vocò i poliziotti chiedendo ai passanti: «Le sembra giusto che non si possa scopare in pace?». Ci lasciarono andare perché le puttane si erano allontanate.

Di scopare al Lucrezio non se ne parlava nemmeno. Po­che valevano la pena e pochissime la davano. Sciarelli aveva avuto una stiratrice di tintoria che lo lasciava fare. In quel periodo si tirava le seghe: «Poche, mica come voi, una a settimana, massimo cinque al mese». Tiburzi sperimen­tava sistemi atletici di onanismo: col termosifone, col gira­di­schi e altro. Di Pilla non si masturbava mai, era noto, per­ché prendeva il Librium e andava dallo psicologo. Un giorno corse voce che lo aveva fatto per due volte consecu­tive. Mi spiegò che era andato a piazza di Spagna a rimor­chiare e aveva potuto constatare come «qualsiasi burino ri­pulito di quella caterva di hippies impataccati acchiappa a man bassa molto più di me».

Scoprii che la Bonaccorti – al contrario della maggio­ranza di noi – aveva avuto vigorosi rapporti sessuali, nel corso di un soggiorno al Terminillo. La Rosa, di cui ero in­namorato, essendo ripetente spesso ci coinvolgeva nelle iniziative dei compagni della classe di provenienza. Era­vamo ospiti presso la casa di montagna della professoressa Nonno. Il marito Pasquale giocava spesso a scopa con gli alunni della moglie battendoli con regolarità. Una iniqua divisione delle stanze aveva permesso alla Bonaccorti di dormire insieme al fidanzato Badioli. Nella camera attigua, tra maschi e femmine scomodamente alloggiati, si discu­teva severa­mente la scelta. Io la invidiavo. Nel corso della notte la Bo­naccorti svegliò tutti, e in particolare il fidanzato della Ga­glianone studente di medicina, perché Badioli stava male. La diagnosi fu: pressione bassa. Coltivavo dentro di me il desiderio di farmi abbassare la pressione con le stesse mo­dalità.

Io volevo scopare. La Rosa, di cui ero diventato il fidan­zato senza averle visto l’ombelico, non me l’avrebbe mai data. Speravo nella Vilardo che sempre mi faceva venire voglia di metterle le mani addosso. Mi sentivo bruttino. Ci misi due anni a esternare espressamente il desiderio, insi­stendo molto. «Non sai quello che ti perdi. Sei giunta a per­fetta maturazione. Non ti negare il piacere sublime.» Disse che il piacere sublime se lo sarebbe preso con qualcun al­tro; in quanto alla maturazione, potevo decidere se dedi­carmi a un’albicocca o a mia sorella.

Pasetti mi raccontò di una uscita a viale Lazio con i ma­schi della sua classe. Biasimava chi aveva espletato il suo primo rapporto sessuale con una mignotta rovinandosi per sempre una tale esperienza. Io, completamente vergine, annuivo. Concepii di andare a puttane quando ebbi ina­spettate 20.000 lire di mia zia Tina, commossa dal fatto che, avendo superato l’esame SIAE, dovevo lavoricchiare per pagare la tassa di iscrizione. «Almeno vedrò mio nipote in televisione al posto di questi trucidi capelloni urlatori.» Pro­curata la macchina, decisi di cercare Manuela che avevo conosciuto portando a spasso il cane sul Lungotevere e alla quale avevo regalato un giacchetto di lana in una fredda se­rata autunnale. Voleva 3.000 in macchina o 10.000 a casa sua, ai Parioli. Finì la benzina a qualche centinaio di metri dalla meta (avevo compiuto innumerevoli giri prima di deci­dermi). Facemmo a piedi il tragitto residuo. Decise di sca­larmi 1.000 per la benzina del ritorno. La “casa” era una stanza con un lettone, pagine porno puntinate al muro, set­timane enigmistiche sparse e una bottiglia di Stock ‘84. Ero collassato. Afflizioni ulteriori mi causava la scoperta che: 1) la casa era in multiproprietà, 2) era appena uscita una col­lega con un settantenne, 3) l’amore si faceva sopra e non sotto le lenzuola. Spogliandomi voltato, trovai il coraggio di chiederle di aiutarmi perché era la prima volta. «Io t’aiuto, ma se non ti togli le mutandine non combiniamo granché.» Per togliermele mi voltai di nuovo. Lei armeggiava con la scatola di preservativi soffocando le risate. Schizzai prima ancora di esplorare il tunnel del piacere. A casa mi feci due docce complete – come mi aveva raccomandato Mancuso – e mi masturbai selvaggiamente per tutta la notte.

Pirani aveva una tecnica: seduto sotto il pino prospiciente il Lucrezio chiedeva a tutte le studentesse che scorrevano davanti all’uscita della scuola: «Vuoi scopare?». Si soste­neva che più di una volta fosse riuscito nell’intento.

Tutti fingevamo di schiaffarcelo al culo durante le partite di pallacanestro o sotto la doccia ma solo alcuni praticavano una modica quantità di sesso tra maschi. Talvolta ci si vedeva in case momentaneamente prive di genitori e si finiva a letto in due o più. Nel corso di una sera estiva, nonostante la presenza dei miei nella camera da letto limitrofa, si organizzò uno spogliarello im­provvisato. Piacente suonava alla chitarra la bossanova di “Un uomo, una donna”. Trabalza si spogliava. Si discusse a lungo se era preferibile che rimanesse in mutande o in calzini. Stabilimmo che con i pedalini era più raffinato. Invitammo Piacente e Tra­balza ad accoppiarsi, uno in mutande, l’altro in calzini. Di Nunzio era galvanizzato. «Sono in amore, sono in amore, io li capisco!», strillava. Invano feci presente l’eventualità che i miei potessero svegliarsi di soprassalto.
Il gruppo dei partecipanti alla prima gita pasquale con de­stinazione casa Pasquini ad Anzio comprendeva, oltre me, i fratelli Mancuso, Toni, Mazzocchi e Di Nunzio. La dramma­tizzazione preferita era quella dello stupro. Si prendeva il soggetto, lo si immobilizzava, si mimava a turno una vio­lenza sessuale a tutto tondo. Nel mio caso fui costretto a forza ad inserire in bocca l’ugello della bombola del gas aperta. Per salvarmi dal seguito della vicenda, finsi una crisi di asma istantanea. Non si commossero e, trascinato sul letto, interpretai anch’io il ruolo di vittima nella sceneggiata. La notte, costretti a vigilare sulla propria integrità, nessuno dormì. In questo clima di violenza, sorpresa e piacere, vola­rono i tre giorni preventivati.

Ferrara e Trabalza sparirono per diverso tempo. Mi rac­contarono che le loro storie a Reggio Emilia erano state così serie da costringere Ferrara padre a spedire il figlio a Torino per dotarsi di dignità umana ed esperienza politica. Tra­balza, al contrario, non aveva alcun problema di immagine. Si presentava alle feste in pigiama, cantava «è inutile che t’atteggi, su ’sta cappella nun ce scureggi». Si favoleggiava che avesse scopato, vestito da lattaio, la moglie di un ricco dei Parioli mentre costui si masturbava.

I miei tentativi di sedurre La Rosa furono rafforzati dall’o-pinione di un medico che mi consigliò di convincerla a con­cedersi. Nell’estate del ‘68 la raggiunsi a Catania dove vil­leggiava con la madre, ospite dei parenti. Dopo giorni pas­sati in compagnia di costoro, ottenni una mattinata al mare tutta per noi. Affittai una cabina e pomiciammo. La sera successiva, nonostante la vicinanza dei congiunti, ci appar­tammo sulla spiaggia per un bis. Ma fummo avvistati da un guardiano dello stabilimento dello zio. Al ritorno io, lei, la madre, i nonni ed alcuni altri fummo cacciati con brutalità, con l’accusa di aver portato in casa la parente zoccola. La mia reazione fu cauta di fronte alla furia dello zio. Successi­vamente tornai da solo per discuterne. Ma la porta non si aprì. Mi dissero che ero ancora vivo per miracolo e mi con­sigliarono di partire.

L’incontro con la Vanzi avvenne sul 2 barrato. Scesi alla fermata e lei mi precedette, eseguì di corsa il periplo di un giardinetto che io avevo attraversato in linea retta, mi mise una mano sulla spalla e disse: «Ho fatto prima io! Ti ho ri­conosciuto: tu parli alle assemblee. Ce l’hai un cane? Pure io!». Faceva il quarto ginnasio. Io non l’avevo mai vista, ero di ghisa e il mio sudore aveva la consistenza del mercurio. Mi raccontò che si era appena liberata del gesso di un’ope-razione al ginocchio, che Ferrara le aveva rivolto la parola in quella circostanza, che era ebrea, che era cugina delle Mar­ciano, che non avrebbe mai fumato in vita sua, che le pia­ceva l’inno di Potere Operaio, che aveva un cane meno rin­coglionito del mio. Con la Vanzi non ci furono problemi, ma ci vollero un paio di tentativi prima di riuscire a manifestare la mia virilità. Non confessai che era la prima volta che cen­travo l’obiettivo, ma dovette capirlo perché pronunciai una frase incongrua: «San Giorgio ha sconfitto il drago», e mi addormentai.

Ci si teneva allertati e in esercizio parafrasando i siparietti di Achille Campanile:

IL FALEGNAME: – Cosa mi hai preparato stasera?
LA MOGLIE: – Una bella sega.

SIPARIO

IL SIGNORE (entrando nella stanza dove una giovane donna avvenente sta facendo il bagno): – Mi scusi, signora! (e richiude la porta uscendo).
IL GENTILUOMO (entrando come sopra): – Mi scusi, si­gnore! (e richiude la porta).
IL SAGGIO (entrando, spogliandosi e sistemandosi anch’egli nella vasca): – Mi passa il sapone?

SIPARIO

LUI: – Lo facciamo in modo diverso stanotte?
LEI: – Ecco, bravo, comincia col farti il bidet!

SIPARIO

SILVANO: – Marisa, baciami, sto per venire…
ERCOLE (distaccandosi e facendosi strada in un groviglio di corpi ansimanti): – Aspetta, ora te la passo.

SIPARIO

LEI: – Cristo, come sei bravo a scopare!
IL PAPA: – Io non sono Cristo, io faccio tutto in nome suo!
CRISTO (dall’alto dei cieli): – Madonna mia! Guarda che facciatosta!
MADONNA: – Che c’è da guardare? (guarda) Oh, Dio mio!
DIO (risvegliandosi): – Perché disturbate il sonno di un povero Cristo? (eccetera, ad libitum).

SIPARIO

Caro Lucrezio di Massimo Pasquini
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Commenti

2 commenti to “Caro Lucrezio - Prima puntata”

  1. marco on Ottobre 6th, 2009 16:10

    Ho comprato questo libro nel 1991 e ogni volta che lo risfoglio spero che Pasquini si decida a pubblicarne il seguito, anche se nella 4° di copertina aspettava eventuali querele per farlo.

    Allora, a quando il seguito?

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