I racconti di Creative Commons in Noir: “Il timbro e il flagello” di Alberto Prunetti

Creative Commons in NoirDal fondo della foresta saliva il fragore di una canizza: i segugi avevano scovato il cinghiale e lo inseguivano, e i cacciatori alla bracca lanciavano urla bestiali e disumane, per spaventar la preda e spingerla verso le poste, dove l’aspettavano altri con archibugi e fucili a palle spezzate. Crescevano i latrati e risuonarono alcune esplosioni, e poi fu silenzio di nuovo.

Leonardo Ximenes, gesuita e matematico del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, nell’anno di grazia 1766 seguiva un irto sentiero che conduceva al paese di Tirli, nella provincia la più dimenticata di quell’augusto Sovrano. Detta Provincia, nominata Maremma, è nota per la gran quantità di chiari d’acqua costiera, ricolmi di acque torbe e di mefitiche circolazioni d’aria che apportano un grave danno alla salute degli abitanti di quei luoghi. Abitanti che, per parte loro, son la peggior genia che si possa immaginare.

– Quanto mancherà al paese di Tirli?, chiese Ximenes al servitore.
– Pochi minuti al trotto, signore, rispose quello.
– E già ci hanno dato il benvenuto con le loro urla beluine.
– Vede, mio signore, qua la gente non ha altro spasso che la caccia.
– Ma la fanno di frodo, senza pagar dazio a sua Altezza, o rispettare le proprietà dei terreni.
– Loro li chiamano usi civici, signore, e sostengono di poter cacciare dove e quando possono.
– Già, e nessuno è in grado di insegnar loro a rispettare le proprietà. E che dicono i loro preti?
– Signore, i loro preti sono i peggiori, tra loro.
– Ah, di questo parlerò con la persona che mi attende in Tirli, che la condotta delle genti è affar suo, come mio è il governo delle acque.

Nella canonica di Tirli un uomo attendeva Ximenes. Da una finestra spiava la piazza. Scorse l’arrivo di un uomo, in lontananza, su una cavalcatura. I pochi bravacci del paese si destarono dal loro oziare sulle panche dell’abitato. Iniziarono a ruttare, a proferire insulti. Qualcuno sciolse la cinta dei pantaloni, un semplice legaccio fatto con una punta di ginestra, e mostrò il deretano al nuovo arrivato. Un manipolo di genti di tal fatta occupava la strada e si lanciava in volgarità e urla. Vociavano: “Ecco la guardia del piscio! La guardia del piscio!” Alcuni di questi bruti pisciarono per strada, di fronte all’asino del nuovo arrivato.

Il giudice Severino trattenne a malapena un conato. Che genia di genti disgustose e sconce! Il pensiero di dover posare le sue calzature su quel selciato gli produsse un sobbalzo allo stomaco.

Adesso il cavaliere si era fatto più vicino. Ma non era il gesuita che attendeva, per buona sorte. Riconobbe in lui un povero funzionario granducale che aveva intravisto a Castiglione della Pescaia il giorno prima, l’addetto granducale per l’ispezione dell’igiene. E qui lo chiamavano la guardia del piscio!
– Mio dio, in quale paese sono giunto!

Proprio in quel momento arrivarono in piazza per un altro vicolo due cavalieri. Un uomo maturo, corpulento, con naso aguzzo ed espressione intelligente, su una cavalcatura baia. Sì, questo era lui, sicuramente: Leonardo Ximenes, il matematico del granduca di Toscana. Lo seguiva, su un cavallo un po’ bolso, il suo servitore.

Bussarono alla porta. Ximenes entrò nella sagrestia della buia canonica. Padre Severino, giudice della Corte di Pietro Leopoldo di Toscana, lo attendeva seduto.
– Venga di fronte a me, Ximenes.
Ximenes si avvicinò, un po’ inquieto.

– Vi ho chiamato per discutere il vostro progetto di bonifica delle acque del territorio di Castiglione della Pescaia. Vi chiederei di illustrarmi brevemente il vostro progetto e le idee che lo animano.
– Ne sono lieto. A lungo mi sono occupato di osservazione dei corpi celesti…

Severino lo bloccò: – Lo sappiamo. Avete difeso le tesi di Galileo e avete chiesto all’Inquisizione il permesso di leggere libri all’Indice.
– Permesso che mi è stato negato.
– Questo però non vi ha impedito di procurarvi esemplari delle opere di Bayle, Giannone, Machiavelli, per non parlare del Marino e di Lucrezio!
– Come potete sapere?! Mio Dio…
– Non nominate il nome di Dio, ma biasimate il vostro. Non sapete che ho orecchie ovunque? Avanti, tornate ai vostri progetti idraulici!

Con minore baldanza, il matematico riprese fiato:
– Vedete, sua Altezza il Granduca mi chiede di portare il buon governo delle acque in questa remota provincia. La parte meridionale della Toscana è sommersa, lungo la costa, da zone melmose e putride, dove le acque si ritirano per il calore estivo lasciando le carcasse dei cefali a marcire al sole. Pesci, canna palustre e alghe marciscono ed esalano miasmi mefitici, che trasportati dai venti generano la mala aria di cui si ammalano le genti del posto. Il granduca vuole curare il paludismo, recuperare i terreni alle acque e donarli a faccendieri e uomini d’affari, che li trasformino in granai. Vuole creare strade e canali navigabili e ripopolare questa zona, abitata più che altro da bravi e banditi d’altre località, se non forzati che qui espiano le loro pene.

– E come vorreste realizzare il vostro progetto?

– La scienza idraulica preferisce combattere le paludi con la colmata, un processo lungo, che prevede la deviazione di un fiume limaccioso. L’acqua più cristallina viene inviata attraverso un canale emissario al mare, mentre il limo si deposita nella palude, colmandola negli anni. Però sono contrario a questo metodo.

– E perché?, replicò il giudice.

– Perché tornerebbe comodo ai possidenti, ma danneggerebbe le genti locali. Queste vivono di pesca e di caccia, raccolgono erbe aromatiche e altre fibre che usano per creare utensili, si muovono per i canali quando sono navigabili. Bisogna ridurre il lago per combattere la malaria e per donare nuova terra ai signori di campagna, ma non si possono abolire di colpo gli usi civici delle genti. Per questo penso che il sistema migliore sia quello di una riduzione delle acque in una rete di canali, con conseguente deflusso a mare. Costruirò delle fabbriche di cateratte su un canale emissario della palude: con la stagione estiva chiuderò le bocchette per sollevare le acque ed evitare morie di pesci. Al tempo stesso le cateratte eviteranno che nelle notti di alta marea le acque salse del mare entrino in contatto con le acque dolci, questa essendo un’altra ragion del flagello malarico, a detta di certi medici.

Balle, pensò il giudice. Ma si trattenne:

– Padre, il suo metodo è ingegnoso ma non le procurerà fortuna. I poveracci nascono per morire presto, e gente come quella che abbiamo visto comportarsi in maniera tanto indegna non merita affatto di vivere. La malaria è il giusto castigo che il Signore ha inviato in Maremma per colpire genti bestemmiatrici e riottose. Io le sconsiglio vivamente di insistere coi suoi progetti. So che ha intenzione di pubblicare i suoi risultati…

– Sto pubblicando a mie spese i progetti di risanamento e li lascerò a disposizione di qualsiasi sapiente che vorrà modificarli. Non mi interessa essere considerato il proprietario di un’idea. Se la lascio libera, essa circolerà più velocemente.

– Già, ma le sue idee le ha formulate coi soldi del nostro Sovrano. Pietro Leopoldo è il proprietario delle sue idee, non lo dimentichi. È per questo in realtà che l’ho fatto chiamare. Se insisterà in questo progetto caparbio, le taglieremo i fondi. Non possiamo regalare quattrini per far stampare vani progetti.
Il matematico tentò una timida protesta: – Ma…
Il giudice lo interruppe subito:
– Gesuita, se vuole continuare a far calcoli per il Granduca, si ricordi di bollare ogni pagina dei suoi studi con la ceralacca dei Lorena. La nostra discussione finisce qui. Ha un mese per presentarsi a Firenze al cospetto del nostro Sovrano, consegnando una copia cartacea di tutti i suoi studi. Poi vedremo il da farsi. Può andare.

Rimasto solo, Severino sorrise perfidamente. Il matematico non sembrava un tipo troppo duro. Spaventato, avrebbe rimesso i suoi progetti deliranti nelle mani degli accademici granducali. Il progetto di libera circolazione del sapere era un’idiozia. Peggio che mai l’idea di combattere il flagello della malaria, un male necessario per contenere la popolazione e togliersi di torno la feccia della Toscana meridionale. Il giudice si affacciò alla finestra dell’abitato. Non vedeva l’ora di tornare a Firenze, lontano da questi luoghi incivili che detestava. Per strada due contadini trasportavano il cadavere di un terzo gaglioffo, dallo stomaco verde, gonfio fino all’inverosimile: i miasmi stavano facendo un buon lavoro e di questo venefizio criminale, che eccitava i suoi sensi, si sentiva complice. Certo, uccidere col diritto alle spalle era altra cosa: da troppo tempo non condannava nessuno a morte. Colpa del granduca, che su questo punto si faceva influenzare da bizzarre idee francesi.

Il giudice tornò nella sua stanza. Prese un foglio di carta e una penna d’oca, la intinse nell’inchiostro e stese un nuovo articolo di quel codice penale che i più eminenti togati stavano preparando su commissione di Pietro Leopoldo.
Vergò sulla carta un paio di articoli piedi di un livore atroce. Li lesse un paio di volte, immaginando le teste dei colpevoli che rotolavano nel cortile del Bargello di Firenze.
Guardò la pagina del codice penale che aveva appena redatto. Perché nessuno gli rubasse l’idea, ci scaglio sopra il timbro granducale, con entusiasmo.
La ceralacca si seccò rapidamente, il sorriso del giudice si fece cattivo.

3 thoughts on “I racconti di Creative Commons in Noir: “Il timbro e il flagello” di Alberto Prunetti

  1. Il racconto è interamente di fiction, anche se c’è una base documentaristica. Anni fa lessi un breve saggio sulle condizioni di vita degli abitanti del territorio di Castiglion della Pescaia tra Sei e Settecento. I maremmani “d’antan” erano estremamente brutali e i più pesanti erano i preti, che venivano spediti in Maremma in punizione e preferivano andare a caccia invece che a messa. Ho recuperato alcuni tratti biografici dello Ximenes, ma il tutto è estremamente romanzato.

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