L’uomo nell’ombra: sul confine dei generi / 2

L'uomo nell'ombra - Thriller sul confine di Giuliana IaschiÈ del tutto vero, come ricordava ancora Chandler – uno di quei giudizi che hanno fatto storia – che uscire dagli schemi di una formula senza renderla insensata è il sogno di ogni scrittore di successo, quando i quattrini non siano in cima alle sue mete. La domanda che sorge allora spontanea nel caso della Iaschi è se ci troviamo di fronte a un romanzo giallo dalle tinte sapientemente attenuate, o semplicemente, ad un romanzo senza aggettivi, che accoglie fra i tanti ingredienti anche una componente “criminale” (virgolette che hanno un loro senso, come il lettore non tarderà a capire), proponendo un patto di lettura scelto fra quelli più corrivi per garantire una fruizione facile e, a prima vista almeno, sproblematizzata (proprio mentre invece reagisce, in termini di stile e di capacità di introspezione, a quella squallida “gara al ribasso” prodottasi nel campo di scrittori che per comodità hanno scelto di raccogliersi sotto il segno della bandiera gialla). Questione di lana caprina? Forse, lo concedo.

Ma serve per avvicinarsi meglio ad un libro che, tipologicamente parlando, sfugge alla semplificazione delle formule, ancorché presupponga una riflessione teorica sulla funzionalità dell’elaborazione “poliziesca” come chiave di volta di un progetto narrativo interessato all’esplorazione di un contesto umano ricco di contenuti positivi (e capace di suscitare, in quanto tale, moti di viva simpatia). Diciamo allora, per venire a un giudizio che ciascuno potrà, dopo la lettura, modificare o respingere, che la modalità gialla rappresenta per la Iaschi un puro e semplice simulacro narrativo, accolto depotenziandolo quasi a marcare la sfiducia nell’autonomia del romanzo tout court; detto altrimenti è come se la scrittrice “mimasse” il thriller, pur senza credervi totalmente, ma riluttante in fondo ad abbandonare il salvagente di un modulo pre-confezionato mentre si avventura, con le antenne tese a captare ogni segnale, sui flutti del gran mare dell’essere.

Poi, tolti gli ormeggi, la vediamo capace di esprimere – ed è qui il senso profondo del suo scrivere – vicinanza simpatetica e spirito di tolleranza nei confronti del mistero dell’uomo (mistero etico e insieme psicologico che si rivela quasi esemplarmente nel gesto distorto di un “colpevole”), gettare la sonda nel vivaio di sensibilità, psicologie ed umori che di ciascuno di noi fa un microcosmo, accarezzare un ambiente che le è caro (sento la voce della corporazione: il giallo, da Scerbanenco in poi, altro non è, in effetti, che esplorazione cittadina!), teneramente vagheggiato e discretamente alluso; tanto da incuriosire chi non lo conosca e da soddisfare – “re-incantando” il mondo nello specchio della rappresentazione – chi quei luoghi invece ha frequentato (e quando dico ambiente non intendo soltanto la banale geografia, ma gli specifici linguaggi, la cultura materiale, i più particolari modi di essere di un’umanità “tipica” nel senso più profondo).

Funzione eminentemente parassita dunque, contenitore grossomodo giallistico come carapace dentro il quale matura la crisalide di discorsi dallo spessore ben più ricco? Credo di sì; ma poi, in ultima analisi, che importa? E’ la scrittrice a reggere il gioco, dominando gli stereotipi del “genere” e, nel corso del racconto, facendoli a poco a poco evaporare, nella misura in cui trasforma l'”esperanto” giallistico in un lessico assolutamente proprio e inconfondibile. Rimane, chiuso il libro, una sensazione di commossa pietas – virtù di cui si avverte la rarefazione in un’epoca di estesa indifferenza –, l’immagine di un’umanità che, ferita ma non rassegnata, procede con inconcussa dignità sui faticosi tornanti della vita. E’ qui forse – per aggiungere un ultimo rilievo – la ragione della scelta di allontanare nel passato il tempo storico della vicenda, quasi a staccarla, con un taglio netto, da un oggi impietrito nel cinismo; un passo indietro capace di smorzare la chiassosa coazione consumistica che ormai governa la società globale, ridando senso alla vita ed alla morte, cose serissime e profonde più di quanto non lascino capire i brividi spettacolarizzati che diffonde il palcoscenico dei Media. Perfino la funzione-commissario finisce per assumere una particolare intonazione, modificandosi – occorre dirlo? – in direzione psicologico-morale (Maigret?), torsione che la rende utilizzabile nel progetto conoscitivo e narrativo elaborato da Giuliana Iaschi.

Se tutto ciò rischia di disorientare lettori troppo adusi alla banalità incolore di racconti tirati al ciclostile (o resi torpidi dai gratuiti orrori del thriller nord-americano), dopo appena qualche pagina ci si accomoda con infinita gratitudine nel caldo ambiente della Trieste anni Cinquanta: epoca difficile ed inquieta dal punto di vista della grande storia (ma su questo aspetto la scrittrice ha preferito sorvolare) ma soprattutto silenzioso atto d’accusa (impregnato di inconfessate nostalgie d’infanzia?) nei confronti di un presente – il piano temporale dei fruitori – che questa incursione narrativa negli anni del Territorio Libero chiama indirettamente in causa: un presente di frane e di macerie che ha dissolto ogni forma di comunità nella massa anonima dei consumatori, dissipando – di quel passato prossimo così sobrio e modesto, così fervido di possibilità e di promesse – la ricchezza di valori umani.

L’uomo nell’ombra – Thriller sul confine di Giuliana Iaschi
Collana Eretica
248 pagine
ISBN: 978-88-6222-024-8

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