Basaglia a Trieste: quasi prima che accada

Basaglia a Trieste - Cronaca del cambiamentoQuando, nel 1839, il primo scatto fotografico riesce finalmente a riprodurre su una lastra la realtà così com’è, la nascente psichiatria che ha postulato il danno al cervello come causa della malattia mentale è alla ricerca di una dimostrazione oggettiva e incontestabile delle sue ipotesi. I segni della malattia che il sapere medico sta disegnando con crescente sicurezza devono essere oggettivabili. La fotografia si offre così a sostenere la psichiatria che vuole rappresentare la follia. Diventa la prova inequivocabile della malattia ed entra nei classici manuali della Clinica Psichiatrica.

Sono patetiche e tragiche le foto dei malati costretti in posa a mostrare sul loro volto i segni della malinconia, dell’allucinazione, della mania, delle passioni alterate, dell’idiozia, del furore. Il gesto, l’espressione, lo sguardo del folle fermato nella lastra testimoniano con indiscutibile rigore la malattia. La classificazione delle malattie sembra avere ormai fondamenti più che evidenti. Alla catalogazione segue la riduzione di ogni passione, emozione, sentimento a malattia e da qui la sottrazione, la separazione, il sequestro.

Quando la foto segnaletica comincia a servire le autorità di polizia, anche la psichiatria arricchisce di questo strumento il suo agire istituzionale. La foto segnaletica diventa corredo della cartella clinica: gli internati in posa di profilo e di prospetto con il numero di matricola sulla divisa. Sfogliando oggi le vecchie cartelle si scoprono le persone ferme nella loro sofferenza, si coglie la profonda tragicità del momento in cui stanno per diventare irreversibilmente oggetto, stanno per perdere per sempre la loro appartenenza. Vengono i brividi a figurarsi la tranquilla competenza dell’infermiere fotografo intento a ritrarre il momento di quel tragico cambiamento, quasi un attimo prima che accada.

La psichiatria medica, clinica, istituzionale, la psichiatria dell’ordine trionfa. Come una sorta di pandemia, il manicomio si diffonde in tutti i Paesi civili e, con essi, nelle colonie d’oltre mare. I manicomi dell’Impero, di Vienna, di Budapest, di Praga e, non ultimo, di Trieste, sono esemplari a testimoniare la grandiosità di quella straordinaria utopia. È il definitivo dominio della ragione sulla follia. La fotografia è strumento e veicolo di questa grandiosità, del manicomio paterno e rassicurante. Costituisce e diffonde un’immagine di ordine, di pulizia, di gerarchie. Le prospettive ordinate dei padiglioni, i giardini ben curati, le foto di gruppo, gli internati serenamente dediti al lavoro restituiscono l’immagine del paese ordinato. Letteralmente un altro mondo.

Immagini trionfalistiche e celebrative si rincorrono per più di un secolo. Le riviste scientifiche, gli archivi, le biblioteche dei manicomi offrono un campionario ricco e puntuale della vita e dell’organizzazione: gli uomini impegnati a falciare l’erba, a trasportare masserizie, a spalare la neve sotto lo sguardo attento del sorvegliante. Le donne intente a ricamare, a piegare lenzuola, a pulire verdure, a rifare letti. Sempre un’infermiera sorridente e bonaria, in divisa con la cuffia e il grembiule inamidato osserva e controlla. Le sale da pranzo ordinate con gli internati che indossano la divisa d’ordine, in posa per l’occasione. I cameroni dormitorio vuoti con l’infinita teoria dei letti ben rifatti. Le stanze per le terapie più avanzate e rischiose, con le infermiere amorevoli pronte ad accogliere i malati che saranno sottoposti a quei trattamenti: lo shock insulinico, lo shock cardiazolico, lo shock elettrico.

Mai un’immagine che restituisca la bolgia, la confusione, la sporcizia, la miseria dei grandi cameroni. Le oscene nudità, le grida, i pianti, le risate sguaiate e disperate, i segni delle quotidiane sopraffazioni. Solo le foto dei manuali, riservati agli specialisti, mostrano le qualità, le caratteristiche e le istruzioni per l’uso dei camerini d’isolamento, dei letti di contenzione, delle fasce, dei corpetti, delle camicie di forza. E denunciano quasi per caso la violenza di qui luoghi.

Soltanto negli Anni Cinquanta si registra qualche timida incrinatura in questa piatta narrazione fotografica. La vastità sconvolgente della guerra appena conclusa ha attraversato anche le grandi istituzioni. Uno sguardo sociologico sembra entrare nei manicomi e alludere a uno svelamento possibile. La fotografia comuncia a narrare, ad animare corpi, a restituire volti, a tentare di rintracciare appartenenze. Ma bisogna aspettare la grande stagione degli Anni Settanta per cogliere la forza dirompente della svolta che sta per accadere. L’Italia sembra essere il luogo dove il cambiamento veramente accade.

Ne è testimonianza il lavoro di Luciano D’Alessandro, nel manicomio di Mater Domini a Nocera Inferiore, in provincia di Salerno. Chiamato da Sergio Piro, la prima volta porta fuori dalle mura le immagini degli internata: poveri corpi, volti devastati, sguardi che restituiscono solitudini infinite e distanze ormai insondabili. Di lì a poco, Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati producono il primo reportage completo sulla condizione degli internati. Morire di classe, il libro che pubblicarono per Einaudi con la prefazione di Franco Basaglia e Franca Ongaro, risveglia le coscienze. Le parole di Se questo è un uomo di Primo Levi stampate sulla copertina introducono il testo e le foto. La parola lager, ad aggettivare i manicomi di allora, ricorre con frequenza. Un mondo dimenticato, rimosso, separato appare nella sua tragicità. Non è la Città del Sole quella che si disegna nelle splendide tonalità del bianco e nero. È il luogo dell’abbandono, della rimozione, il luogo dove dimenticare i fratelli scomodi, I giardini di Abele, come dirà Sergio Zavoli nel suo insuperabile reportage da Gorizia. Il film di Agosti, Bellocchio, Petraglia e Rulli, Nessuno o tutti. Matti da slegare segnala dal manicomio di Colorno, dove aveva lavorato Basaglia, l’urgenza del cambiamento che preme.

Claudio Ernè ha la fortuna di trovarsi a Trieste quanto tutto comincia. E di vivere la sua giovinezza di fotografo proprio sulla scia di quei maestri che faranno grande la fotografia di denuncia e di impegno civile. Ha la fortuna di essere testimone del cambiamento quasi prima che accada. A San Giovanni sta lavorando Ugo Guarino che con le sue strisce, i poster, i collettivi Arcobaleno e col suo sguardo sorpreso e i segni graffianti, scanzonati e crudeli denuncia la malvagia stupidità dell’istituzione. Intanto il grande cavallo azzurro di Vittorio Basaglia e di Giuliano Scabia ha stupito la città con l’impossibile uscita dal corteo dei matti che anticipa la fine vicina e impensata del manicomio.

Claudio comincia a frequentare San Giovanni come tanti ragazzi ventenni di allora. Curiosità, voglia di cambiare, di partecipare, di immaginare un altro modo di stare insieme, di costruire un altro destino. Le porte aperte, le prime impensabili assemblee, gli “scandalosi” reparti misti, le uscite. Sguardi stupiti, meravigliati e gioiosi, mani che si cercano, corpi che muovono alla riconquista dello spazio fino ad allora negato. Atttese e speranze restituiscono il tempo e la vita agli internati. “L’ospedale psichiatrico di San Giovanni è aperto in entrata e in uscita”, scriveva allora sui muri un anziano internato, quando Franco Basaglia aveva appena cominciato il suo lavoro a Trieste e l’Ospedale Psichiatrico di San Giovanni si era trasformato in un grande cantiere.

Tutto quello che accadrà negli anni successivi accadde in quegli anni: dalla prima cooperativa, ai gruppi di convivenza, al lavoro esterno che allude ai centri di salute mentale che di lì a poco verranno. I reparti fino a quel momento organizzati per gradi e definizioni di comportamenti vennero rimescolati. I tranquilli, gli agitati, i violenti, gli infermi, i sudici si aggregano per territorio di provenienza. Èil segno che hanno un’appartenenza. Gli operatori cominciano ad esplorare con gli internati la città, cercando legami dimenticati, relitti di storie, brandelli di relazioni. Si disse allora che gli operatori uscivano e attraversavano la città “portando il matto sulle spalle”. L’urgenza di vedere allontanarsi il manicomio e di rompere irreversibilmente con quella “storia” attraversa ogni azione, ogni gesto. E trova i benpensanti, le lobby psichiatriche, la Curia, il Tribunale, il quotidiano della città avversari perseveranti e ostinati.

Il lavoro di Claudio è di questo indispensabile e appassionata testimonianza.

Basaglia a Trieste – Cronaca del cambiamento, interventi di Peppe Dell’Acqua e di Franco Rotelli. Foto di Claudio Erné
Fuori collana
120 pagine
ISBN: 978-88-6222-022-4

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