Grattar via «la crosta dei ruoli e delle convenzioni»

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico Baraldi

Subito l’annuncio del farmaco totale, «il Coristar, rimedio risolutivo per la malattia mentale». Poi un incidente d’auto, una storia d’amore, un giallo, un’isola magica e un’ex paziente che pubblica, contro il suo terapeuta, un libro-vendetta che si chiama proprio Psicofarmaci agli psichiatri. Ma conviene partire dal Coristar.

È nel cuore il centro della vita affettiva e dei pensieri»? O serve solo a illudere su farmaci totali, su nuovi dei?

Le nuove religioni ci vengono promosse da mistificanti venditori che, negli intervalli di qualche Grande Fratello tv, sanno come ammaliarci. Le multinazionali dei farmaci, i veri nuovi poteri, non tarderanno a proporre il farmaco rivoluzionario in grado di recuperare l’affettività agendo sul cuore, da sempre considerato la sede dei sentimenti. Ma il riduttivismo farmacologico, l’idea di una medicina per ogni problema, è strumentale a interessi di proporzioni inimmaginabili; ricordiamoci De Andrè, «non esistono poteri buoni.

Una parola-chiave per il suo libro: «vicinanza»?

Ho presentato “Psicofarmaci agli psichiatri” in giro per l’Italia cercando soprattutto platee competenti, cioè “cattivi lettori” lontani dai salotti, nelle sedi di associazioni di utenti, nelle comunità di malati, nei centri sociali. All’inizio ero convinto che le parole chiave del libro fossero «vicinanza affettiva» e «cura fraterna», poi confrontandomi ho individuato la frase: «Adesso tocca a noi fare qualcosa». Rispetto alla malattia e alla salute mentale di ciascuno, la competenza deve essere davvero collettiva, degli specialisti ma ancor più della società nel suo insieme, altrimenti si fanno cose parziali e forse dannose.

Lei «si vende un tanto all’ora», come il protagonista?

Ketti, una delle due protagoniste, accusa il suo psicoterapeuta di vendersi, di somministrarle psicofarmaci che l’hanno sconvolta, di averla condizionata con la “messinscena” senza nulla sapere «sul vero significato della parola vicinanza». Ketti è solo in parte fantasia dello scrittore: è ispirata da pazienti che, pur sofferenti, hanno saputo mantenere dignità e libertà. E’ la magia della scrittura: prima di scrivere questo romanzo tante cose mi erano sconosciute. Alla fine io stesso, che l’ho scritto, mi sono trovato diverso.

Come grattar via «la crosta dei ruoli e delle convenzioni»?

Ruoli e convenzioni che tengono a distanza il paziente e la sua sofferenza sono insegnati, con forzose e carissime formazioni, nelle scuole di psicoterapia. Pochi invece insegnano quello che il saggio dottore dell’isola di Itamaracà sostiene nel romanzo, cioè che alla cosiddetta giusta distanza terapeutica vadano contrapposte vicinanza affettiva e cura ispirata alla fratellanza terapeutica. E’ facile avvicinarsi a pazienti intriganti come Ketti e Olinda (l’altra protagonista), più difficile condividere con persone che la sofferenza rende ostiche, antipatiche, aggressive. Tuttavia, ogni volta che cerco di vincere diffidenza e sfiducia, trovo (anche nei pazienti sui quali non si scommetterebbe un centesimo) qualcosa di buono e interessante su cui cominciare a ricostruire. Condivido il pensiero dello psicoanalista inglese Winnicott che dedicò un libro «ai miei pazienti mi hanno pagato per insegnarmi».

Sono davvero «ovvietà» quelle (casi mortali, interessi delle industrie…) che lei cita? Note a chi, al 5% delle persone?

L’uso incongruo che spesso si fa degli psicofarmaci e gli effetti collaterali che provocano sono poco noti a tante persone e invece molto conosciuti da pochi. Esiste una catena perversa composta da aziende, medici e media che alimenta un marketing aggressivo per vendere farmaci come detersivi. I ragionamenti sull’inopportunità di medicalizzare ogni disagio e sugli effetti collaterali delle sostanze appaiono secondari. Ma esiste un forte movimento dal basso che rivendica il diritto alla salute attraverso interventi globali e sensibilizza sugli effetti collaterali dei farmaci. Conosco pazienti in grado di tenere lezioni su questi argomenti, perché li hanno vissuti sulla loro pelle ma anche perché hanno saputo documentarsi. Alle presentazioni di «Psicofarmaci agli psichiatri» ho incontrato pazienti sempre competenti e aperti al confronto, forse più degli operatori.

Uno dei protagonisti invita a mediare «la malattia mentale di una persona con la sua parte sana». Lei condivide?

Il saggio dottore di Itamaracà si è rotto le scatole di rincorrere sintomi e combatterli come nemici. Conviene abbandonare questo atteggiamento bellicoso per transitare alla «giustapposizione», alla possibilità che parti malate e parti sane di una persona possano convivere in forma armonica, senza negare il valore reciproco e senza che una delle due vada sacrificata. Il protagonista si salverà dando credito alle allucinazioni: quando si sente una voce non è importante chiedersi se sia reale ma sentire quello che vuole dirci, a volte sono le voci a salvarci.

Le voci. Che aggiungere, a romanzo chiuso?

Esiste un’area nell’emisfero cerebrale di destra dove all’inizio della vita albergavano le voci degli dei. L’uomo ha dimenticato queste capacità per concentrarsi su altre. Non so dire se abbia fatto del tutto bene. Dopo questo romanzo, l’atteggiamento che ho verso le persone che sentono voci è profondamente cambiato: i personaggi mi hanno insegnato a vedere la malattia mentale in modi che prima non avevo chiari.

La «drapetomania» sembra una barzelletta, e invece…

Gli psichiatri Usa a metà ‘800 inventarono una malattia tipica degli schiavi, la «drapetomania». Il desiderio ossessivo di scappare andava curato con lavori forzati che avrebbero favorito la migliore ossigenazione del cervello malato. Sembra una caricatura della psichiatria, invece è storia che rinforzò le idee razziste e giustificò la schiavitù. La psichiatria ogni tanto torna ad asservirsi a poteri perversi: conviene ragionarci perché gli strumenti che adotta sono sottili e subdoli. Non ho l’arma che uccide il leone è la frase che lascia in eredità il dottore di Itamaracà, riprendendola da Franco Basaglia: non c’è psicofarmaco, tecnica terapeutica, indagine diagnostica capace di risolvere la complessità di esistenze sofferenti. Si festeggiano i 30 anni della legge-Basaglia ma ancora molti credono che l’arma esista, che il leone vada ucciso anziché addomesticato. In questi giorni gira, ad esempio, una petizione per aprire centri per l’elettroshock, pratica che Basaglia definì di tortura e di repressione… Come si vede gli psichiatri che inventarono la drapetomania sono sempre in agguato.

(Questa intervista è stata pubblicata sul quotidiano Liberazione lo scorso 20 aprile.)

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico Baraldi
Collana Eretica
144 pagine
ISBN 978-88-7226-998-5

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>