Caro Lucrezio - Prima puntata
Caro Lucrezio è uscito nella collana Millelire all’inizio degli Anni Novanta per poi essere riproposto su Libera Cultura con licenza Creative Commons. Scritto da Massimo Pasquini, autore romano che ha vissuto “le imprese più sconvolgenti e marginali della sua generazione”, a cavallo tra arte, sinistra extraparlamentare e imprenditoria alternativa, il libro si articola tra il 1968 e il 1970 all’interno di un liceo della capitale e quei fatti ve li riproponiamo a puntate esattamente come uscirono la prima volta.
A puttane si andava con l’automobile di famiglia di chi, essendo ripetente, aveva già conseguito la patente. La macchina di Ciancia era una Topolino ereditata dalla zia. Scopare in Topolino era terribilmente scomodo. Mancuso, che ne parlava con competenza come di esperienze trapassate, ci aveva reso edotti sulle dinamiche e le precauzioni igieniche del caso («Meglio per terra. I preservativi portateli voi. Pagate in anticipo solo la metà»). Il cugino di Fadda, primo di un folto gruppo recatosi a questo scopo in viale Lazio, fu cacciato da una mignotta urlante, fuoriuscita con la coperta indosso dal cespuglio mentre gli altri, che avevano già versato la caparra, aspettavano al freddo il loro turno accanto alla Topolino. Non si capì mai che cosa era successo. Chiudendosi nel silenzio più assoluto il cugino di Fadda si procurò la fama di Cazzo Vero.
Un evento di questo tipo al bar del Pinturicchio dava luogo ad interminabili discussioni. Il Braciola amava raccontare, arricchendolo, l’episodio che aveva generato il suo soprannome: «Stavo in Vespa sotto Villa Glori. C’era una bona come il pane. Le chiedo: “Quanto vuoi?”. “Dieci sacchi.” “Sei cara ma me piaci!” Andiamo su a Villa e glielo metto al posto suo. Lei fa: “Ahio, m’hai fatto male!”. E io: “Ma se non reggi ’sta braciola, che cazzo batti a fa?”».
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Peppino Impastato, la voce della denuncia

(Questo è lo speciale pubblicato da XL di Repubblica sul libro Onda pazza - Otto trasmissioni satirico-schizofreniche a cura di Guido Orlando e Salvo Vitale.)
Il 9 maggio 1978 uno dei giornalisti più scomodi d’Italia viene fatto saltare in aria con una carica di esplosivo sulla linea ferroviaria Palermo-Trapani. Il 9 maggio 2008 sono trent’anni che Peppino Impastato ha smesso di denunciare le connivenze tra mafia e politica nella sua Radio Aut. Per non dimenticare, esce un libro con un dvd in allegato che ripropone le otto puntate con la viva voce di Peppino Impastato. Da non perdere, le trasmissioni da ascoltare.
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Peppino Impastato, le trasmissioni
Musica e parole: Peppino Impastato mette in scena una drammatica farsa sulla mafia ambientata nel selvaggio West. Tra un colpo di pistola e un altro. Il Tano Seduto su cui si scherza è Tano Badalamenti che sarà poi condannato per l’omicidio del giornalista.
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La presentazione
Onda Pazza - otto trasmissioni satirico-schizofreniche, è libro con dvd allegato edito da Stampa Alternativa che ripropone le puntate con la viva voce di Impastato, l’ultima delle quali registrata poco prima del suo assassinio.
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Alla scoperta dei giganti etruschi e del passato della Maremma
Questo libro, Giganti etruschi: Storia e leggende dei “figli della terra”, è il risultato delle ricerche e delle scoperte effettuate negli ultimi tre anni in Maremma insieme ai miei collaboratori, archeologi, geologi, paleoastronomi e ricercatori di indirizzo multidisciplinare. Tra le scoperte, eccezionale è il complesso megalitico di Poggio Rota (nei pressi di Pitigliano, in provincia di Grosseto), per ora l’unico osservatorio astronomico preistorico ancora integro esistente in Italia. Lo realizzarono gli appartenenti alla “civiltà di Rinaldone” (4000-2000 a.C. circa), così chiamati dal nome di una località dove fu rinvenuta la loro prima necropoli.
I “giganti” del titolo sono in riferimento al mito riportato in Genesi e in altri testi antichi, dove si tramanda di una misteriosa razza di “figli di Dio” unitasi alle “figlie della Terra”. Nella leggenda questi furono i progenitori della stirpe dei Giganti. Dal mito emerge il ricordo di un lungo e cruciale passaggio evolutivo: dalle prime società organizzate del neolitico, dedite al culto della Terra (le “figlie della Terra”) sino alla civiltà etrusca, ultima erede. Un nuovo scenario storico viene così alla luce, costellato di segni, simboli e archetipi che i nostri antenati hanno lasciato incisi su ceramiche ma anche sulla viva roccia e su megaliti allineati con il sole e la luna. Osservando il moto degli astri, veneravano al contempo una primordiale triade divina, il dio del cielo, la dea della terra e la dea della luna e delle acque.
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Wilde: non si rimprovera mai chi è stato colpito
Scritto nel dicembre 1901, rielaborato per la stampa nel 1903 e accresciuto con un’aggiunta finale nel 1905, incluso, col titolo Oscar Wilde. In memoriam, nella raccolta di interventi critici e polemici Prétextes (con, tra l’altro, studi di Goethe, Nietzsche, Stevenson), il memoriale di André Gide (1869-1951) è tra le rare testimonianze di prima mano sulle tribolate vicende umane di un Wilde paragonabile non più al fatuo “arbitro d’eleganza” Lord Brummel (1778-1840) bensì al “dandy tragico” di Baudelaire (1821-1867).
In questi termini studiatamente refertali, primi di compiacenze o intenti agiografici, il fondatore della Nouvelle Revue Française (1908) e premio Nobel 1947 per la letteratura segue un preciso filo di ricordi che collega la fugace fase “estetica” e l’agonia senza onore né gloria del più brillante inventore di paradossi. È nel 1891 che Gide giovane incontra per la prima volta Wilde: restando affascinato dalla letizia che quell’uomo vestito con ricercatezza, bello, ricco e colmo d’onori, sprizza da tutti i pori. Del nuovo sodale lo incantano la conversazione brillante, l’inventiva affabulatoria, le frasi a effetto e mai banali, il radioso spendersi ed esporsi al giudizio dell’opinione pubblica senza infingimenti e con impavido spregio.
Tuttavia non è possibile che, conoscendo il Wilde brillante battutista e conversatore, si possa rimanere delusi leggendo i libri - sostiene Gide; che, sedotto dall’ironia al vetriolo, dai motti di spirito, dagli sberleffi e dalle clamorose affettazione del viveur, non sa presagire quanta parte dell’opera wildiana finisca per penetrare nella cultura novecentesca. Ciò è dimostrato dalla gran messe di studi seguiti in tutto il mondo, dall’avvio del Novecento fino a oggi; e, se non bastasse, dalla moltitudine di imitatori dello stile aforistico d’uno dei pochi tardo-ottocenteschi mai scomparso dalle librerie.
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Farmakiller: business, follie e morti in nome della medicina
I farmaci e le strutture ospedaliere a volte salvano la vita, altre volte la tolgono o la mettono a rischio. La paura di malattie e di mali oscuri, il bisogno di essere sempre in forma o di rimettersi in fretta da un malanno hanno creato un colossale business farmaceutico. Si usano farmaci per tutto: dal semplice mal di testa al disagio psicologico, dall’insonnia alla scarsa attenzione, ci sono farmaci per obesi e per anoressici. Nemmeno i bambini sfuggono al bombardamento chimico: sono in continua crescita i farmaci antidepressivi o calmanti destinati ai bimbi. Il nostro tempo terreno è scandito da pillole, gocce, bisturi, a partire dal parto, ormai sempre più medicalizzato.
Ma fanno bene tutte queste medicine? In gran parte no, spesso sono inutili; non di rado si dimostrano nocive o, addirittura, letali. I “casi” di farmaci dannosi o letali, venuti a galla negli scorsi decenni e di recente, dimostrano che non di “casi” si tratta, ma che vi è qualcosa di strutturale nel sistema medico-farmacologico che non funziona. In questo sistema il vero motore propulsore è ormai il profitto e non più la salute pubblica. I colossi della chimica e della famaceutica investono miliardi di euro per mettere a punto e per promuovere i nuovi farmaci. E il mercato e i danni ai pazienti fanno parte del cinico e macabro bilancio economico dei costi-benefici.
L’elenco dei farmaci killer, ritirati dal mercato solo dopo aver creato danni colossali, è lunghissimo. Gli scandali della malasanità, degli “errori” fatali, dello strapotere della lobby chimica, sono all’ordine del giorno. Nonostante ciò, poco o nulla cambia nelle farmacie, negli ospedali, nella legislazione e nei mass media, molti dei quali legati a doppio filo agli introiti pubblicitari dei colossi chimico-farmaceutici.
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Viaggi Acidi: intervista ad Albert Hofmann / 2
La prima parte dell’intervista di Pino Corrias ad Albert Hofmann
Si siede, dice: «Nel mondo sono usciti duemila libri scientifici che riguardano l’LSD. Qui ci sono tutti».
Giusto, tutti figli suoi, quegli studi. Come pure metà del pop che si è suonato nel mondo per una dozzina d’anni è figlio della sua sostanza e una parte dei chilometri viaggiati da Jack Kerouac e Neal Cassady e l’inchiostro di Allen Ginsberg e i giochi di Ken Kesey e i racconti elettrici di Tom Wolfe e le incazzature di Abbie Hoffman e Jerry Rubin e i raid teatrali del Living di Julian Beck e le riflessioni antipsichiatriche di Ronald Laing e David Cooper. È per quei suoi milligrammi di chimica che 10 milioni di ragazzi (solo negli USA, in due decenni) hanno provato ad “aprire le proprie coscienze” e a viaggiare dentro sé stessi.
A cosa stava lavorando quando scoprì l’acido?
«Stavo cercando di sintetizzare uno stimolatore della circolazione sanguigna. Ci avevo provato nel 1938 e non ero arrivato a niente di buono. Ho ripreso nel ‘43 e come capita spesso in laboratorio, ho trovato quello che non mi aspettavo.»
Ha ricostruito il momento in cui, diciamo così, si è realizzato lo scambio?
«Non lo so, non lo so. Ricordo solo che qualche giorno prima di ingerirla, mi erano cadute un paio di gocce della soluzione sulla mano. Qui, vede? Sotto al pollice. Ricordo che ho avuto come un giramento di testa, una nebbiolina davanti agli occhi, un impercettibile mutamento dei colori. Due giorni dopo ho ripensato a quello che mi era successo e ho deciso di provare.»
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United Business of Benetton: ma quale “globalizzazione dolce”
Luciano Benetton riprova a prenderci per il culo. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 12 maggio, autodefinisce la propria strategia imprenditoriale “capitalismo più creativo, sensibile alle esigenze dei meno fortunati del mondo”, “globalizzazione dolce”. In verità Benetton non ha mai smesso di alimentare l’immagine capital-progressiva della sua azienda, esibendo il profilo migliore, quello delle fotografie degli incontri ufficiali, quello che si vende di più e più a lungo, quello che dura nel tempo e nelle coscienze. Negli anni ha riproposto, rinnovato e aggiornato tecnologicamente, un anticonformismo che tende la mano ad una certa sinistra ambientalista e umanitaria non solo italiana, riuscendo a cucirsi addosso l’immagine del capitalismo dal volto umano ed a diventare il simbolo della responsabilità sociale, il paladino del capitalismo sostenibile.
Nel suo universo multicolore, Benetton predilige i colori dell’ecologia, della sostenibilità, della responsabilità, della trasparenza, dei diritti dei più deboli e via dicendo. I colori Benetton sono uniti contro i mali del mondo: è questo il messaggio che viene associato al marchio. Di fronte a tutte quelle belle parole quasi ci si dimentica che la Benetton è una multinazionale che fattura centinaia di milioni di euro l’anno (l’utile netto del Gruppo nel 2007 è stato di 145 milioni di euro con un incremento, rispetto al 2006, del 9%) e soprattutto ci si dimentica di chiedersi in che modo, con quali costi ambientali ed umani tutto questo avvenga.
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La Cina tra sport, educazione fisica ed espressività corporea
Colui che pratica la Via, diminuisce ogni giorno.
Diminuendo sempre di più, si arriva al non-agire.
Non agendo, non esiste niente che non si faccia.
Daodejing XLVIII
Se davvero lo sport non è altro che l’amore del movimento, come lo definiva in modo raffinato un intellettuale cinese dell’inizio del secolo scorso, allora i cinesi hanno imparato ad amare lo sport. Chiunque si trovi, anche per via di un semplice fatto, nella Repubblica Popolare Cinese, non avrà potuto fare a meno di notare il fluire incessante della vita, il moto di cose e persone che avvolgono come una buccia di vetro tutte le città cinesi. Movimenti di corpi e di oggetti entro ritmi costanti, continuità di flusso, diligenza, perseveranza, sincronismo. Dalle biblioteche alle strade, dalle fabbriche alle eterne campagne - dove il ritmo rallenta ma non si spegne - fino ai centri sportivi e alle università degli affari, le nuove generazioni cinesi sono il prodotto di questo fluire incessante: un movimento esteso su una quantità impressionante di individui, che stupisce per qualità, quantità e rigore.
Questo moto sembra provenire dal basso e salire lungo le radici degli alberi fino ai rami e più su, alle strutture d’acciaio dei grattacieli che sorgono a minacciare il cielo, disegnando i nuovi orizzonti cinesi. Orizzonti sempre più larghi, fatti di persistenti megatrend e congiunture da sballo, produzioni industriali che hanno bisogno di grafici espansi, di aggiuntiva carta millimetrata per essere raccontati: un esempio di poderosa alterità culturale, sociale e politica che sgomenta, incuriosisce e inquieta l’Occidente.
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Modernità e catastrofe di un dandy
Il futuro appartiene al dandy:
saranno gli animi squisiti a governare.
Oscar Wilde
Fatta valere anche contro l’avverso parere di alcuni consiglieri politici, è dell’inizio del 2007 la delibera del ministro inglese dell’istruzione Alan Johnson che per la prima volta include l’insulare d’Irlanda Oscar Wilde nel novero degli autori anglosassoni degni di essere adottati dai programmi scolastici del Regno Unito.
Trascorre così oltre un secolo prima che la conclamata omosessualità finisca tra gli stereotipi e le bagatelle biografiche di un letterato e polemista la cui opera rimane tuttora accesa dalla luce di una ineguagliabile intelligenza fusa con genio critico e con un anelito letterario dove il dandismo contestativo di Wilde, dai conformisti degradato a vano snobismo per screditare la distinzione intellettuale del dandy, echeggia e corrobora il sentimento di giustizia del popolo irlandese colonizzato dalla Gran Bretagna.
In tale prospettiva, paiono assumere particolare valenza due opere wildiane pubblicate rispettivamente nel 1890 e 1891: cioè la dissertazione in forma dialogata Il critico come artista e il libello L’anima dell’uomo sotto il socialismo. Magari sono questi, fra gli scritti di Wilde - tutti comunque “scandalosi” per la pruderie vittoriana (si pensi al celebre Il ritratto di Dorian Gray, 1890, allegoria di un dandy faustiano diviso tra culto della bellezza e pervertimento, e prefigurante la tragedia finale dello stesso autore) -, quelli più morbosamente compulsati dai giudici che, nel 1895, davanti a una folla schiamazzante, condannano lo scrittore a due anni di carcere duro: provocandone la disgregazione della personalità, la rovina sociale e la conseguente morte a soli 46 anni.
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Quando la salute è messa in pericolo dai farmaci
Cosa vuol dire essere in salute? La salute dipende dai farmaci, dalle cure disponibili o dalla tecnologia? No, dipende dal livello socio-economico, dal clima, dall’alimentazione. Essere sani significa convivere con qualche “acciacco”. Una volta era il malato che andava dal medico perché stava poco bene; oggi è il medico che ti dice “facciamo uno screening, sei sicuro di stare proprio bene?”
C’è bisogno di malati nuovi. Nel marzo 2004 le case farmaceutiche hanno abbassato le soglie delle tre malattie più diffuse nel mondo occidentale: l’ipertensione, il colesterolo e il diabete creando così, da un giorno all’altro, alcune centinaia di migliaia di “malati” nuovi. Il sano è colui il quale non sa ancora di essere malato. A Verona, su iniziativa di don Luigi Verzè, Rettore dell’Ospedale San Raffaele di Milano, è partito il progetto Qui Vadis?, ossia la creazione di una clinica per sani… Per sani!
Attraverso un microchip installato sotto la pelle, i medici potranno monitorare lo stato di salute del “paziente” sano in ogni momento e curarlo prima che nascano problemi. Nel frattempo potrai fare quello che vuoi: sciare, giocare a tennis, prendere un aereo, viaggiare… e tac! Un sms ti segnalerà: “Urgente, imminente insorgenza di emorroidi a grappoli, rivolgersi al nostro centro specialistico più vicino”.
I farmaci che tolgono la vita
L’elenco dei farmaci, spacciati per “miracolosi” e poi ritirati dal mercato perché velenosi o letali è fin troppo lungo. Ma ricordiamo almeno qualche caso più recente.
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Viaggi acidi: intervista ad Albert Hofmann / 1
Burg (Basilea). Zero virgola cinque milligrammi di acido lisergico in soluzione. Tre gocce, un sorso. Si siede e aspetta. Il sole entra nella stanza bianca del suo laboratorio di ricerche farmacologiche, secondo piano della Sandoz, Basilea. Sono le due del pomeriggio di un giorno speciale, il 19 aprile 1943: il chimico Albert Hofmann, 37 anni, da cinque impegnato in esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta, ha appena ingerito la prima dose di LSD della Storia.
Aspetta, e ancora non sa di avere appena socchiuso quella che Aldous Huxley, un decennio più tardi, avrebbe chiamato «la porta della percezione». Ancora non sa che quella soluzione incolore – dietilamide dell’acido lisergico ottenuta per caso, provata per curiosità – vent’anni dopo avrebbe fatto il giro dei mondi possibili, conquistato ragazzi californiani, musicisti anglosassoni, scrittori europei, sognatori viaggianti. Avrebbe creato ostinati cercatori di sé e grandi parole come Rivoluzione Psichedelica. Avrebbe generato lampeggianti terrori, rivelazioni solitarie, decadenze floreali, paranoie, infelicità, amori, illuminazioni, nuovi sguardi sul mondo, nuovi mondi.
«No, non sapevo niente di tutto questo. Non potevo immaginare. Ero solo un giovane chimico seduto sulla propria sedia, nel proprio laboratorio, dentro al confortevole mondo delle formule, in attesa di qualcosa.»
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Dio non è onnipotente: a fini di parte / 2
Gli errori dei copisti sono errori umani, ma la loro pervasività non dovrebbe almeno far dubitare dell’assoluta ispirazione divina del “libro dei morti”? In assenza di un Ur-testo, le interferenze grafiche, intenzionali e no, di quei meticolosi, ma inevitabilmente affaticati, amanuensi non testimoniano comunque che alcune parole (forse tutte?) sono interpolazioni dell’uomo? E che dire delle traduzioni dall’ebraico, dal greco, dal latino alle lingue volgari? Se “tradurre è tradire”, perché questo non dovrebbe essere vero per le traduzioni ebraiche? Per quanto concerne la quarta obiezione, poi, la sua circolarità è evidente persino dai controesempi proposti da apologeti biblici. A proposito di Matteo 24:33, 34, che riguarda la seconda venuta di Cristo, Gesù dice:
Io vi dico in verità che questa generazione non passerà prima che tutte queste cose siano avvenute.
Di fronte all’obiezione che nessun secondo avvento si manifestò alle persone che erano davanti a Gesù e che, dunque, la sua profezia era sbagliata, così scrive un commentatore:
Questa interpretazione è sbagliata in quanto quella generazione non è vissuta tanto da vedere la seconda venuta del Signore.
Il podio celeste: lo sport in Cina
Il podio celeste accoglie raccoglie con accurata sapienza le vicende storiche che hanno costituito la storia dello sport in Cina dall’antichità fino a oggi. Esso ci mostra le vicende che hanno permesso l’evoluzione del corpo dei cinesi, un tempo definiti il “malato dell’Asia”, fino ad arrivare all’odierna immagine dell’eroe sportivo nazionale.
Nel periodo nelle prime dinastie cinesi, durante i Quin e gli Han, in Cina esisteva una cultura fisica già raccontata da Confucio nei documenti storici: il Wushu, i Cento Giochi e le pratiche di allenamento interno del Daoyin. Sin dall’antichità venivano applicati a queste pratiche i princìpi del Classico dei Mutamenti e del Nutrimento della Vita della scuola taoista. Durante il periodo Tang e Song, il principio buddista del vuoto ampliava il cerchio delle dottrine di lunga vita e mentre nascevano il gioco del calcio, del polo e si sviluppava il tiro con l’arco, anche a livello popolare si diffondevano tecniche interne quali il Baduanjin o le tecniche del famoso maestro Zhang Sanfeng sulle montagne del Wudang. Durante le dinastie Yuan e Ming, gli sport cinesi vennero conosciuti e forse presi in prestito e diffusi in Europa grazie alla trasmissione fattane da Marco Polo, l’italiano ancora oggi più noto in Cina e in seguito alla sua permanenza la Cina fu conosciuta in Italia e in Europa.
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Dolly City: storia di una yiddishe mame a metà
Dolly City non è un romanzo concettuale e Orly Castel-Bloom non ha mai un approccio strettamente simbolico alla sua materia narrativa. La realtà di questa storia, infatti, è quella in cui tutto il possibile si prospetta. Ogni eventualità viene presa in considerazione. Data questa premessa, il romanzo conserva, anzi dichiara una sua attendibilità. Castel-Bloom e con lei la sua protagonista non fanno altro che presentare e confrontarsi con le inesauribili possibilità del reale. In questo sta la natura surreale del libro, nel suo andare “sopra” il reale e di lì osservare, prevedere.
Questo è infatti il carattere principale della protagonista. Dolly ha un approccio analitico con ciò che la circonda: non vi esclude nulla. Tutto il suo comportamento è dettato da questo atteggiamento “inclusivo” e non “per esclusione” nei confronti del reale. Ma Dolly City è anche un libro di maternità. O meglio su un certo modo per affrontarla. Dolly diventa madre per caso. Non genera, bensì trova un figlio. Anche questo fa parte naturalmente delle possibilità incluse nel reale. Dolly si comporta in un modo indiscutibilmente patologico con suo figlio. Questo è, indiscutibilmente, il centro del libro. In grande misura è la fonte d’attrazione che avvince il lettore, questa natura patologica del rapporto madre-figlio. Vediamo di osservare più da vicino tale dinamica.
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Cosa succede veramente nella narrativa italiana?
“Nella letteratura italiana sta accadendo qualcosa. L’Italia non deve fare altro che accorgersene”. Questa è la conclusione di un articolo apparso nelle pagine di cultura di Repubblica del 23 aprile scorso. Lo scrittore multiplo dal nome cinese Wu Ming scrive un pezzo che ci fa molto piacere. Finalmente una bella notizia: in Europa e di là dell’Atlantico si stanno accorgendo che anche in Italia abbiamo scrittori di spessore, al Massachusetts Istitute of Technology di Boston hanno aperto gli occhi e cominciano a fioccare gli inviti ai nostri autori. Da Saviano a Lucarelli, da Genna a Cammilleri, da De Cataldo a Carlotto e lo stesso Wu Ming, senza falsa modestia, mi pare, il quale, i quali si definiscono scrittori della New Italian Epic dai metatarsi al telencefalo. Tanto di cappello.
Wu Ming fa un excursus della narrativa italiana a partire da alcuni eventi storici che vanno dalla caduta del muro di Berlino a Tangentopoli, Genova e undici settembre. Prima, negli anni ottanta e i settanta forse, c’era solo cinismo, sostiene Wu Ming, senza fare nomi. Poi traccia generi e traettorie che inglobano la storia recente e passata, a partire dal giallo e dal noir, sottolineando l’impegno nell’ambito storico e sociale di tale nuova narrativa. Tutto il rispetto per gli autori citati, che sono riusciti a vendere milioni di copie con libri di indubitabile valore. Senza fare del qualunquismo letterario, di questi autori mi pare che gli italiani e i giornalisti, almeno quelli che leggono, se ne siano accorti, li abbiamo visti anche al cinema (riduzione dei loro libri) e in televisione parecchie volte, li vediamo continuamente nelle vetrine delle librerie, con le fascette sui libri o senza.
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