I racconti di Creative Commons in Noir: “Saint Vincent” di Michele Frisia

Creative Commons in NoirDieci anni a Saint Vincent, fra strozzini e case d’appuntamenti, scivolando sulla moquette del casinò e ballando il rock’n roll sulla tomba delle mie buone intenzioni. Dieci anni a Saint Vincent. Questo è il mio inferno.

Lavoravo come meccanico, lontano da qui, quando Salvatore arrivò nel quartiere. Non cercava pubblicità per cui non sapevo chi fosse, o non l’avrei mai toccato. Pomeriggio caldo e silenzioso, smontando il differenziale di una Saxo; avevo trovato problemi ed ero innervosito dalla coppa e dai bulloni, quando lo vidi dall’altra parte della strada. Stava picchiando una ragazza, con le nocche: e non sopporto chi picchia le donne. Lui si accorse che stavo arrivando quando ero ancora in mezzo alla carreggiata, con lo straccio unto di grasso fra le mani e la salopette che mi stringeva sulla pancia. Si accorse che stavo arrivando, ma non gli servì. Il giorno dopo entrò in officina un uomo. Aveva un accento spiccato. — Salvatore ha parenti importanti… – mi stava dicendo. Ma io non lo ascoltavo più. Lo sguardo era magnetizzato dalla pistola nella mano; la teneva appoggiata sul palmo, senza impugnarla, con il tamburo in bella vista. — Hai sbagliato. Ma nessuno era mai riuscito a buttare giù Salvatore, e qualcuno più influente di me sostiene che potresti esserci utile. Assumerti anziché ammazzarti…

Da quel giorno sono passati dieci anni. Dieci anni a risolvere problemi e riscuotere crediti. Dieci anni da incendiario e guardia del corpo e picchiatore. Dieci anni su e giù dal confine. E forse Saint Vincent è soltanto il mio purgatorio.

Le case d’appuntamenti

Ho fatto anche qualche passo falso in dieci anni; ossa rotte e ferite lacero contuse, e per una brutta storia ci ho rimesso un pezzo d’orecchio. Ma una sola volta mi sono rifiutato: quando mi chiesero di sfregiare una puttana bulgara, perché si era tenuta una parte dell’incasso. — Io non tocco le donne. Lo sapete – e mi aspettavo il peggio. Invece il referente scosse la testa. — Me lo avevano detto, ma ho provato ugualmente. E mi fece segno di andare.

I miei referenti cambiavano spesso, ogni sei mesi al massimo. Mi ero fatto l’idea che Saint Vincent non fosse per loro niente più che uno sgradevole incidente di carriera. Dopo la storia della bulgara le mie incombenze con la prostituzione furono ridotte. Mi limitavo alla protezione in senso stretto: quando spuntava un avventore troppo ubriaco o strafatto o solo in vena di rompere i coglioni, le ragazze mi chiamavano. Tenevo anche i contatti con polizia e carabinieri, portando informazioni sacrificabili a funzionari arrapati di carriera, e buste sigillate a investigatori più disinibiti. La gestione delle forze dell’ordine era stata una mia idea, molto apprezzata. Con un nonno carabiniere e un’ex fidanzata all’antidroga sapevo come muovermi. Ricatti, intimidazioni, false piste e corruzione. Sapevo quando regalare un’operazione da prima pagina e quando invece aspettare qualcuno sotto casa, e questo azzerava la nostra visibilità. Stavo diventando utile, qui all’inferno.

La consegna

Il mio nuovo referente è arrivato in valle da poche settimane. Non gli piace qui, come a tutti gli altri. Mi fa chiamare in una sera d’estate, una di quelle senza prospettive. — Ho una questione delicata per le mani. Hanno deciso una tregua: con i pugliesi. La gente per cui lavoro ha dovuto affrontare tentativi di infiltrazione di tutti i tipi, fin dagli anni ottanta. Ma i più insistenti erano stati gli sbandati di Bari vecchia, e più tardi gente salita dal Salento con gli occhi piccoli e cattivi. Con personaggi del genere non mi potevo muovere senza copertura armata, ma erano in molti da Foggia a Brindisi a ricordarsi un brutto periodo a Saint Vincent, in compagnia di un ragazzo silenzioso con le mani troppo grandi. — Il padre di Salvatore lo sa? – Chiesi dubbioso. — È stato lui a fare il tuo nome. E questo bastava.

Attendo al bar del casinò come mi hanno chiesto. Niente grappa stasera, devo lavorare. Una birra chiara suda attraverso il vetro, sistemata sul bancone, quando una ragazza dai capelli di grano mi appoggia una mano addosso.

Provate a passare dieci anni a Saint Vincent, lavorando con pugni e contanti, senza andare a puttane. Dieci anni e solo prostitute nella mia vita: avevo una certa esperienza. Ma quella ragazza era differente, come erano differenti gli occhi pieni di orgoglio della belva non domata. — Sono io il tuo pacco. – Lo disse senza alcun tono, come se mi avesse appena allungato il resto di un caffè. Lasciai la birra sul bancone ancora mezza piena e la afferrai per un braccio. Almeno ottantamila euro di puttana sono un buon modo per cercare la pace.

L’appuntamento era in un bar della zona neutra, periferia sud di Aosta. Ci passai davanti senza rallentare ed era ancora vuoto. — Hai un nome? – Le chiesi. — Tutti hanno un nome. Abbandonai il mio tentativo di conversazione mentre infilavo il sottopassaggio e aggiravo il quartiere, per bonificare le laterali attorno al palazzo. Poi entrammo nel locale come una normale coppia di fidanzati. Normale solo all’inferno però. Ordinai un’altra birra e lei un cappuccino. La osservavo mescolare la schiuma nello zucchero, e il cucchiaino che danzava nelle sue dita troppo lunghe. Una donna così non l’avevo mai avuta, neppure nel futuro. Poi un accento inconfondibile mi riportò nel bar. — Tu devi essere l’uomo di Salvatore. — Diciamo così – lo liquidai. Poi indicai la bionda. – Questa dev’essere per voi.

— Diciamo così, – rispose il pugliese. Poi mi infilò la canna di una pistola nel grasso della pancia.

Eravamo in cinque sulla prima auto. Quattro amici appena usciti dal bar e io schiacciato in mezzo al sedile posteriore. Nella seconda macchina viaggiava la ragazza con l’ultimo uomo, quello che si era preso la mia automatica calibro 6.35. E andavamo fuori città. I pugliesi non avrebbero mai sputtanato un accordo con Salvatore, sarebbero stati massacrati e si sarebbero giocati il casinò. Se non era accaduto qualcosa di nuovo, e non era accaduto, mi avevano semplicemente venduto; l’accordo non era una puttana da ottantamila euro, ma la mia testa regalata ai pugliesi. E questo mi fece incazzare come ero stato capace solo prima di farlo per professione. Sentivo i miei occhi gonfiarsi per la pressione, ma aspettai comunque la curva adatta; poi mi attaccai al freno a mano facendomi spazio tra i sedili anteriori. L’auto smise di ribaltarsi addosso a una parete. Due pugliesi erano senza conoscenza, uno aveva fatto amicizia con i miei gomiti e mi aveva prestato la pistola. L’ultimo si infilò la mano nella giacca e mi costrinse a usare la Glock del suo amico. Ero in una posizione innaturale in mezzo a tutti quei corpi. Il sangue gocciolava, facendomi intuire dov’era l’alto e il basso. Un rumore di passi mi riporta al problema. Sulla strada, al di là di un finestrino infranto, noto i piedi del quinto uomo. Premo il grilletto, e ancora; il corpo cade a terra urlando e allora gli finisco i colpi addosso.

La camera

La ragazza fumava in bagno. Sentivo i suoi singhiozzi, mentre cercavo di riprendermi steso sul letto. Avevo guidato fino al Piemonte occidentale, prima di trovare un albergo e nascondere la macchina dei pugliesi. Arrivò una voce dal bagno: — Lidia. Non risposi. — Hai chiesto il mio nome. È Lidia. Quando arrivò sul letto aveva il volto sparso in rigagnoli disordinati di trucco, e cercava di coprirsi le cosce con una gonna troppo piccola. Provai a sorriderle, fallendo a mia volta. Allora le proposi un futuro. — Ho degli amici in Francia… — È troppo pericoloso. Lì ci troveranno. — Infatti. Appena possibile andremo a Lisbona e da lì c’è un imbarco per il Brasile. A quel punto saremo scomparsi. Ho già tutto pronto oltre confine. – Poi riuscii a sorriderle davvero, con la bocca larga e curva al punto giusto, mentre la stringevo, cercando di tenere il suo seno lontano da me.

Riposai un paio d’ore, senza mai veramente dormire. La svegliai quando era ancora buio, accarezzandole quei ciuffi leggeri di capelli accanto alle orecchie. — Lidia, vestiti. È ora. Si sedette sul letto e mi guardava con gli occhi quasi circolari.

— Ci troveranno, ovunque. Allora la abbracciai in silenzio.

Non avevo nulla da raccogliere, e fui subito pronto. Lidia si chiuse in bagno e la aspettai a lungo, seduto davanti a un teleschermo senza volume. Rimasi venti minuti ipnotizzato dalla luce pallida delle trasmissioni notturne, e Lidia non tornava. Mi avvicinai al bagno e bussai tre volte, sempre più forte. Poi la chiamai. Alla fine decisi di entrare, impugnai la maniglia e mi ritrovai a terra, con le gambe che non rispondevano e il soffitto così tremendamente lontano. Poi vidi il buio.

Mi risveglio seduto. Sento i polsi stringere dietro la schiena, e Lidia ha in mano una pistola. È piccola, ma quando ti sparano in testa non fa una grande differenza. Provo a guadagnare tempo. — Bel trucco l’elettricità sulla maniglia. – Ma lei non si scompone. — Sei uno sciocco; il padre di Salvatore ti voleva dare un’opportunità, anche se avevano già deciso di venderti. Mi ha mandata per questo, ma hai fallito; non dovevi scappare; non sai rispettare le regole. Poi sparò. O meglio, premeva il grilletto con stupore e lo premeva di nuovo, e ogni volta finiva sempre nella stessa maniera. Finché si decise a controllare il caricatore. L’avevo svuotato mentre dormiva.

Quello che stavo per fare non mi sarebbe piaciuto. Ma avevo un confine da valicare e un messaggio da lasciare in patria, per Salvatore e suo padre, per fargli capire quanto ero incazzato. Mi ero alzato, dopo aver spezzato le fascette da elettricista lavorando con i deltoidi. Feci un passo verso di lei, sfregandomi i polsi. — Anch’io avevo una regola, Lidia. Fino a poco tempo fa. Lei fece cadere a terra la piccola automatica mentre si rannicchiava addosso alla parete. Allora proseguo: — Anch’io avevo una regola e la rispettavo sempre. – Lidia piega la testa di lato e i suoi occhi sono così dolci. Ma io sto già scaldando le nocche, e quando cerca di scappare la afferro con un braccio solo. — La mia regola aveva a che fare con le donne…

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