Una spia comunista chiamata Marilyn Monroe

Compagna MarilynDanilo Arona la chiama la “maledetta estate del 1962″. E ha i suoi buoni motivi per farlo. Perché, se si forzano un po’ i confini imposti dal calendario, si vede che di fatti neri ne sono accaduti parecchi proprio in quei mesi. Il 31 maggio, per esempio, nel carcere di Tel Aviv viene giustiziato Adolf Eichmann, il comandante maggiore delle unità d’assalto delle SS naziste, specialista in questioni ebraiche e protagonista della soluzione finale ordita dal Terzo Reich: era stato catturato due anni prima da uomini del Mossad a Buenos Aires ed estradato in Israele per essere processato. Inoltre, tra disastri aerei e ferroviari, pochi giorni dopo si assiste all’evasione di tre detenuti dal carcere di Alcatraz: sono Frank Morris, John Anglin e Clarence Anglin che – si dice – affogarono e i loro corpi mai più vennero ritrovati.

Qualche mese dopo (è l’11 ottobre e l’abbiamo dichiarata la violazione di solstizi ed equinozi) esplode la crisi dei missili di Cuba che rischia di trascinare il mondo verso la terza guerra mondiale e dodici giorni più tardi cade l’aereo su cui viaggiava Enrico Mattei, episodio che andrà a nutrire uno dei capitoli neri del recente passato italiano. E si potrebbe andare avanti ancora con l’elenco di eventi chiave risalenti a quel periodo. Eventi che non sempre però sono stati così sinistri: si pensi ai successi riscossi dai movimenti indipendentisti di Burundi e Algeria o alla “nascita” musicale dei Beatles e cinematografica di James Bond.
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Alla riscoperta delle cronache di Mafiopoli / 1

Onda pazza a cura di Guido Orlando e Salvo VitaleLa radiotrasmissione Onda Pazza ebbe inizio nell’estate del 1976 e proseguì in modo discontinuo finché, nel febbraio del ‘77, non decidemmo di darle un taglio più preciso registrando il venerdì sera per poi replicare la domenica a mezzogiorno, orario di maggiore ascolto. Tutto il materiale precedente quel periodo è andato perduto, salvo le registrazioni effettuate da febbraio a maggio del ‘78. Si tratta di otto puntate che si legano alla fase finale della vita di Giuseppe (Peppino) Impastato (Cinisi, Palermo, 1948-1978) e costituiscono un prezioso documento dell’attività della radio e del clima politico di Cinisi negli anni settanta.

Dopo l’omicidio di Peppino, copia del materiale è stata consegnata al giudice Rocco Chinnici (assassinato a Palermo con un’autobomba il 29 luglio 1983) quale denuncia e prova indiziaria delle speculazioni politico-mafiose nel territorio.

Quando la mattina del 9 maggio 1978 arrivò la notizia della morte di Peppino, presumendo che nei locali della radio sarebbe stata fatta una perquisizione, portammo via buona parte dei documenti. Volevamo conservare una testimonianza del nostro lavoro, evitando il rischio che il tutto potesse venire utilizzato scorrettamente o fatto sparire nella conduzione di un’indagine che, in un primo momento, ci vedeva indiziati come complici o componenti di una “cellula terroristica” responsabile di un attentato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani. Secondo le prime ipotesi, colui che veniva ritenuto l’esecutore di tale attentato, cioè Peppino, a detta non solo di alcuni inquirenti, sarebbe saltato in aria per la sua imperizia nel maneggiare l’esplosivo.
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Grattar via «la crosta dei ruoli e delle convenzioni»

Psicofarmaci agli psichiatri di Enrico Baraldi

Subito l’annuncio del farmaco totale, «il Coristar, rimedio risolutivo per la malattia mentale». Poi un incidente d’auto, una storia d’amore, un giallo, un’isola magica e un’ex paziente che pubblica, contro il suo terapeuta, un libro-vendetta che si chiama proprio Psicofarmaci agli psichiatri. Ma conviene partire dal Coristar.

È nel cuore il centro della vita affettiva e dei pensieri»? O serve solo a illudere su farmaci totali, su nuovi dei?

Le nuove religioni ci vengono promosse da mistificanti venditori che, negli intervalli di qualche Grande Fratello tv, sanno come ammaliarci. Le multinazionali dei farmaci, i veri nuovi poteri, non tarderanno a proporre il farmaco rivoluzionario in grado di recuperare l’affettività agendo sul cuore, da sempre considerato la sede dei sentimenti. Ma il riduttivismo farmacologico, l’idea di una medicina per ogni problema, è strumentale a interessi di proporzioni inimmaginabili; ricordiamoci De Andrè, «non esistono poteri buoni.

Una parola-chiave per il suo libro: «vicinanza»?

Ho presentato “Psicofarmaci agli psichiatri” in giro per l’Italia cercando soprattutto platee competenti, cioè “cattivi lettori” lontani dai salotti, nelle sedi di associazioni di utenti, nelle comunità di malati, nei centri sociali. All’inizio ero convinto che le parole chiave del libro fossero «vicinanza affettiva» e «cura fraterna», poi confrontandomi ho individuato la frase: «Adesso tocca a noi fare qualcosa». Rispetto alla malattia e alla salute mentale di ciascuno, la competenza deve essere davvero collettiva, degli specialisti ma ancor più della società nel suo insieme, altrimenti si fanno cose parziali e forse dannose.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Corso dei mille” di Antonio Pagliaro

Creative Commons in Noir1.

Sedettero attorno al tavolo della sala da pranzo. Erano: Turi Chiarenza, capomandamento di Resuttana, il sotto Pino, il consigliere don Falù, il capodecina Giannuzzo e cinque soldati. Chiarenza si sentiva di cattivo umore. Non era uomo che amava sparare, ma concordava sulla necessità di rimettere le cose a posto. Non si sarebbe scatenata nessuna guerra. Era un’ammazzatina sola, e sarebbe tornata pace e prosperità. C’era silenzio. Gli uomini d’onore attendevano le parole del capo.
“Non bisogna fare piangere i giusti per il peccatore.” – disse Chiarenza – “Questa cosa che è successa non è stata buona educazione. Perché ora piangono i giusti. Ma i giusti non sono Gesù Cristo, e dobbiamo togliere di mezzo ai peccatori per tornare alla giustizia”.
Poi parlò don Falù.
“Corso dei Mille passa a Innocenzo Tagliavìa. S’avi a astutari a Saro Tagliavìa e s’avi a astutari pure il figlio s’iddu un giorno si vuole vendicari” – sentenziò.
Diede le istruzioni: l’azione toccava a ‘u turcu e ‘u milinciana. In appoggio, gli altri uomini avrebbero controllato la zona. Al figlio ci avrebbe pensato ‘u koggiak.
“E se Innocenzo Tagliavìa ci sta tradendo?” – chiese ‘u turcu.
Don Falù guardò il boss. Turi Chiarenza scosse il capo. ‘U turcu: “Sempre un Tagliavìa è”.
“La vergogna è più grande dentro la stessa famiglia” – rispose Chiarenza, e con un gesto chiuse la discussione.
“La moto è qui sotto in garage,” – proseguì don Falù – “appena Innocenzo Tagliavìa chiama, uscite”.
Parlava a ‘u turcu, che avrebbe guidato, e a ‘u milinciana, che avrebbe sparato. Don Falù si alzò. Scendiamo in garage, disse ai due. Scesero. Indicò la moto, una Ducati 900 nuova.
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Punteruoli rossi e triangolo nero

Libere - Foto di Hidden SideSi chiama punteruolo rosso. Ha un coriaceo naso allungato. Con il quale scava gallerie nel legno morbido delle palme. La femmina vi depone le uova. Che diventano larve, che diventano crisalidi, che diventano insetti adulti. Che depongono altre uova. E nascono nuovi insetti. Che scavano ciascuno la propria galleria. Larve e insetti si moltiplicano a ritmo esponenziale, gallerie si accavallano, si intrecciano, si uniscono. Fino a diventare un’unica voragine nel cuore della pianta. Che priva di midollo muore. Tronco cavo, basta una folata di vento a buttarla giù. Punteruoli rossi. Non solo insetti. Come larve che minano la vita, rieccole spuntare, minacciose parole d’ordine. Sembra esattamente quel che adesso ci voleva. Una povera ragazza violentata da un rumeno.

Episodio terribile. Esecrabile. Ma sembra fosse proprio quel che ci voleva per rinfocolare asti e paure. Adesso che c’è ancora qualche carta da giocare per l’ultima puntata della campagna elettorale. Adesso che l’Italia sa di essere a destra. Si può spazzare via qualche esitazione di troppo e riavviare la campagna di criminalizzazione di massa dell’autunno scorso, dopo l’omicidio di Tor di Quinto, sempre a Roma. Eccole già pronte. Le pronunce di facile effetto. I luoghi comuni. Le generalizzazioni. Già s’invoca la cacciata dei nomadi e degli ‘irregolari’ (rom, nomade, rumeno, clandestino, immigrato… che differenza c’è?). Senza pensare ( o pensandoci fin troppo bene?) alle larve d’odio che impiantiamo nel midollo della nostra società. Punteruoli rossi. Che scavano voragini, divorando la linfa vitale della nostra ragionevolezza. E quando la pianta è cava, basta un soffio.
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Crescita della controinformazione / 2

Informazione e controinformazione di Pio BaldelliAll’inizio del 1974 il gruppo STET intende dare il via a un lavoro gigantesco: la posa in tutta Italia dei cavi coassiali lungo i quali, in futuro, correrranno i programmi e i servizi televisivi. Nel momento in cui si spendono tremila-quattromila miliardi di litr e si stendono i cavi soltanto a livello interurbano, si fa in modo di rafforzare la RAI, ritardando e centralizzando la televisione via cavo. I miliardi investiti per posare i cavi coassiali tra città e città sono un esempio unico al mondo di spesa senza senso dal momento che con le onde si possono trasmettere gli stessi messaggi.

Il governo si giustifica dicendo, per esempio, che si vogliono introdurre il colore e il videotelefono. La televisione via cavo corrisponde a una situazione urbana, non interurbana: la trasmissione urbana significa che le fabbriche, le scuole, i quartieri possono essere in grado di gestire la propria informazione, mentre a livello interurbano continua a essere sempre la RAI a mandare ai centri periferici le proprie informazioni. Nel decreto legge esiste anche un varco propizio alla grossa azienda. Si parla per la prima volta di autorizzazione per inviare immagini via cavo. Fin da oggi, per esempio, la FIAT usa il cavo coassiale da Torino a Roma stampando direttamente per via elettronica in proprio giornale.
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L’ordinanza Bianciardi

Le cinque giornate - Bisognerebbe anche occupare le banche di Luciano BianciardiIl Bianciardi, dall’uscio socchiuso, disse sottovoce:
“Generale, sono arrivati”.
Garibaldi si portò davanti all’oblò. Poi fece cenno all’ufficiale di andare a terra.
Il giovane famiglio in un lampo fu sul molo.
Il gruppo degli uomini era fermo sulla battigia a guardare i due vapori.
“A bordo!” gridò il garibaldino con un gesto di saluto. Remando a forza in un attimo si ritrovarono sul ponte, e la piccola brigata scese subito sotto coperta.
“Sgarallino carissimo… sussurrò commosso il generale. Si avviò incontro all’amico e si strinsero in un forte silenzioso abbraccio.
Il Bianciardi principiò a fare le presentazioni:
“Questo è Ottorino Sarperi, della Consociazione Repubblicana; Aladino Vitali e suo fratello Isaia, maestro e giornalista; Angelo Rossi detto Trueba…”
“Trueba?” rammentò a mezza voce il generale, “Voi, se non sbaglio, avete partecipato alla guerra di Spagna nel ‘36 nelle brigate internazionali…”.
Trueba non riuscì nemmeno a dire di sì.
Inghiottì per sbloccare in qualche modo la gola e annuì brevemente con la testa.
Il generale aveva gli occhi lustri, brillanti come due acquemarine.
Bianciardi continuò:
“Delfo Ceni, fotografo e traduttore; Pietro Verdi dell’ANPI di Grosseto, Francesco Chioccon, avvocato; Vladimiro Paganelli, impiegato; Vittorio Alunni, operaio e Libertario; Carletti, artigiano”.
In quel silenzio ovattato s’udiva l’acqua sciabordare alla murata. Il bastimento era cullato dalle onde lunghe che lo investivano lievi sul fianco. Il pegno rimbombava cupo di rumori misteriosi; voci indistinte che venivano dalla coperta, e un canto corale, a tratti, pareva una nenia senza fine, su verso poppa.
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Onda pazza non muore mai

Onda pazza a cura di Guido Orlando e Salvo VitaleHo provato a immaginare che quella per Peppino, a distanza di trent’anni dal suo assassinio, potesse essere una “commemoriazione”: invece non può che essere un ricordo. Non solo perché Peppino certamente non avrebbe gradito di essere considerato un eroe, da commemorare, appunto. Ma anche perché le “commemorazioni” si fanno per i vincitori e la battaglia contro la mafia non è stata vinta. Anzi, in questi trent’anni, nonostante molti altri siano caduti nel tentativo di contrastarla, quella battaglia non si è mai voluta combattere.

Non hanno voluto e non vogliono combatterla i potenti della finanza e della politica. Così chi è morto come Peppino è morto solo, sia che indossasse una sciarpa rossa, sia un’uniforme o una toga. E se per i fedeli servitori dello Stato caduti ogni tanto si fa qualche cerimonia in pompa magna è solo per nascondere le complicità dietro l’ipocrisia di uno sdegno inesistente. Per gente come Peppino poi non vale la pena di fare nemmeno quello: perché lui all’impegno dello Stato contro la mafia non ci aveva mai creduto.

Credeva al suo impegno, a quello di tutti coloro che come lui erano e sono convinti che la lotta alla mafia non può non partire da suo rifugio radicale dei suoi “valori”: il profitto, la violenza, il potere per il potere, l’ordine del più forte, l’opportunismo, la cultura dei favori al posto di quella dei diritti. Ma questi sono gli stessi “valori” su cui si fonda e si muove gran parte della politica: di quella politica che dovrebbe dar forma allo Stato ed infondere fiducia nelle istituzioni. È qui, penso, il nodo della connivenza. Una connivenza che anche quando non è diretta complicità (e Dio sa in quanti casi lo sia) è convidisione oggettiva della cultura mafiosa, la alimenta e se ne alimenta.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Una vera signora” di Angela Venuti

Creative Commons in NoirComignoli ed antenne si inseguono sui tetti di Taranto Vecchia. Sorvegliano vicoli stretti e desolati. Un gruppo di ragazzini schiamazza dietro ad un pallone, mentre un’anziana donna, dal balcone, grida loro di smetterla. Claretta trascina le gambe esauste su per via Duomo. Esile, carnagione scura e capelli ricci, Claretta ha il viso stanco e scarno di chi non mangia e dorme abbastanza. Le pesanti buste della spesa le segano le dita già gonfie ed arrossate. Si ferma per non essere travolta dal branco chiassoso. Lascia le buste e si massaggia le mani doloranti. Come sono ridotte a soli trent’anni! Ogni giorno a fare le pulizie a casa di qualcuno. La “gente bene” che vive nel Borgo.

Arroganti e presuntuosi, la trattano come una serva. Morti di fame arricchiti, ecco cosa sono. Tutti tranne la signora Binetti. Lei si che è una vera signora. Sempre gentile e premurosa. Il martedì, giorno in cui tocca alla signora Binetti, Claretta si sente felice. Lascia da parte i pensieri e solleva nuovamente le buste. Da via Duomo imbocca un vico cupo e maleodorante che persino la luce del sole disdegna. Pochi passi ed entra in un piccolo portone. Il pensiero di trovare in casa suo marito Aldo la spaventa. Spera quasi che sia ad ubriacarsi con gli amici così al rientro non avrà voglia di batterla. Se le va male, però, starà dormendo della grossa e di solito si alza di cattivo umore. Allora per lei sono guai. Quando apre la porta viene investita dal sonoro russare dell’uomo. Sudore freddo lungo la schiena. Attenta a non fare rumore, cammina in punta di piedi ed appoggia le buste sul tavolo della cucina. Un’improvvisa fitta al basso ventre la piega in due e le smorza il respiro.
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Hofmann e la sintesi dell’LSD, 65 anni fa

Albert HoffmanRicorre in questi giorni il 65. anniversario della scoperta dell’LSD da parte del Dr. Albert Hofmann - che oggi ha 102 anni e vive a Burg/Rittimatte, al confine franco-svizzero. Si tratta della dietilamide dell’acido lisergico (LSD-25), assorbita accidentalmente dal giovane chimico il 16 aprile 1943 e ingerita come esperimento scientifico tre giorni dopo. A ricordo dell’importante evento, riportiamo di seguito l’appendice al volume Percezioni di realtà. Una panoramica su passato, presente e futuro di questa “medicina per l’anima”, con annessa sintesi dei festeggiamenti per i cento anni dell’illustre scopritore, celebrati con un Simposio Internazionale sull’LSD svoltosi a Basilea nel gennaio 2006 alla presenza dello stesso Hofmann.

“A casa mi sdraiai e mi immersi in uno stato di intossicazione nient’affatto spiacevole, caratterizzato da un’estrema stimolazione dell’immaginazione. In uno stato simile al sogno, con gli occhi chiusi (la luce del giorno era eccessivamente vivida), percepii un’ondata ininterrotta di figure fantastiche, forme straordinarie caratterizzate da un intenso e caleidoscopico gioco di colori. Dopo circa due ore questa condizione svanì lentamente”.
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Crescita della controinformazione / 1

Informazione e controinformazione di Pio BaldelliNel corso del 1973 si sono moltiplicati enormemente i nuclei, i collettivi e i gruppi che cercano di svolgere un lavoro di informazione anche con i nuovi strumenti, in particolare il videotape, ma quasi sempre ci si muove in maniera sporadica, senza quel minimo di coordinamento, necessario all’efficacia politica, di unificazione dei livelli, per lo meno in rapporto a certe scadenze politiche complessive.

Segnalo il lavoro di Stampa Alternativa, centro di controinformazione gestito da radicali ed extraparlamentari. Stampa Alternativa ha pubblicato un dossier di controinformazione sul “fermo di droga” in cui sono citati episodi di collusione fra fascisti e polizia “negli arresti e nelle provocazioni fatte con la scusa della droga”, i fascicoli Viaggio in India e Macrobiotica. Il centro pubblica anche bollettini ciclostilati che contengono notizie su come evitare le provocazioni della polizia, come risolvere i problemi dell’affitto, come mangiare spendendo poco e curarsi gratuitamente, come interrompere la gravidanza e come procurarsi e usare gli anticoncezionali. Altri opuscoli: Come fare la controinformazione con notizie e consigli pratici per dare vita a piccoli giornali e stampare manifesti e volantini; un altro sui poteri di polizia con la denuncia di una serie di irregolarità che vanno dai fogli di via alle perquisizioni non autorizzate.

Altro avvenimento è l’uscita del quotidiano Liberazione. “Le sottoscrizioni che abbiamo raccolto finora - hanno precisato i redattori - ci permettono di stampare fino al 30 settembre. Poi decideranno i lettori: se tengono al giornale dovranno finanziarlo”. Il primo numero è uscito in 100 mila copie, inserito nelle pagine ospitali di “Lotta Continua” (quindicimila punto di vendita), poi la tiratura del foglio radicale (due facciate) dovrebbe stabilirsi intorno alle 50 mila copie, con una vendita autonoma fin dal secondo numero. Gli argomenti trattati, in particolare, sono quelli che i radicali hanno imposto da tempo, spesso con una giusta controinformazione, all’attenzione dell’opinione pubblica: i diritti civili, il divorzio, l’aborto, la libertà sessuale, l’antimilitarismo, la riforma della giustizia, i dibattiti sulle carcere, sulla droga, sul concordato.
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Santi e vampiri: continuità tra vita e morte

Santi e vampiri - Le avventure del cadavere di Carlo DogheriaCosa accomuna santi e vampiri al punto da farne oggetto di una trattazione parallela? In entrambi i casi siamo davanti a degli esseri straordinari per i quali le leggi della natura (che impongono, al sopraggiungere della morte, la cessazione di ogni funzione vitale) perdono gran parte della loro validità. Ma c’è di più. Santi e vampiri hanno un legame più profondo, un destino comune che li ha visti tramontare assieme, sul finire del XVIII secolo; certo, i santi, con i loro miracoli terribilmente “materiali” erano sulla scena da un pezzo, e ancora, più precariamente, vi resteranno, ma quella loro capacità sovrumana di negare la morte (spesso in nome di frivolezze o addirittura di rancori ben poco in sintonia con la spiritualità cristiana) non la ritroveremo più. Non ci sarà più un Sant’Adelfio che da dentro il sepolcro canta insieme ai fedeli durante la messa, un san Zenobio che non si lascia seppellire finché non gli permettono “di fondare in quella Chiesa dodici Cappellanie nelle quali perpetuamente si avesse a servire il Santo”, un san Filippo Neri che, dopo morto, essendo stato spogliato, provvede ripetutamente a coprirsi da sé le vergogne o un san Frodeberto che distrugge la propria tomba reclamando una più dignitosa sistemazione.

Sul finire del Settecento questa miracolistica assolutamente tangibile, così “umana” da andare oltre la superstizione e l’irriverenza e sfiorare l’idolatria, ha un crollo improvviso di credibilità e si trova in pochi anni relegata fra i fenomeni minori di una devozione che la Chiesa non sconfessa ma che preferisce far dimenticare, anche se per un millennio e mezzo ha avuto una notevole importanza nel suo rapporto con i fedeli. E sul finire del Settecento si conclude anche la breve parabola del vampirismo, ultimo fantasioso - e a suo modo laico - tentativo di dare nuova linfa a una tradizione stregonesca che proprio in quegli anni (la metà esatta del secolo) vedeva messe in discussione, con una virulenza che risulter vincente, le basi teoriche della propria esistenza.
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I segreti del jazz: per leggere e ascoltare

I segreti del jazz - Una guida all'ascolto di Stefano ZenniQuesto non è un libro da leggere ma da ascoltare. Il suo scopo è stimolare le persone ad andare incontro alla musica con una consapevolezza diversa. In genere crediamo che il modo migliore per godere della musica è lasciarsene possedere, abbandonarsi a essa senza resistenze. E in fondo la musica ha il suo effetto più profondo proprio se la viviamo così. Esiste tuttavia un livello di coscienza che ci consente di capire cose che in un abbandono inconsapevole non siamo in grado di cogliere. La percezione, soprattutto se passiva, gioca brutti scherzi, perché tende a filtrare l’esperienza riconducendo ciò che risulta incomprensibile o sgradevole a ciò che è noto: è un meccanismo adattivo che ci consente di far fronte all’ignoto con gli strumenti cognitivi a nostra disposizione. Se nella quotidianità questo processo è utile per sopravvivere nell’esplorazione dell’ambiente, nell’arte rischia di diventare una gabbia. Magari dorata, perché la ripetizione del “familiare”, il riconoscimento di ciò che è già noto genera piacere: la ricompensa libidica della musica dipende dagli stessi meccanismi neurali e ormonali del cibo, del sesso e degli stupefacenti. In fondo ci piace riassaporare le emozioni legate a quel certo pezzo, e preferiamo comprare il Cd di un artista che già conosciamo piuttosto che rischiare dei soldi per qualcosa che non abbiamo mai ascoltato. Alla lunga però si finisce per frequentare sempre la stessa musica e appiattire la percezione sul già noto, appunto.

La consapevolezza è il grimaldello per uscire dalla gabbia. Se ci soffermiamo ad ascoltare più attentamente ciò che già conosciamo, se proviamo a riscoprire la musica con una piccola dose di distacco critico, se esercitiamo la nostra facoltà di comprensione superando gli automatismi dell’abitudine, ecco che si schiude un nuovo mondo: emergono dettagli mai uditi prima, si stabiliscono nuove relazioni tra le parti, si chiarisce la dimensione formale. In breve, si accede a una consapevolezza inedita.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Il Male” di Karim Mangino

Creative Commons in NoirNon commettere il male, con pensieri, opere, omissioni…

Una goccia di ketchup cadde in un angolo della tastiera, ma Corrado non ci fece caso. Era troppo eccitato per la prova che stava per fare. Diede un morso al panino e digitò la password per accedere al programma. La poltroncina cigolò sotto il suo peso, aveva ventidue anni e la vita sedentaria, trascorsa chiuso in camera davanti al computer a nutrirsi di tramezzini e bibite gassate, aveva fatto arrivare il suo peso oltre i centocinquanta chili.

Quella mattina per Corrado era un grande giorno. Era un anno che lavorava al suo progetto, dodici lunghi mesi di tentativi, riprogrammazioni, frustrazioni e sudore che ora si condensavano nel test che stava per fare, per vedere se quello che aveva creato funzionava davvero. Lo schermo lampeggiò aprendo una finestra che richiedeva una seconda password. Nel frattempo Corrado aveva acceso un’altra apparecchiatura elettronica che occupava quasi interamente la scrivania dando alla piccola camera da letto l’aspetto di una centrale comandi di una nave. La stanza fu invasa da un fastidioso ronzio come una radio fuori sintonia, intervallato di tanto in tanto da suoni acuti e stridenti.

Il rumore non gli impedì di sentire che qualcuno bussava alla porta.

– Chi è? – chiese. Sapeva benissimo che dall’altra parte della porta c’era l’unica persona che viveva in casa con lui. Sua madre.
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Le cinque giornate: bisognerebbe anche occupare le banche

Le cinque giornate - Bisognerebbe anche occupare le banche di Luciano Bianciardi

Gli editori ti ripetono che un romanzo intitolato “Le cinque giornate” non vende, e allora ti tocca cambiargli il titolo.

Non riusciva Luciano a convincere la gente che il Risorgimento italiano non era solo una celebrazione paludata e mezzibusti, ma una vera e propria epopea popolare, una rivoluzione che scoppiò, insieme a tante altre in Europa, anche in Italia, anche a Milano, quella città dove si era rifugiato nel ‘54, che non gli era mai garbata, dalla quale si sentiva emarginato e che gli avvenimenti e le persone a lui vicine avevano costretto ad abbandonare, senza nemmeno aver prima consumato una sua vendetta. Una vendetta che gli era suggerita, quasi imposta, dalla sorte di quei minatori maremmani che aveva conosciuto in gioventù e al cui massacro sul lavoro aveva assistito in quel tragico 1954; ecco allora che la sua fuga a Milano poteva ammantarsi di una vocazione terroristica: riempire di gas il torracchione della Montecatini e far saltare in aria i responsabili di quella strage.

Ma la vendetta aveva solo generato un libro, che ebbe però un successo inaspettato, tanto da farlo diventare un protagonista della scena letteraria italiana degli anni 60, ma non nel senso da lui voluto. Poi la decisione, da lui subita, di ritirarsi, come i lombardi imborghesiti e un po’ rincoglioniti, in Riviera, in quel luogo che era Rapallo, un po’ dormitorio e un po’ moribondario, sottoposto a feroce speculazione edilizia. Un vero e proprio esilio allora, che nella sua fervida immaginazione risorgimentale era dovuto alla sua partecipazione a quella vera rivoluzione delle cinque giornate che era scoppiata a Milano, poco importa se un secolo prima.
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