La voce di Pasquino: la scomparsa di Giuditta e la ricerca di Rosa

La voce di Pasquino - Un'indagine di Salvator Rosa nella Roma di papa Chigi di Benito La Mantia e Gabriella CuccaRosa uscì dalla bottega di Piperno convinto di aver trovato un altro indizio utile per far restituire la libertà a Onofri. Fatto appena qualche passo, scorse due uomini ai lati della strada. Se ne stavano entrambi immobili, appoggiati al muro, quasi fossero cariatidi. Se non fosse stato per la loro aria torva, li si sarebbe potuti scambiare per innocui mendicanti, due fra i tanti che affollavano la città di Roma. Non appena Salvatore fu a tiro, essi scattarono verso di lui e, da consumati commedianti, gli chiesero insistentemente l’elemosina, dapprima tenendosi discosti, poi allungando le mani per tastargli le tasche. Rosa, che aveva ancora una buona provvista di denaro sotto il giubbetto, reagì rapidamente: gli bastò far la mossa di estrarre dalla cintola un pugnale inesistente per far desistere i due tagliaborse e indurli a darsela a gambe.

Trovandosi nella strada Giulia, al pittore venne spontaneo alzare gli occhi verso il complesso delle Carceri Nuove, inaugurate due anni prima, nelle quali si trovava rinchiuso il suo amico Gian Maria. Sostò per un attimo vicino al portone, quasi avvertendo le sofferenze e lo sconforto che dovevano opprimere Onofri in quel momento. Poi, avviandosi verso la casa dei Samboni per mettere i marchesi al corrente dei nuovi elementi acquisiti a suon di scudi, cominciò a riflettere sull’intera vicenda che aveva portato in prigione il suo amico, chiedendosi quali ipotesi fossero a quel punto possibili per dipanare il caso.

Di certo – pensava – Giuditta è stata a S. Ivo, attirata nella trappola da un biglietto sicuramente falso. Lì è stata aggredita con l’intenzione di abusarne carnalmente e di rapinarla, e lì ha trovato la morte. Qualcuno, forse durante la notte, ha caricato il cadavere della ragazza per andarlo a sistemare su un argine del Tevere.

Perché mai? Inoltre è stato assassinato il custode della Sapienza. Chi ha fatto tutto questo? Primera? Per guadagnarci che cosa? Un soddisfacimento momentaneo, una collana e un anello? E il custode che ruolo ha avuto nella vicenda? È stato forse un testimone involontario dell’aggressione? Ma se le cose sono andate così, c’è da chiedersi: perché attirare Giuditta proprio alla Sapienza dove si trovavano Onofri e il custode, rischiando di essere scoperto da costoro? Perché, invece, non aggredirla quando era sola in casa? Forse per schivare l’eventualità di essere notato da molte persone, o forse perché attirando la donna a S. Ivo si voleva far ricadere la colpa su Onofri tramite il biglietto lasciato lì di proposito. E chi avrebbe scritto il messaggio? Sicuramente uno che, oltre a sapere imitare bene la calligrafia del professore, era al corrente che in privato Gian Maria dava del tu a sua moglie. Quindi quell’asinaccio è da escludere del tutto… E se fosse stato proprio il custode a scrivere il biglietto, lui che aveva modo di esaminare le carte di Onofri alla Sapienza? E perché l’avrebbe fatto? Per approfittare di Giuditta, d’accordo con quel baro di Primera che sarebbe stato ricompensato con i gioielli? Allora perché è stato ucciso anche Matteo? No, no, no, non ci siamo.Rosa si arrovellò a lungo, ma non fu in grado di giungere a una valida conclusione.

Nelle stesse ore in cui il pittore era stato impegnato alla ricerca dei gioielli di Giuditta, Onofri era stato portato davanti ai suoi giudici che avevano tentato di fargli ammettere di essere l’autore dei due delitti di cui era imputato.

In mattinata il tribunale – composto dal luogotenente della sezione criminale del governatore di Roma, dal procuratore dello Stato pontificio, da un giudice della Curia romana, da un notaio e da un suo vice – aveva acquisito tutti i verbali del caso e ascoltato sia la ricostruzione degli eventi fatta dal bargello che la testimonianza del caporale della ronda notturna che aveva incontrato qualche sera prima il professore nella zona di S. Eligio.

Nel primo pomeriggio Onofri, prelevato dalla sua cella d’isolamento nel settore dei “non poveri” delle Carceri Nuove, era stato dunque condotto dagli sbirri nella sala della cancelleria, arredata soltanto da un crocifisso, un lungo tavolo e alcune sedie. Era apparso assai provato, con i capelli più grigi e la barba incolta. Poco dopo erano entrati i giudici per procedere al suo interrogatorio.

Il procuratore, padre Alfonso Torelli, si era rivolto all’imputato con la solita formula rituale: “Siete voi Gian Maria Onofri di Roma, figlio del quondam Giovanni, dell’età vostra di anni quarantasei, lettore di filosofia nel nostro ateneo della Sapienza?”.

“Sì, lo sono”.

“Giurate sui santi Vangeli di dire la verità e soltanto la verità?”.

Il professore aveva posato una mano su quei testi sacri e aveva risposto: “Lo giuro”.

“Voi siete accusato di aver provocato la morte di vostra moglie, la signora Giuditta Onofri, di anni venti, romana, figlia dell’eccellentissimo signor marchese Giacomo Samboni, e di aver tentato di farne sparire il cadavere gettandolo sulla riva del fiume nei pressi di S. Eligio. Inoltre siete chiamato a rispondere dell’omicidio di Matteo Bagni, custode della Sapienza, di anni ventidue, viterbese, figlio del quondam Agostino. Cosa avete da dire a vostra discolpa?”.

“Vostra signoria, io non ho commesso alcun delitto, né sapevo della morte di Matteo. Le accuse che mi fate sono del tutto infondate…”.

“Vedremo se saranno infondate”, lo aveva interrotto con piglio severo il luogotenente Cherubini. “Continuate pure”.

E Onofri aveva ripreso a parlare, con una calma che ai giudici era parsa sospetta: “Io sono uomo che rifugge dalla violenza, di qualsiasi genere, a meno che non mi debba legittimamente difendere. Peraltro amavo così intensamente e delicatamente la mia signora da tremare all’idea che potesse subire il minimo danno”.

“Quindi arguisco che eravate geloso di vostra moglie”, aveva insinuato Cherubini.

“Perdonatemi, eccellenza, ma arguite male. Non ho familiarità con quel sentimento che mi attribuite”.

“Torneremo più avanti su tale argomento”, aveva obiettato il luogotenente con una certa irritazione. “Riferiteci, intanto, che cosa avete fatto il giorno della scomparsa della signora Giuditta”.

“Quella mattina,” aveva dichiarato Onofri, “dopo aver baciato sulla fronte la mia signora, mi ero recato alla Sapienza per applicarmi al lavoro di consultore della Sacra Congregazione dell’Indice, incarico che svolgo nei periodi in cui non vi sono lezioni all’ateneo”. E aveva proseguito raccontando ogni particolare di quella sua giornata, compresa la vana ricerca di Giuditta protrattasi fino a notte fonda.

La voce di Pasquino - Un’indagine di Salvator Rosa nella Roma di papa Chigi di Benito La Mantia e Gabriella Cucca
Collana Fiabesca
176 pagine
ISBN: 978-88-6222-018-7

Commenti

Lascia un commento