I racconti di Creative Commons in Noir: “Erano in tre” di Paolo Ferrari

Creative Commons in NoirNella stanza erano in tre.

Uno era nero, grande e grosso, simile a un vecchio armadio tarlato per via delle spalle curve e della cicatrice. Si chiamava Mamadou e da quando un machete l’aveva accarezzato giù in Africa, una lunga squama bianca gli attraversava il viso, dall’orecchio destro fino al labbro. Il secondo era Rachid, il libanese. Era minuto e indossava un sari bianco per sembrare pachistano quando vendeva collane di perline di plastica in riva al mare. Era lui a tenere il coltello e a guardarsi in giro attraverso gli occhialini rotondi da Ghandi, perché Mamadou invece aveva lo sguardo fisso e non sembrava mai accorgersi di niente. Poi c’era Sonia. Tremava sdraiata sul letto, imbavagliata e legata con la prolunga del ferro da stiro che stava usando quando i due erano entrati, lo stesso ferro che era servito a Rachid quando senza nessun motivo apparente le aveva bruciato la guancia sinistra.

Era successo così: era mattina e i due camminavano per strada, Rachid girava gli occhi a scatti e sembrava in preda a una qualche febbre, mentre Mamadou lo seguiva come una grande ombra deforme. Erano insieme da una settimana, da quando per caso avevano mangiato minestrone e pane alla mensa della Caritas. Erano usciti insieme e insieme erano rimasti, forse per farsi compagnia, forse perché la disperazione tende a coagularsi come il sangue. Sonia era davanti a casa, quella che aveva preso in affitto quando era arrivata dall’Ungheria per fare la pornostar. Due, tre film pagati poco e male e poi aveva aggiustato il tiro. Qualche foto di scena su internet e adesso faceva la escort e stava bene. Cinquecento per una notte, mille per un weekend.

Alle volte si accontentava di meno, alle volte le davano qualcosa di più. Perché era bella, bionda e pronta a tutto. Ma solo per qualche anno, solo per svoltare, si diceva sempre. Stava rientrando dopo una notte in un albergo in centro quando aveva incontrato quei due. Cioè il suo sguardo assonnato aveva avuto la sfortuna di incontrare quello di Rachid. Lì per lì non ci aveva fatto neppure caso, anzi non lo aveva proprio visto, il piccoletto, aveva piuttosto notato di sfuggita la montagna nera che gli camminava dietro, ma entrando in casa se n’era già dimenticata. Aveva fatto la doccia, aveva messo in una bacinella col sapone la lingerie sporca del seme di un avvocato e aveva attaccato il ferro da stiro. Prima di andare a letto per qualche ora voleva sistemare il vestito che si era appena tolta, riporlo nell’armadio e non pensarci più.

Era successo allora ed era stato tutto molto semplice. Avevano suonato, lei aveva aperto e loro erano entrati. Lei aveva urlato ma il nero l’aveva subito presa e sollevata di peso mettendole una mano davanti alla bocca, in un attimo l’aveva buttata sul letto mentre quello con la faccia da pazzo le puntava un coltello alla gola. Era stato un attimo trovarsi legata e imbavagliata. A quel punto se n’era stata buona e zitta per non innervosirli, avrebbe fatto la brava, era pronta a farsi violentare, ma poi il piccoletto senza dire una parola e nonostante le sue buone intenzioni le aveva avvicinato il ferro al viso e shhhhh, un dolore da morire. Un dolore senza senso. Perché dopo averla bruciata Rachid aveva fatto una smorfia, aveva buttato il ferro per terra e si era allontanato. Mamadou era rimasto in piedi con le braccia lungo i fianchi a guardarla. Ma non sembrava che la desiderasse, la guardava soltanto e a lei sembrava che la guardasse come una cosa, morta o viva non contava. Nemmeno l’altro la desiderava e girava per casa come una bestia in gabbia, come uno che non ha idea di cosa fare.

Se Sonia avesse potuto parlare di certo avrebbe detto a Rachid dov’erano i soldi che aveva in casa, dov’erano i pochi gioielli, avrebbe detto che sapeva fare un sacco di giochi carini, lo avrebbe detto per la disperazione ma era sicura che niente di tutto ciò interessasse a quei due. E questo le dette la certezza di dover morire e di morire male.

Poi Rachid si era fermato. Con un gesto di rabbia aveva rovesciato il mobiletto del telefono e aveva detto qualcosa a Mamadou in una lingua che Sonia non conosceva. Il nero non aveva risposto ma si era avvicinato al letto e aveva allungato una mano verso Sonia, lei lo aveva scalciato e in qual momento avevano sentito i colpi alla porta.

Era Antonio Rocco. Appuntato dei carabinieri, che insieme al suo collega era stato inviato dalla centrale per dar seguito alla telefonata di Saporetti Maria Rosaria, la vecchia che viveva di fronte a Sonia. Quella che diceva a tutti che era una puttana. Era lei che aveva visto i due entrare e sentito l’urlo di Sonia, e che ora se la faceva sotto dalla soddisfazione dello spettacolo che si svolgeva sotto i suoi occhi e dall’intimo piacere che provava al pensiero della lezione ricevuta dalla sgualdrina del palazzo di fronte.

Antonio Rocco bussò, disse aprite e Rachid disse vaffanculo ammazziamo la donna. Così in un attimo quello che c’era da dire fu detto e la situazione giunse a un punto morto.

Nella mezz’ora successiva i carabinieri circondarono l’appartamento, appurarono grazie alla descrizione di Saporetti Maria Rosaria che nell’appartamento di una puttana di nome Sonia Radzic c’era un certo Rachid dal cognome impronunciabile presto ribattezzato Babà e un negro gigantesco. Rachid Babà era già noto ai militari. Libanese, aveva perso l’intera famiglia in un bombardamento a Beirut. Ne aveva ricevuto notizia mentre era in Italia e precisamente sulla spiaggia di Gabicce intento a vendere illegalmente collane e gioielli in falso argento e false perle di fiume. Nel momento che detto Rachid ricevette la ferale notizia, si abbandonò sul pubblico litorale a scomposte manifestazioni di dolore che lo portarono ad infierire sui bagnanti e in particolare su Bernini Luigino di professione geometra che ebbe a patire un trauma contusivo all’arcata sopracciliare sinistra che richiese l’applicazione di numero tre (3) punti di sutura presso il locale pronto soccorso. Dopo questo episodio, patteggiata la pena per l’aggressione e la detenzione delle perline, del Rachid si perdono le tracce.

Un bel casino, disse il capitano dei carabinieri Antonio Di Falco, mentre Mamadou si scrocchiava le dita grosse come salsicce, Sonia cercava di riallacciare un rapporto con Dio pentendosi di ogni singolo pompino e cercando di ricordare esattamente il paternostro in ungherese, e Rachid lanciava lampi dagli occhi, accarezzava il coltello e con quello ogni tanto graffiava distrattamente la coscia destra di Sonia.

Poco prima aveva chiesto al capitano Di Falco che il presidente della Repubblica Italiana incaricasse i servizi segreti di scoprire se la palazzina dove erano periti i suoi cinque figli, la moglie e la madre era stata distrutta dagli Hezbollah oppure da Israele. Al resto avrebbe pensato lui. In caso contrario la ragazza sarebbe stata liberata un po’ per volta dentro i barattoli per conserve Bormioli Rocco che in casa di Sonia si trovavano in abbondanza.

Avrebbe aspettato un’ora per avere la risposta poi avrebbe messo il primo barattolo di conserva di puttana fuori dalla porta.

Mentre Sonia giurava a Dio che avrebbe abbandonato l’insana abitudine di rilassarsi preparando quelle sordide marmellate che le servivano per spalmarsele addosso e farsele leccare da alcuni dei suoi più raffinati clienti, il capitano di Falco elaborò una strategia per sopraffare quel pazzo di Rachid Babà. Era conscio di essere a stretto di tempo, dal momento che nel pomeriggio aveva preso una mezza giornata perché aveva un sacco di impegni tra i quali accompagnare sua figlia dalla nonna, portare sua moglie dalla dietologa e fare una visitina a Karola che sapeva davvero fare una sveltina con il cuore, anche se gratis et amor Dei. E poi con i pazzi non ci si può stare tanto a menarsela. Così aveva deciso per un bel blitz, assolutamente convinto che un’irruzione come si deve avrebbe risolto tutto prima di pranzo, anche perché aveva già un certo languorino.

Nonostante le rassicurazioni di Di Falco, Rachid aveva mangiato la foglia e si era convinto che il Presidente della Repubblica non lo avrebbero chiamato perché la televisione aveva appena detto che era in Germania per una visita ufficiale. Così quando fecero irruzione i carabinieri il libanese aveva appena cominciato ad affettare sottile un polpaccio di Sonia, mentre Mamadou la teneva ferma come faceva in Africa quando per divertimento, con gli altri soldati bambini, castrava i prigionieri. La ragazza che nel frattempo si era ricordata anche l’avemmaria, nel sentire il fracasso ringraziò il signore e si vide già monaca in qualche convento, si sentì una santa addirittura e quando un proiettile di mitraglietta le attraversò la nuca aveva già un piede in paradiso. Perché i carabinieri si erano attenuti alle istruzioni e avevano subito neutralizzato Rachid con un paio di revolverate quando lui gli era andato incontro con il coltello, ma non avevano preso troppo sul serio Mamadou, che da vecchio combattente si era buttato a terra e aveva falciato due militari ammazzandone uno con una mannaia di Ikea che teneva nello stivale. Solo la prontezza di riflessi di Rocco aveva impedito il peggio, quando la mannaia stava per calare una seconda volta aveva premuto il grilletto e svuotato il caricatore della mitraglietta d’ordinanza: venti colpi in tutto, finiti per un cinquanta per cento nella schiena di Mamadou, per un cinque nella testa di Sonia e per il resto a spasso nella stanza.

Il capitano Di Falco quel giorno mangiò spaghetti alla carbonara un po’ scotti, accompagnò la figlia dalla nonna e la moglie dal dietologo ma con Karola andò in bianco. Gli aveva fatto sapere che sarebbe andata alla camera mortuaria. Doveva dare l’ultimo saluto a una sua amica che avevano ammazzato quella mattina.

2 thoughts on “I racconti di Creative Commons in Noir: “Erano in tre” di Paolo Ferrari

  1. Quasi pronta e siamo in attesa della conferma per la data di presentazione. Appena avremo tutti i dati manderemo mail a tutti i vincitori e ne daremo notizia sul blog.

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