Dolly City: storia di una yiddishe mame a metà

Dolly City di Orly Castel-BloomDolly City non è un romanzo concettuale e Orly Castel-Bloom non ha mai un approccio strettamente simbolico alla sua materia narrativa. La realtà di questa storia, infatti, è quella in cui tutto il possibile si prospetta. Ogni eventualità viene presa in considerazione. Data questa premessa, il romanzo conserva, anzi dichiara una sua attendibilità. Castel-Bloom e con lei la sua protagonista non fanno altro che presentare e confrontarsi con le inesauribili possibilità del reale. In questo sta la natura surreale del libro, nel suo andare “sopra” il reale e di lì osservare, prevedere.

Questo è infatti il carattere principale della protagonista. Dolly ha un approccio analitico con ciò che la circonda: non vi esclude nulla. Tutto il suo comportamento è dettato da questo atteggiamento “inclusivo” e non “per esclusione” nei confronti del reale. Ma Dolly City è anche un libro di maternità. O meglio su un certo modo per affrontarla. Dolly diventa madre per caso. Non genera, bensì trova un figlio. Anche questo fa parte naturalmente delle possibilità incluse nel reale. Dolly si comporta in un modo indiscutibilmente patologico con suo figlio. Questo è, indiscutibilmente, il centro del libro. In grande misura è la fonte d’attrazione che avvince il lettore, questa natura patologica del rapporto madre-figlio. Vediamo di osservare più da vicino tale dinamica.

Dinamica? Non troppo. È un rapporto drasticamente a senso unico. Dal momento in cui si fa trovare in un sacco, il figlio si mostra totalmente passivo. Il rapporto è animato soltanto da Dolly, dai suoi gesti, atti, pensieri. Figlio, questo è il suo nome d’antonomasia, non reagisce se non in un modo sterilmente biologico - cioè sopravvivendo - alle iniziative, fisiche e mentali, di sua madre. Si fa operare, sezionare, guardare, cacciare, respingere, riprendere. Senza mai essere altro che materia inerte, oggetto. Certo, come spiega Elisa Carandina, c’è molta efferatezza nel comportamento di Dolly. C’è anche coscienza della propria follia. Ma c’è anche una mirabile determinazione nel seguire quel Figlio, nell’osservarlo continuamente - da fuori e da dentro. Per parte sua, Figlio reagisce con tenace inermità: si lascia sezionare, espiantare, ferire. E sopravvive.

Certo, il rapporto fra Dolly e Figlio è molto comodo da interpretare simbolicamente: Dolly è una madre (adottiva) ossessiva. Controfigura spietata della yiddishe mame, che poi assomiglia molto da vicino all’avvolgente, onnipresente mamma italiana, Dolly è la madre che pensa sempre al peggio. Che non esclude nessuna delle nefaste eventualità di cui il mondo è capace. Che tormenta per proteggere, in fondo soltanto per trovare conferma di ciò che già conosce a menadito. La yiddishe mame, infatti, è innanzitutto sicura di sé. Sa per certo di conoscere il proprio figlio meglio di chiunque altro, ovviamente meglio del figlio in questione. Molto meglio. Forte di questa conoscenza, la yiddishe mame ha sviluppato ormai geneticamente un talento profetico che altro non è che la somma di queste conoscenze: in parole povere, lei conosce talmente bene suo figlio che sa come costui si comporterà in ogni occasione e financo che cosa, con buona dose di certezza, gli capiterà.

Dolly è una yiddishe mame soltanto a metà. Non ha la sicurezza del sapere perché, prima di tutto, sa che tutto è possibile. Per questo fruga con tanta insistenza e con periodica determinazione fra gli organi interni di suo figlio. Ma Dolly non è una yiddishe mame al completo anche per un’altra, più centrale, ragione. In questo senso, rappresenta quasi il contrario di questa storica figura. Che è psicoanaliticamente nota in quanto castratrice per eccellenza. La mamma - doppiamente la mamma ebrea di pari passo con quella italiana - castra. Ora Dolly a suo Figlio fa di tutto, tranne che castrarlo. Taglia, cuce, toglie, impianta, sposta, disegna. Usa il corpo di lui come un terreno di sperimentazione - chirurgica ed emotiva. Ma non lo castra. E questo è interessante, nel contesto di un libro molto meno simbolico di quanto non possa sembrare.

In fondo anche la lettura in chiave “sionistica” rivela come Castel-Bloom prenda poco sul serio simboli e miti. Lei va per la sua strada. Il fatto che la sua protagonista si trovi a disegnare sulla schiena del Figlio la mappa d’Israele, nei confini anteriori alla guerra del 1967 (in cui il paese conquistò Gaza e Cisgiordania), non ha una particolare valenza politica. Tutt’al più estetica, ironica. Ma è inutile tentare di decifrare il romanzo in chiave decostruzionista. Più che distruggere miti e luoghi comuni, Castel-Bloom li annette con spensierata disinvoltura alla propria narrazione. Li stravolge, ma non per capovolgerli. Li dà già per distrutti e su queste macerie fumanti mette in scena la narrazione.

Anche in questo, oltre che nel tessuto generale del romanzo, sta l’originalità di Dolly City, la sua capacità di uscire da ogni schema prefabbricato, il suo talento nello sfuggire a qualunque schematizzazione interpretativa. È un libro che turba e diverte contemporaneamente. Un romanzo con una misura tutta sua di realtà e di fantasia. A guidare il lettore, una straordinaria libertà nel narrare che rende efficace anche ciò che è meno attendibile, più efferato.

Dolly City di Orly Castel-Bloom
Collana Eretica
168 pagine
ISBN: 978-88-6222-028-6

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