Indulto ai Savi? Non si scherza col fuoco

Monumento alle vittime della banda della Uno bianca[Nei giorni scorsi, il “Corriere di Bologna” ha pubblicato alcuni articoli che riguardano l’applicazione dell’indulto ad alcuni componenti di una banda le cui gesta criminali sono state raccontate nel libro Uno bianca e trame nere - Cronaca di un periodo di terrore. Gli articoli si possono trovare qui:

Quelle che seguono sono alcune considerazioni su una vicenda che, se dovesse concretizzarsi in toto (Fabio Savi, dopo Pietro Gugliotta, trarrà beneficio dal provvedimento del 2006 mentre per Roberto Savi la questione è ancora in forse), sarebbe paradossale, se non fosse drammatica, dato che qui non si sta parlando di reati minori, ma di una scia di sangue durata sette anni e costata la vita a ventiquattro persone.]

Non ci è possibile dimenticare la risposta di Fabio Savi a chi gli chiese cosa ci fosse dietro la Uno bianca: “la targa e i fanali”, disse, con la consueta ed intollerabile arroganza.

Oggi, a pochi giorni dal ventesimo anniversario dell’eccidio alla Coop di Castelmaggiore (il 20 aprile 1988 la banda dei fratelli Savi uccise due giovani carabinieri: Umberto Erriu e Cataldo Stasi), veniamo a sapere che la Procura della Repubblica ha chiesto l’applicazione dell’indulto al capo di quella banda di criminali che per sette anni ha terrorizzato Bologna e l’Emilia-Romagna: Roberto Savi.
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Wayne Shorter, il filosofo con il sax

Wayne Shorter, il filosofo con il sax di Michelle MercerPochi mesi fa, Wayne Shorter e io siamo stati intervistati dopo un’esibizione in quartetto al Newport Jazz Festival. Prima di rivolgerci le sue domande, il giornalista ha osservato che nelle interviste precedenti le risposte di Wayne lo avevano talmente “intrippato” che per parecchi giorni aveva continuato a scoprire nuovi significati nelle sue parole. Non era solo quello che diceva, ma il modo in cui lo diceva a far quadrare tutto e a quanto pare il giornalista non vedeva l’ora di ripetere l’esperienza.

Nonostante fossi l’altro intervistato, anch’io non vedevo l’ora di ascoltare le reazioni di Wayne, sempre creative e stimolanti, alle domande che ci sarebbero state rivolte. Reazioni (non semplici risposte) straripanti di saggezza. Alla sua maniera gioviale, e con la sua innata, inquieta sensibilità, dice quello che una persona ha bisogno di sentire per ampliare i suoi orizzonti. Anzi, no! È ancora meglio di così. È come se percepissi che Wayne ha colto un significato più profondo nella domanda, usandola come trampolino di lancio per una risposta che “ti farà secco” e magari cambierà in meglio la tua vita. In effetti, potresti addirittura cominciare a pensare: wow, non immaginavo che la mia domanda fosse così complessa!

Wayne è uno che trasforma le cose. Trasuda onestà, purezza, rispetto e fiducia tali da riuscire a trasformare, elevare e scuotere la tua vita facendoti divertire al tempo stesso. Cambia le persone, senza dubbio, e col tempo lo fa sempre meglio. Come se sapesse che essere onesto, chiaro e fiducioso è la cosa migliore da farsi. È una fonte di luce. Riesce a vederla in tutti, la luce, e vuole che si riveli negli altri. Ti fa uscire dagli schemi e dilata le tue possibilità.
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Basaglia a Trieste: trent’anni fa la legge 180

Basaglia a Trieste - Cronaca del cambiamentoTrent’anni fa, il 13 maggio 1978, veniva approvata la legge 180 che ha messo fine all’esistenza crudele e inutile dei manicomi in Italia e ha proposto un modello a tutto il mondo civile. Da quella data gli ospedali psichiatrici dovevano essere chiusi al più presto e nessuno avrebbe più potuto costruirne di nuovi. Per arrivare a questa conquista di civiltà e umanità sono stati necessari molti anni di battaglie politiche. Trieste e Gorizia ne sono stati i principali punti di riferimento e si sono trovate, coi rispettivi manicomi, in prima linea, sotto la luce dei riflettori di chi voleva ridare dignità e parola ai matti, ma anche di coloro che hanno tentato in tutti i modi e con tutte le manovre di bloccarne la liberazione.

Franco Basaglia è stato il grande regista, la bandiera riconosciuta di questa “fabbrica del cambiamento” ma sulla scena di quegli anni si sono alternati attori e comprimari, volontari, giovani, uomini di cultura, militanti politici, artisti, amministratori pubblici, medici. Un coro che ha lavorato con la determinazione dei giusti, senza la necessità di ordini, seguendo le ragioni del cuore, dell’umanità, della solidarietà. Molto resta però da fare: altri muri, altre reti e barriere sono state erette in questi anni e hanno creato altre separazioni, altre apartheid sociali, culturali, razziali.

Entrare in questi nuovi luoghi di segregazione non è facile, come non era facile visitare negli Anni Cinquanta e Sessanta gli stessi ospedali psichiatrici. In questo sono stato un “privilegiato”. Fin da quanto ero un bambino. Ecco la cronaca del mio approccio con l’ospedale psichiatrico di Trieste, la prima delle tante “visite” alla collina di San Giovanni, dove oggi il manicomio non esiste più, se non nella memoria e in piccoli segni. Avevo sei anni e mio padre mi teneva per mano mentre salivamo la collina di San Giovanni. Era il 6 gennaio 1953, il giorno della Befana. Camminavamo sul lato destro del viale, con pesanti cappotti addosso.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Talpe” di Paolo Delpino

Creative Commons in NoirL’equipaggio è composto da due persone, Rico e la sottoscritta.

Faccio parte dell’organizzazione da quattro mesi, ma è solo la seconda missione che compio insieme a lui, perché i componenti degli equipaggi vengono ruotati di frequente: una delle regole recita infatti che non si devono mai effettuare due missioni di seguito con lo stesso compagno.

Oggi il nostro compito consiste nel raggiungere un’area di sosta sull’autostrada e aspettare.

Rico ha parcheggiato l’auto dietro al grill, al termine della rampa che sale dal distributore, per cui risulta nascosta alla vista di chi entra nell’area di servizio.

Benché l’equipaggio sia composto da noi due soli, i nostri compiti sono accuratamente distinti: Rico è il nocchiero, io il gabbiere, secondo la definizione del capo, affezionato ai termini marinareschi.

Al nocchiero tocca condurre l’auto, al gabbiere osservare.

E neppure condividiamo le informazioni: infatti il luogo dell’appuntamento viene comunicato solo al primo, il segnale di riconoscimento al secondo.

Il segnale di riconoscimento è un gesto comune, ma inequivoco, come chinarsi ad allacciare una scarpa, spiegare un giornale, estrarre un portafoglio per esaminarne il contenuto.
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L’uomo nell’ombra: sul confine dei generi / 2

L'uomo nell'ombra - Thriller sul confine di Giuliana IaschiÈ del tutto vero, come ricordava ancora Chandler – uno di quei giudizi che hanno fatto storia – che uscire dagli schemi di una formula senza renderla insensata è il sogno di ogni scrittore di successo, quando i quattrini non siano in cima alle sue mete. La domanda che sorge allora spontanea nel caso della Iaschi è se ci troviamo di fronte a un romanzo giallo dalle tinte sapientemente attenuate, o semplicemente, ad un romanzo senza aggettivi, che accoglie fra i tanti ingredienti anche una componente “criminale” (virgolette che hanno un loro senso, come il lettore non tarderà a capire), proponendo un patto di lettura scelto fra quelli più corrivi per garantire una fruizione facile e, a prima vista almeno, sproblematizzata (proprio mentre invece reagisce, in termini di stile e di capacità di introspezione, a quella squallida “gara al ribasso” prodottasi nel campo di scrittori che per comodità hanno scelto di raccogliersi sotto il segno della bandiera gialla). Questione di lana caprina? Forse, lo concedo.

Ma serve per avvicinarsi meglio ad un libro che, tipologicamente parlando, sfugge alla semplificazione delle formule, ancorché presupponga una riflessione teorica sulla funzionalità dell’elaborazione “poliziesca” come chiave di volta di un progetto narrativo interessato all’esplorazione di un contesto umano ricco di contenuti positivi (e capace di suscitare, in quanto tale, moti di viva simpatia). Diciamo allora, per venire a un giudizio che ciascuno potrà, dopo la lettura, modificare o respingere, che la modalità gialla rappresenta per la Iaschi un puro e semplice simulacro narrativo, accolto depotenziandolo quasi a marcare la sfiducia nell’autonomia del romanzo tout court; detto altrimenti è come se la scrittrice “mimasse” il thriller, pur senza credervi totalmente, ma riluttante in fondo ad abbandonare il salvagente di un modulo pre-confezionato mentre si avventura, con le antenne tese a captare ogni segnale, sui flutti del gran mare dell’essere.
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Compagna Marilyn su Radio Radicale

Compagna Marilyn - Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell'Fbi Mario La FerlaIeri pomeriggio, Mario La Ferla è stato intervistato da Lanfranco Palazzolo sulle frequenze di Radio Radicale a proposito del suo libro Compagna Marilyn, uscito poche settimane fa e già in ristampa (l’intervista si può ascoltare cliccando sul badge in apertura a questo post). Poco più di un’ora di dialogo a due per raccontare questo:

Da 46 anni si continua a parlare di Marilyn Monroe, ma il suo ritratto appare ancora nebuloso perchè manca un capitolo fondamentale della vita sua e dell’America. E’ il capitolo raccontato in questo libro: la storia della “Compagna Marilyn” che, grazie allo stretto legame con i Kennedy, conosce i segreti politici e strategici del suo paese e li passa ai compagni comunisti rifugiati in Messico. Chi è stato a cucire addosso a Marilyn questo ruolo da Mata Hari rossa, bollata come “nemico pubblico dell’America”? Il famigerato Edgard Hoover che, in un dossier di oltre 3000 pagine ha costruito, come arma del ricatto contro John e Robert Kennedy allo scopo di conservare la guida dell’FBI, non esista a dare in pasto ai carnefici la sua vittima sacrificale: Marilyn.

Inoltre, si è parlato anche quelle polemiche sulla falce e martello della copertina e delle reazioni da parte di alcune librerie - poche, per fortuna, e per lo più appartenenti soprattutto a grandi catene - che hanno “oscurato” il libro. E la curiosità che proprio quella copertina sta suscitanto: una Marilyn giovanissima e nuda sdraitata sul celebre simbolo del comunismo.
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Adriano Petta: «Tocca agli scrittori dire le verità scomode»

Eresia pura - La dissidenza e lo sterminio dei Catari di Adriano PettaAdriano Petta, scrittore molisano di talento e contro corrente, è nativo di Carpinone. Vive, da alcuni decenni ormai, a Ladispoli, in provincia di Roma, ma rimane legato al suo paese di origine dove periodicamente ritorna. Lo abbiamo incontrato per rivolgergli qualche domanda.

Quando ha pubblicato il suo primo libro? A che età ha cominciato a scrivere?

Nel 1992 la Gitti Europa di Milano pubblicò il primo romanzo che avevo scritto qualche anno prima, “La libertà di Marusja”. Scrissi il mio primo romanzo (”Pollice verso”) a 17 anni, mentre trascorrevo le mie vacanze estive nel mio “natio borgo selvaggio”, il mio Carpinone, lungo le rive del fiume Carpino: ero stato promosso in quarta, frequentavo a Roma l’ITIS “Galileo Galilei”. Io sono un perito industriale in telecomunicazioni.

Quanto è presente il Molise nelle sue opere?

«La libertà di Marusja» è ambientato proprio a Carpinone, e il finale fantastico del romanzo lo situai nel laghetto di Colle dell’Orso, sulla montagna che divide Carpinone, Sessano e Frosolone, nelle acque incontaminate… dove adesso l’ecomafia di notte va a scaricare i prodotti radioattivi che stanno avvelenando la nostra regione portandola al primato italiano di morti e malati di cancro. Ma anche quando non descrivo la mia terra direttamente, la mia infanzia, gli odori del fiume e del bosco, i sapori… li trasporto in molte atmosfere, anche dei romanzi storici, come nell’ultimo, ambientato nell’antica Grecia.

Roghi Fatui - Dai Catari a Giordano Bruno all'ultimo anticristo di Adriano PettaQual è, secondo lei, il ruolo dello scrittore nella società in cui viviamo?

Nella nostra società attuale tutti coloro che dovrebbero dire la verità sul mondo che ci circonda – giornalisti, filosofi, preti, politici – la tengono nascosta. E allora tocca agli scrittori dirla, gridare verità scomode. Come ha fatto Roberto Saviano nel suo terribile splendido libro-denuncia “Gomorra”. Un romanzo, come diceva Cioran, deve frugare nelle ferite, provocarne di nuove: deve essere pericoloso.
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