Basaglia a Trieste: trent’anni fa la legge 180

Basaglia a Trieste - Cronaca del cambiamentoTrent’anni fa, il 13 maggio 1978, veniva approvata la legge 180 che ha messo fine all’esistenza crudele e inutile dei manicomi in Italia e ha proposto un modello a tutto il mondo civile. Da quella data gli ospedali psichiatrici dovevano essere chiusi al più presto e nessuno avrebbe più potuto costruirne di nuovi. Per arrivare a questa conquista di civiltà e umanità sono stati necessari molti anni di battaglie politiche. Trieste e Gorizia ne sono stati i principali punti di riferimento e si sono trovate, coi rispettivi manicomi, in prima linea, sotto la luce dei riflettori di chi voleva ridare dignità e parola ai matti, ma anche di coloro che hanno tentato in tutti i modi e con tutte le manovre di bloccarne la liberazione.

Franco Basaglia è stato il grande regista, la bandiera riconosciuta di questa “fabbrica del cambiamento” ma sulla scena di quegli anni si sono alternati attori e comprimari, volontari, giovani, uomini di cultura, militanti politici, artisti, amministratori pubblici, medici. Un coro che ha lavorato con la determinazione dei giusti, senza la necessità di ordini, seguendo le ragioni del cuore, dell’umanità, della solidarietà. Molto resta però da fare: altri muri, altre reti e barriere sono state erette in questi anni e hanno creato altre separazioni, altre apartheid sociali, culturali, razziali.

Entrare in questi nuovi luoghi di segregazione non è facile, come non era facile visitare negli Anni Cinquanta e Sessanta gli stessi ospedali psichiatrici. In questo sono stato un “privilegiato”. Fin da quanto ero un bambino. Ecco la cronaca del mio approccio con l’ospedale psichiatrico di Trieste, la prima delle tante “visite” alla collina di San Giovanni, dove oggi il manicomio non esiste più, se non nella memoria e in piccoli segni. Avevo sei anni e mio padre mi teneva per mano mentre salivamo la collina di San Giovanni. Era il 6 gennaio 1953, il giorno della Befana. Camminavamo sul lato destro del viale, con pesanti cappotti addosso.

Era la prima volta che entravo in quel grande parco e i miei genitori mi avevano raccontato, prima di uscire di casa, che lì vivevano i matti. “Non avere paura” mi avevano rassicurato. “Sono chiusi, non possono scappare”. Sapevo vagamente cosa voleva dire matto. Per me era una parola che si associava a discorsi sentiti in famiglia. Il fratello di una zia viveva chiuso lì e quando ogni tanto usciva, lo riportavano presto dentro perché lui beveva molto vino e poi, nel mezzo delle vie del centro città di Trieste, si metteva a dirigere il traffico e si toglieva la camicia. Inseguiva i tram, correndo e urlando. Chiedeva soldi ai passanti, spesso con insistenza, Si chiamava Enrico e aveva fatto il pittore, non era sposato e la nonna, quando qualcuno ne faceva il nome, piangeva sempre. Gli altri di lui parlavano poco e malvolentieri: quando si accorgevano che stavo ascoltando, cambiavano discorso.

Camminavo sul lato destro del viale in salita il 6 gennaio 1953. Mamma era rimasta un po’ indietro e papà, geometra della Provincia che lì nel manicomio lavorava al restauro e alla manutenzione dei padiglioni, ogni tanto si fermava, girava il capo, e aspettava. In una di quelle soste ho guardato verso gli edifici che sorgevano sui due lati del viale. Costruzioni basse, quasi dei villini. Ho sentito un brusio nel grande silenzio e ho visto tanti occhi dietro la finestra che mi guardavano.

“È il padiglione degli agitati”, disse mio padre. E mi tirò via stringendo la mia piccola mano. Guardavo e camminavo. “Chi sono, papà?” Non ricordo la risposta. C’erano altre famiglie con bambini più grandi e più piccoli di me che salivano per lo stesso viale. Andavamo tutti verso il teatro del manicomio dove delle donne severe ci avrebbero consegnato alla fine del pomeriggio un pacco pieno di mandarini, fichi secchi, datteri e un piccolo dolce con zibibbo e canditi, una specie di panettone in casseruola. Nello stesso teatro di lì a poco sarebbe stata messa in scena una sacra rappresentazione: angelo e santi, con lunghi abiti turchini e bianchi.

Gli attori erano dei matti. “Scelti tra i più tranquilli”, avrebbe spiegato papà. Ai matti le severe signore non avrebbero consegnato né mandarini, né panettoni in casseruola. Li avevano allontanati appena spente le luci del palcoscenico. Via dal teatro, festa finita. È stato questo il mio primo approccio col manicomio, con gli occhi degli “internati” che mi guardavano salire sulla collina attraverso il vetro delle finestre; con gli uomini vestiti da santi e da angeli e mandati sul palcoscenico. Con le guardie in divisa che sorvegliavano gli ingressi e chiudevano i portoni di ferro dietro alle spalle di chi entrava e usciva.

Festa dell’Epifania, 6 gennaio 1953. Quel giorno ho visto per la prima volta il manicomio. Poi tutto questo sarebbe stata routine fino all’arrivo di Franco Basaglia e di chi con lui voleva distruggere questa infamia “normale”. Passando davanti agli occhi i fotogrammi del “cambiamento”. C’è Giampiero a cui piacevano le ragazze e amava le scarpe da ballerina, sottili come guanti. C’è Ugo Guarino con i suoi sette testimoni: tavole, cassetti, porte, infissi, sono diventati volti, occhi, braccia, gambe, mani di grandi statue costruite usando vecchi moduli e infissi dei reparti ormai chiusi. C’è Brunetta, lobotomizzata perché disturbava, era troppo vivace, dava scandalo. C’è Ljubo col suo motorino, c’è Rosina che suona l’armonica. Ci sono i volti di tanti rimasti senza nome che hanno scritto coi loro corpi, con le cicatrici delle loro sofferenze, questa storia.

Basaglia a Trieste – Cronaca del cambiamento, interventi di Peppe Dell’Acqua e di Franco Rotelli. Foto di Claudio Ernè
Fuori collana
120 pagine
ISBN: 978-88-6222-022-4

2 thoughts on “Basaglia a Trieste: trent’anni fa la legge 180

  1. Ho intervistato il 22 Ottobre 2008 Giorgio Antonucci, che è stato uno stretto collaboratore di Franco Basaglia nello smantellamento dei manicomi in Italia.
    A Compendio di questo post credo sia opportuno visionare il video in cui Giorgio Antonucci descrive il pensiero di Franco Basaglia attraverso aneddoti ed analizzando le parole dello stesso.
    sul sito http://www.nopsichiatria.com

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>