I racconti di Creative Commons in Noir: “Talpe” di Paolo Delpino

Creative Commons in NoirL’equipaggio è composto da due persone, Rico e la sottoscritta.

Faccio parte dell’organizzazione da quattro mesi, ma è solo la seconda missione che compio insieme a lui, perché i componenti degli equipaggi vengono ruotati di frequente: una delle regole recita infatti che non si devono mai effettuare due missioni di seguito con lo stesso compagno.

Oggi il nostro compito consiste nel raggiungere un’area di sosta sull’autostrada e aspettare.

Rico ha parcheggiato l’auto dietro al grill, al termine della rampa che sale dal distributore, per cui risulta nascosta alla vista di chi entra nell’area di servizio.

Benché l’equipaggio sia composto da noi due soli, i nostri compiti sono accuratamente distinti: Rico è il nocchiero, io il gabbiere, secondo la definizione del capo, affezionato ai termini marinareschi.

Al nocchiero tocca condurre l’auto, al gabbiere osservare.

E neppure condividiamo le informazioni: infatti il luogo dell’appuntamento viene comunicato solo al primo, il segnale di riconoscimento al secondo.

Il segnale di riconoscimento è un gesto comune, ma inequivoco, come chinarsi ad allacciare una scarpa, spiegare un giornale, estrarre un portafoglio per esaminarne il contenuto.

Tanta prudenza si giustifica con il sospetto che da qualche tempo aleggia nell’organizzazione circa la possibile presenza di una talpa all’interno.

La merce che trattiamo scotta, fa gola a parecchi.

I carichi vengono da oltre frontiera e i vettori devono superare diversi controlli.

Ogni trasporto funziona attraverso una catena di anelli, di cui solo quelli contigui comunicano tra loro; e durante il tragitto il mezzo di trasporto cambia diverse volte.

Può sembrare un sistema complicato, ma in compenso risulta molto sicuro e consente all’organizzazione un controllo puntuale: infatti, laddove la catena si interrompe, significa che si è verificato un errore… e chi commette un errore viene automaticamente messo fuori.

Finanziariamente la gestione è onerosa, perché comporta parecchi passaggi, ma la quantità della merce in gioco è tale da compensare i costi.
A chi opera sul campo, per contro, questo modo di operare trasmette parecchio stress, e oggi Rico sembra averne accumulato in eccesso: infatti scuote la testa, sbuffa.

“Devo sgranchirmi le gambe, altrimenti mi vengono i nervi.” Annuncia.

Gli lancio un’occhiata spazientita.

“Li stai facendo venire a me, i nervi.”

Lui alza le spalle, biascica qualche cosa tra i denti, esce dall’auto, accende una sigaretta e si avvia verso il grill.

Impreco tra me, perché questo è contro le regole: benché sia compito mio individuare il corriere, la consegna è di restare comunque uniti.

E subito dopo ricordo che la volta precedente Rico si era comportato molto diversamente; era allegro, non faceva che chiacchierare e raccontare barzellette.

Come ho detto, la nostra è un’organizzazione a compartimenti stagni; questo comporta che tutti i componenti degli equipaggi facciano capo a un unico responsabile, ma ignorino chi si trovi al di sopra di questi: potrebbero essere una o più persone, o anche nessuno.

Mi domando se per caso Rico sia a conoscenza di qualche particolare che non vuole rivelarmi, e avverto una sorta di brivido.

Cerco di scuotermi da questi pensieri, perché tra i miei compiti c’è anche quello di controllare il va e vieni.

Molti di quelli che si fermano nelle aree di servizio impiegano la sosta per andare al bar o alla toilette o fumare una sigaretta; ma vi sono anche i perditempo, che si fermano a guardare il panorama; i curiosi, che si aggirano qua e là, senza uno scopo preciso; o i topi d’auto, che spiano le vetture in sosta, cercando di guadagnarsi la giornata.

Di tutti questi, ho imparato a riconoscere i movimenti, il modo di camminare, perfino certi tic, e so come comportarmi con loro.

Devo invece individuare chi non appartiene a nessuna di queste categorie, perché si tratta invariabilmente di poliziotti. Oppure di criminali.

Si è messo a piovere, una pioggerella leggera, ma insistente.

Una Smart percorre la rampa a velocità troppo sostenuta, cosicché il guidatore è costretto a una frenata brusca, sbanda sulla sinistra e poco manca che finisca addosso ad una vettura parcheggiata.

“Idiota.” Biascico tra me.

Sbircio l’orologio.

Sono contrariata perché il corriere non si è ancora fatto vedere e l’assenza del mio socio si prolunga.

Mentre mi domando dove sia finito, mi giunge all’orecchio il rombo di un secondo motore in avvicinamento.

Dopo qualche secondo, scorgo la sagoma di un pullman sporgere dalla salita.

Falso allarme anche questa volta.

Dal pullman sciama una frotta di turisti che si affrettano verso il grill per sottrarsi alla pioggia.

Comincio a spazientirmi e giro lo sguardo qua e là, nella speranza di veder tornare Rico, e finalmente lo scorgo presso la porta del grill; deve aver preso un caffé e magari si è fatto un giro, tanto per passare il tempo.

Rifletto che si sta annoiando, e magari ne avrebbe tutte le ragioni, salvo il fatto che io condivido il suo destino e per giunta non posso muovermi.

Ora, però, sembra abbia deciso di ritornare alla macchina, probabilmente perché si è reso conto che non è il caso di lasciarmi da sola ad aspettare.

Ma all’improvviso lo vedo che si ferma e si irrigidisce…

Avevo visto il muso della gazzella affacciarsi alla rampa, ma sul momento non me ne ero data pensiero: dopotutto, anche le squadre di pattuglia hanno ben diritto a una sosta.

Ma il mio umore cambia di colpo quando mi accorgo che uno degli agenti si sta dirigendo verso di me: senza fretta, ma anche senza esitazione.

D’un tratto, ho l’impressione che tutti quelli che si trovavano nell’area di servizio mi tengano gli occhi puntati addosso.

Senza darlo a vedere, mi sforzo di seguire i movimenti del poliziotto e insieme quelli di Rico, che se ne sta sempre là inchiodato, come una statua di sale.

Mi immagino che il cervello gli stia trasmettendo un unico comando: scappare.

Ma questo sarebbe l’errore più grave che potrebbe commettere e che ci perderebbe entrambi.

L’agente si porta la mano alla visiera del berretto e si piega verso il finestrino.

“Buon giorno. Può farmi vedere i documenti, per favore?”

Annuisco, sforzandomi di rimanere calma: il corriere non è ancora arrivato, nel parcheggio vi sono decine di auto e la nostra è pulita.

Possibile che qualche cosa sia andata storta?

“Può aprire il portabagagli, per favore?”

“È aperto.”

Faccio per scendere, ma l’agente fa segno che non importa.

Dopo un paio di secondi, ecco il tonfo del portabagagli che viene richiuso.

Quando alzo gli occhi, davanti all’auto si è materializzato Rico.

Ora sembra più rilassato, quasi disinvolto.

“Ci sono problemi?” chiede al poliziotto.

Il poliziotto fa uno strano sorriso.

“La macchina è sua?”

“Sì.”

“Potrebbe farmi vedere la patente?”

Il poliziotto sbircia il documento che Rico gli tende.

“Potrebbe seguirmi un istante, per cortesia?”

Con un cenno del capo, indica la gazzella sulla quale si trovano altri due agenti.

“Che succede?”

“Niente, solo un controllo di routine.”

Rico è salito sulla gazzella e la portiera si è richiusa dietro di lui.

Cristo.

La mia mente prende a lavorare a tutta velocità.

Che Rico sia un ricercato?

Un informatore?

Non lo conosco tanto bene, ma l’osservatore, il gabbiere della situazione (per dirla con le parole del capo) sono io, in fin dei conti!

Ripenso allo strano atteggiamento di Rico, a quello sbuffare…ma certo, erano segni d’impazienza!

Magari di disagio nei miei confronti … o di malessere, per aver dovuto custodire suo malgrado un segreto.

Rivedo come in un film l’intera giornata, da quando Rico mi è venuto a prendere in macchina, fino all’arrivo nel posto convenuto, l’attesa.

Che cosa mi è sfuggito?

Dove ho sbagliato?

Mi sento la testa vuota.

L’agente torna indietro, si ferma davanti alla portiera e mi tende i documenti.

“Puoi andare.” Dice.

Questo passaggio al tu non mi dice nulla di buono.

Cerco comunque di non mostrarmi nervosa.

“Ma… e lui? Qualche cosa fuori posto?”

L’agente fa di nuovo quello strano sorriso.

“Un dettaglio. L’appuntamento era all’area di servizio della corsia ovest, mentre questa è la est. Tu, invece…”

Io cosa?

Lo penso, ma mi guardo bene dal dirlo.

“… sei stata molto brava.” Conclude, allontanandosi.

Solo allora mi accorgo che sul lato opposto dell’autostrada sorge una seconda area di servizio, proprio di fronte a quella presso cui ci siamo fermati.

“Deve essere stata dura.”

Annuisco con una smorfia.

“Sì, è stata dura.”

“Che cosa era successo?”

“Era successo che Rico e il suo socio avevano atteso pazientemente di venire destinati a due anelli comunicanti della catena. C’è voluto del tempo, ma alla fine è capitato. Così, quando Rico si è allontanato, ha chiamato il compare per comunicargli di raggiungerlo alla stazione di servizio dell’area est anziché della ovest. Temevano che l’organizzazione potesse inviare qualcuno sul posto per controllare che tutto andasse per il verso giusto, e hanno scelto di darsi appuntamento sul tronco opposto dell’autostrada. Credo avessero in mente di farmi fuori e prendersi il carico. Ma ignoravano che Rico veniva tenuto d’occhio da un po’ di tempo, come pure che l’organizzazione disponesse di auto con i colori e le insegne della polizia. La fortuna ha voluto che la gazzella arrivasse prima del furgone, o non sarei qui a raccontare come è andata.”

“Per cui il socio di Rico, quando ha visto un’auto della polizia, se l’è squagliata, senza immaginare che si trattasse di falsi agenti.”

“Infatti.”

“E tu, quando l’hai capito?”

“L’abito non fa il monaco, e fortunatamente sono anch’io del mestiere. Quel poliziotto non si era comportato molto professionalmente: non ho mai visto un collega chiedere i documenti a qualcuno fermo in un’area di sosta. Così sono riuscita a non tradirmi.”

Il capo fa un sorriso forzato.

“Già, o sarebbero stati davvero guai. Te la senti di continuare a fare la talpa nell’organizzazione?”

Rifletto per qualche secondo, sospiro.

“Penso di sì. Spero solo che questo gioco non duri ancora a lungo, dottore. Perché vi sono momenti in cui non capisco bene per chi sto lavorando…”

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