Wilde: non si rimprovera mai chi è stato colpito


Gli ultimi anni di Oscar Wilde, dandy decaduto di André Gide
Scritto nel dicembre 1901, rielaborato per la stampa nel 1903 e accresciuto con un’aggiunta finale nel 1905, incluso, col titolo Oscar Wilde. In memoriam, nella raccolta di interventi critici e polemici Prétextes (con, tra l’altro, studi di Goethe, Nietzsche, Stevenson), il memoriale di André Gide (1869-1951) è tra le rare testimonianze di prima mano sulle tribolate vicende umane di un Wilde paragonabile non più al fatuo “arbitro d’eleganza” Lord Brummel (1778-1840) bensì al “dandy tragico” di Baudelaire (1821-1867).

In questi termini studiatamente refertali, primi di compiacenze o intenti agiografici, il fondatore della Nouvelle Revue Française (1908) e premio Nobel 1947 per la letteratura segue un preciso filo di ricordi che collega la fugace fase “estetica” e l’agonia senza onore né gloria del più brillante inventore di paradossi. È nel 1891 che Gide giovane incontra per la prima volta Wilde: restando affascinato dalla letizia che quell’uomo vestito con ricercatezza, bello, ricco e colmo d’onori, sprizza da tutti i pori. Del nuovo sodale lo incantano la conversazione brillante, l’inventiva affabulatoria, le frasi a effetto e mai banali, il radioso spendersi ed esporsi al giudizio dell’opinione pubblica senza infingimenti e con impavido spregio.

Tuttavia non è possibile che, conoscendo il Wilde brillante battutista e conversatore, si possa rimanere delusi leggendo i libri - sostiene Gide; che, sedotto dall’ironia al vetriolo, dai motti di spirito, dagli sberleffi e dalle clamorose affettazione del viveur, non sa presagire quanta parte dell’opera wildiana finisca per penetrare nella cultura novecentesca. Ciò è dimostrato dalla gran messe di studi seguiti in tutto il mondo, dall’avvio del Novecento fino a oggi; e, se non bastasse, dalla moltitudine di imitatori dello stile aforistico d’uno dei pochi tardo-ottocenteschi mai scomparso dalle librerie.

Si stenda a immaginare il mondo senza gli apologhi di Wilde

Così chiosa Borges in Altre inquisizioni (1960). L’intento di Gide non è comunque quello di formulare giudizi sui libri dell’amico quanto di trascrivere, nella scansione di pochi anni, una sequela di episodi degni di nota. Tra quelli a lui più presenti, spiccano, fedelmente riportate, le brevi favole che Wilde improvvisa solo per lui: seguite da notazioni estetiche, per esempio sulla differenza tra il “mondo reale” che in quanto tale non ha bisogno d’essere nominato e il “mondo dell’arte” di cui occorre parlare per farlo esistere; da critiche dall’”idealismo critiano” all’inquietante anedottica dei “miracoli” cui si contrappone il salutare “naturalismo pagano”; da apprezzamenti per le gidiane Nourritures terrestres (1897) oppure, in altra occasione, da affettuosi rimproveri per l’insistenza di Gide a scrivere la parola “io” con iniziale maiuscolo-metafisica (”In arte” ammonisce Wilde, in qualche modo contraddicendo il proprio individualismo, “non esiste una prima persona”).

L’atmosfera psicologica lieta e leggera, durata fino al 1895 quando i due si rivedono in Algeria, sembrerebbe confermarsi con l’incontro nell’esilio di Berneval, cupa cittadina nelle vicinanze di Dieppe, porto francese sulla Manica. Seppure duramente leso dalla carcerazione, marcato nel corpo e nello spirito, dedito a un’esistenza dolorosa, carica di rimpianti e delusioni, Wilde rifugge dal mostrarsi sconfitto: e il suo ingannevole aspetto appare a Gide ancora quello dei tempi migliori.

Wilde racconta la propria prigionia, le umiliazioni subite, l’amicizia coi compagni carcerati, l’ottusa crudeltà d’un direttore della prigione e l’illuminata gentilezza di un altro direttore ben disposto a consentirgli di leggere e scrivere. Parla di pietà per il mondo e per gli uomini ed è come se volesse esorcizzare la pena per se stesso. Promette di non tornare a Parigi prima d’aver scritto delle nuove opere, utili a restituirgli il perduto prestigio; ma è cosciente di non poterci riuscire. Soprattutto, sa che non gli sarà più possibile riacquistare la dignità perduta.

Quando, di lì a poco, giunge nella capitale francese, Wilde è un uomo perso. Debole, inflaccido, primo di mezzi economici, coi vestiti lisi, scansato da tutti e perfino dallo stesso Gide che preferirebbe non farsi notare in sua compagnia, lui, un giorno “ricco, felice e carico di gloria”, ora è poco più che un clochard: uno che, derubato del proprio destino e stanco della vita, sente di doversi congedare dal mondo.

Così, a Gide che biografa Wilde non riferendo mai della propria omosessualità (come inizia a fare in Corydon, 1911) e, dimentico delle persecuzioni subite dall’irlandese inviso al potere britannico, vorrebbe rinfacciargli certe scelte rovinose, il dandy decaduto non manca d’impartire un’ultima umana lezione:

Non si rimprovera mai chi è stato colpito.

Gli ultimi anni di Oscar Wilde, dandy decaduto di André Gide
Collana Fiabesca
80 pagine
ISBN: 978-88-6222-027-9

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