Basaglia a Trieste: quasi prima che accada
Quando, nel 1839, il primo scatto fotografico riesce finalmente a riprodurre su una lastra la realtà così com’è, la nascente psichiatria che ha postulato il danno al cervello come causa della malattia mentale è alla ricerca di una dimostrazione oggettiva e incontestabile delle sue ipotesi. I segni della malattia che il sapere medico sta disegnando con crescente sicurezza devono essere oggettivabili. La fotografia si offre così a sostenere la psichiatria che vuole rappresentare la follia. Diventa la prova inequivocabile della malattia ed entra nei classici manuali della Clinica Psichiatrica.
Sono patetiche e tragiche le foto dei malati costretti in posa a mostrare sul loro volto i segni della malinconia, dell’allucinazione, della mania, delle passioni alterate, dell’idiozia, del furore. Il gesto, l’espressione, lo sguardo del folle fermato nella lastra testimoniano con indiscutibile rigore la malattia. La classificazione delle malattie sembra avere ormai fondamenti più che evidenti. Alla catalogazione segue la riduzione di ogni passione, emozione, sentimento a malattia e da qui la sottrazione, la separazione, il sequestro.
Quando la foto segnaletica comincia a servire le autorità di polizia, anche la psichiatria arricchisce di questo strumento il suo agire istituzionale. La foto segnaletica diventa corredo della cartella clinica: gli internati in posa di profilo e di prospetto con il numero di matricola sulla divisa. Sfogliando oggi le vecchie cartelle si scoprono le persone ferme nella loro sofferenza, si coglie la profonda tragicità del momento in cui stanno per diventare irreversibilmente oggetto, stanno per perdere per sempre la loro appartenenza. Vengono i brividi a figurarsi la tranquilla competenza dell’infermiere fotografo intento a ritrarre il momento di quel tragico cambiamento, quasi un attimo prima che accada.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Saint Vincent” di Michele Frisia
Dieci anni a Saint Vincent, fra strozzini e case d’appuntamenti, scivolando sulla moquette del casinò e ballando il rock’n roll sulla tomba delle mie buone intenzioni. Dieci anni a Saint Vincent. Questo è il mio inferno.
Lavoravo come meccanico, lontano da qui, quando Salvatore arrivò nel quartiere. Non cercava pubblicità per cui non sapevo chi fosse, o non l’avrei mai toccato. Pomeriggio caldo e silenzioso, smontando il differenziale di una Saxo; avevo trovato problemi ed ero innervosito dalla coppa e dai bulloni, quando lo vidi dall’altra parte della strada. Stava picchiando una ragazza, con le nocche: e non sopporto chi picchia le donne. Lui si accorse che stavo arrivando quando ero ancora in mezzo alla carreggiata, con lo straccio unto di grasso fra le mani e la salopette che mi stringeva sulla pancia. Si accorse che stavo arrivando, ma non gli servì. Il giorno dopo entrò in officina un uomo. Aveva un accento spiccato. — Salvatore ha parenti importanti… – mi stava dicendo. Ma io non lo ascoltavo più. Lo sguardo era magnetizzato dalla pistola nella mano; la teneva appoggiata sul palmo, senza impugnarla, con il tamburo in bella vista. — Hai sbagliato. Ma nessuno era mai riuscito a buttare giù Salvatore, e qualcuno più influente di me sostiene che potresti esserci utile. Assumerti anziché ammazzarti…
Da quel giorno sono passati dieci anni. Dieci anni a risolvere problemi e riscuotere crediti. Dieci anni da incendiario e guardia del corpo e picchiatore. Dieci anni su e giù dal confine. E forse Saint Vincent è soltanto il mio purgatorio.
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L’uomo nell’ombra: sul confine dei generi / 1
È da anni che Giuliana Iaschi si misura con il più versatile fra i generi della tradizione letteraria occidentale, il romanzo. Quella forma, ha ricordato Mario Vargas Llosa, in apertura del ciclopico Romanzo (5 volumi curati da F. Moretti), capace di propiziare una “conoscenza totalizzante e in presa diretta dell’essere umano”. Ed è da sempre che sceglie di collocarsi, dentro il suo universo pressoché infinito, nell’ambito di una costellazione speciale, quella gialla. Del resto, emancipatosi da un ruolo ancillare, liberatosi dalla taccia di Trivialliteratur, appendicismo e pratica di scrittura-lettura schiacciata su esigenze di evasione, il romanzo criminale, nelle sue infinite declinazioni (sulle quali i mandarini della critica non cessano, spesso oziosamente, di sbizzarrire la loro intelligenza) è ormai assurto a cifra della nostra epoca.
E tutto ciò a prescindere dall’alluvione inflattiva di cui è, colpevolmente, beneficiario. Apriamo un giornale; anzi, restiamo sulla prima pagina: difficile dire se l’informazione si sia modellata sul profilo del thriller, acquisendone i ritmi ed i motivi per calamitare l’attenzione di lettori bisognosi di integratori adrenalinici per la loro anoressia emozionale, o se effettivamente l’invadenza del male nella quotidianità dell’età globale sia un fenomeno tanto prepotente da plasmare la retorica dei media. Distinzione forse capziosa, se è vero che la fenomenologia del gusto non è indipendente dalle forme e dai (dis)valori della società. Fatto sta che Henning Mankell, il maggior portavoce scandinavo della corporazione dei giallisti, ha recentemente rivendicato al racconto poliziesco una capacità di cogliere lo specifico della nostra epoca superiore ad ogni altra forma letteraria. Potremmo dissentire, ma certo, espressa dal piedistallo di un successo epocale, è opinione di cui bisogna tener conto. Sono passati i secoli e le impronte sulla sabbia che, incuriosendo Robinsoe Crusoe, hanno dato, per così dire, la stura alla moderna quête romanzesca, si sono ormai tinte di color rosso sangue.
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Il duomo di Sovana: arte, storia e archeoastronomia
Il paese di Sovana ha origini che risalgono a tempi remoti. Ricerche archeologiche hanno attestato una frequentazione umana dell’area sovanese intorno alla prima età dei metalli (IV millennio A.C. circa), come è riscontrabile anche nella limitrofa regione tosco-laziale. I più antichi segni di attività religiosa rinvenuti nel comprensorio sono le cosiddette tombe “a uovo”, locali funebri scolpiti nel tufo a forma ovale o tondeggiante. Gli artefici di questi sepolcri, molto probabilmente giunti dall’oriente egeo-anatolico (cultura di Rinaldone), precedetterro di molti secoli quella che sarà definita la civiltà più religiosa dell’antica Italia, la civiltà etrusca, anch’essa di origini egeo-anatoliche.
Dopo la decadenza del mondo etrusco e la successiva caduta dell’impero romano, iniziò il lungo e contrastato processo di cristianizzazione dell’area maremmana, che in Sovana ebbe uno dei suoi epicentri. Il duomo di Sovana, sorto su una più modesta pieve medievale, è il più importante monumento cristiano dell’area maremmana. L’unicità della sua architettura, a causa di una rara commistione di stili, nonché il pregevole stato di conservazione, permettono di assegnargli un posto di rilievo nella storia dell’architettura, assieme a Sant’Antimo e San Galgano nel senese, gli altri due eccezionali edifici cristiani di questa regione.
L’apprezzamento profondo del complesso architettonico sovanese lo si può concepire su diversi piani di comprensione e percezione. Le antiche mura, i pilastri, i rifiniti rilievi scultorei, la spazialità delle volte e l’armonia dell’insieme parlano da soli. L’ambiente sacro induce spontaneamente al raccogliemento interiore e ad una immediata percezione dello spirito religioso che ha animato gli edificatori e gli artisti che hanno lavorato tra queste mura. Osservando meglio ed entrando più in profondità nei particolari che compongono l’insieme dell’edificio, si coglie un più vasto e sorprendente panorama.
Dieto armonia e bellezza, qui è stata inserita ad arte la sapienza che re Salomone riconobbe in Hiram, l’archetipo di Tyro chiamato a costruire il Tempio di Gerusalemme considerato il più importante mai edificato in onore dell’Altissimo. La stessa sapienza dei numeri, proporzioni, misure, simboli e forme, tradizionale retaggio dei costruttori di chiese e cattedrali che nobilitarono con la loro arte il medioevo cristiano. Questi costruttori e artisti furono i diffusori dell’arte romanica e gotica tramandando tecniche e segreti costruttivi che, nell’arco di una decina di secoli - dall’VIII al XVI secolo circa -, permisero la nascita di capolavori che dall’oscuro medioevo raggiunsero la piena età rinascimentale.
La voce di Pasquino: la scomparsa di Giuditta e la ricerca di Rosa
Rosa uscì dalla bottega di Piperno convinto di aver trovato un altro indizio utile per far restituire la libertà a Onofri. Fatto appena qualche passo, scorse due uomini ai lati della strada. Se ne stavano entrambi immobili, appoggiati al muro, quasi fossero cariatidi. Se non fosse stato per la loro aria torva, li si sarebbe potuti scambiare per innocui mendicanti, due fra i tanti che affollavano la città di Roma. Non appena Salvatore fu a tiro, essi scattarono verso di lui e, da consumati commedianti, gli chiesero insistentemente l’elemosina, dapprima tenendosi discosti, poi allungando le mani per tastargli le tasche. Rosa, che aveva ancora una buona provvista di denaro sotto il giubbetto, reagì rapidamente: gli bastò far la mossa di estrarre dalla cintola un pugnale inesistente per far desistere i due tagliaborse e indurli a darsela a gambe.
Trovandosi nella strada Giulia, al pittore venne spontaneo alzare gli occhi verso il complesso delle Carceri Nuove, inaugurate due anni prima, nelle quali si trovava rinchiuso il suo amico Gian Maria. Sostò per un attimo vicino al portone, quasi avvertendo le sofferenze e lo sconforto che dovevano opprimere Onofri in quel momento. Poi, avviandosi verso la casa dei Samboni per mettere i marchesi al corrente dei nuovi elementi acquisiti a suon di scudi, cominciò a riflettere sull’intera vicenda che aveva portato in prigione il suo amico, chiedendosi quali ipotesi fossero a quel punto possibili per dipanare il caso.
Di certo – pensava – Giuditta è stata a S. Ivo, attirata nella trappola da un biglietto sicuramente falso. Lì è stata aggredita con l’intenzione di abusarne carnalmente e di rapinarla, e lì ha trovato la morte. Qualcuno, forse durante la notte, ha caricato il cadavere della ragazza per andarlo a sistemare su un argine del Tevere.
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Angelo mio” di Alberto Giorgi
La lama punta diritta verso la mia pancia e io non ce la faccio a staccare gli occhi dal bastardo che la maneggia. Il Calabrese è stravolto, mi guarda con odio e io non riesco a evitare il peggio; non è che non voglio farlo, è lui che è troppo svelto. Riesco solo a dire merda.
Un attimo dopo la lama guizza, la sento intaccare l’osso, ruotare per allinearsi allo spazio tra le costole e infilarsi dentro. Il dolore è forte e io cado a terra. Lo scalpiccio di quello stronzo che scappa mi si fissa nelle orecchie; vorrei rincorrerlo, ma ha lasciato il coltello piantato nel mio petto. Fa un male boia, cerco di girarmi sul fianco, ma non ci riesco. Le mie mani si aggrappano al selciato. Sollevo un po’ la testa e fisso la madreperla bianca e le borchie di metallo lucido del manico: mi sembra familiare. Un attimo dopo arriva mia moglie. Urla il mio nome e si mette a piangere dicendo cose che non capisco. Tutto diventa liquido, ovattato e distorto. Cerco di respirare e la bocca mi si riempie di sangue. Cerco di sputare e invece tossisco, ed è una sensazione orribile. Lei mi stringe la mano, poi tutto si calma e mi sento bene; è fatta, mi dico. Lei si curva sul mio corpo e chiede cento volte perché.
Ora te lo spiego io perché, angelo mio.
Figlio di puttana, mi ha urlato quel bastardo di Calabrese dalla strada, vieni giù che t’ammazzo.
Stai calmo, gli ho risposto dalla finestra, che ti succede?
E lui: te la sei voluta scopare e adesso dobbiamo regolare i conti.
E io: ma sei impazzito? Di che cazzo parli?
Parlo di quella zoccola di mia moglie, ha sbraitato, quella che ti sei sbattuto sul mio letto, alla faccia mia.
Sei fuori di testa, io, a tua moglie, neanche la riconosco per strada.
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Un uomo chiamato cavallo
[Per presentare un nuovo libro della collana manicomiale su cui noi di Stampa Alternativa stiamo puntando molto, usiamo questo articolo di Marco Travaglio pubblicato sul quotidiano L’Unità del 18 marzo scorso. E diciamo due parole in apertura. Intanto il libro è Basaglia a Trieste - Cronaca del cambiamento, che contiene interventi di Peppe Dell’Acqua, già autore di Non ho l’arma che uccide il leone, e di Franco Rotelli, oltre che le immagini di Claudio Erné. Inoltre racconta del lavoro di uno psichiatra rivoluzionario, Franco Basaglia. Leggere che c’è chi sta facendo campagna elettorale chiedendo la “dismissione” di leggi lungimiranti come quella da lui voluta - forse la più lungimirante, insieme a quella sul divorzio - ci lascia allibiti per l’insensatezza della richiesta. E anche preoccupati: forse, se in Italia esistessero ancora manicomi (e magari qualcuno ancora di frodo ne esiste), sarebbe da indicarlo all’ex presidente della commissione Mitrokhin. Non è escluso che non ne abbia bisogno lui per primo. (Marcello Baraghini)]
Il senatore Paolo Guzzanti è su di giri. L’altro giorno, con grave sprezzo del pericolo, annunciava la nuova missione per la prossima legislatura: smantellare la legge Basaglia che abolì i manicomi. Una mossa autolesionista, ma che gli fa onore, visti gli ultimi sviluppi della commissione Mitrokhin, il cui “superconsulente” Mario Scaramella ha appena patteggiato 4 anni di reclusione per calunnia. Ora poi che la Corte d’appello di Milano ha assolto Guzzanti dall’accusa di aver diffamato tre giornalisti di Rainews24 (Morrione, Ranucci e Ferri) - da lui accusati nel 2001 di aver “manipolato” la famosa intervista di Paolo Borsellino, realizzata nel 1992 da due giornalisti di Canal Plus alla vigilia delle stragi di Capaci e via d’Amelio - non lo tiene più nessuno. Nel suo psico-blog sobriamente intitolato “Rivoluzione Italiana”, il nostro eroe trae dalla sentenza conclusioni a dir poco stupefacenti:
La Corte d’appello di Milano mi assolve dandomi atto che l’intervista a Borsellino era manipolata col copia incolla per far credere che il mafioso Mangano parlasse di droga con Dell’Utri, mentre invece parlava con un mafioso della famiglia Inzerillo. E si certifica che quando Dell’Utri parlava di cavalli, parlava di cavalli! E pensare che questo era un cavallo di battaglia del solito Travaglio che spadroneggia in tv e su youtube senza contraddittorio. E’ una sentenza devastante per il finto giornalismo basato su documenti falsi e manipolati.
Cuba: otro mundo es posible
Mentre l’FBI si impegnava con tutte le sue forze a trasformare in spie i cinque cubani che a Miami stavano cercando di proteggere il loro paese dai terroristi, nella stessa Florida alcuni commando suicidi si preparavano indisturbati a realizzare il più spettacolare attentato della storia, progettato da un altro illustre ex allievo della CIA: Osama Bin Laden. Alla vigilia dell’attentato contro le Torri Gemelle, il governo statunitense aveva un totale di quattro dipendenti dedicati alle investigazioni sui fondi di Bin Laden e su quelli di Saddam Hussein mentre ben venti dipendenti erano impegnati a vigilare sull’effettiva attuazione del blocco economico contro Cuba.
Il Dipartimento del Tesoro ha ammesso di aver eseguito, dal 1990, 93 inchieste sul terrorismo internazionale e 10.683 inchieste per impedire a cittadini statunitensi di recarsi a Cuba. In compenso, però, la popolazione si sentirà senz’altro rassicurata dal fatto che recentemente il Pentagono abbia ritenuto di dover declassare la minaccia di conquista degli Stati Uniti da parte del potente e temibile esercito cubano. La minaccia, certo, persiste, ma il verificarsi dell’invasione risulta ora meno probabile [1]. Non finisce mai di sorprendere quanto sia diffusa la paura dell’invasione in un Paese che nessuno invade e che ha piuttosto la tendenza a invadere gli altri.
Cuba rappresenta una minaccia. Non la minaccia di un esercito, ma la minaccia di un’idea: l’idea che si possa essere artefici del proprio destino, l’idea che anche il più povero tra i più poveri abbia diritto a un’esistenza decorosa. Un’idea che si ostina a resistere.
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I segreti del jazz: alla ricerca di sonorità
[Prima di dare la parola a Stefano Zenni per introdurre il suo I segreti del jazz - Guida all’ascolto, solo due parole per annunciare che questo volume, a cui è allegato un CD, avrà una propria estensione su web: stiamo infatti lavorando affinché a breve siano scaricabili nuovi brani che non sono stati inseriti nel supporto musicale, ma che verranno messi a disposizione via web. Dunque, a breve pubblicheremo l’annuncio della pubblicazione di questi pezzi in modo che chiunque interessato possa prenderli per ascoltarli.]
Un’esplorazione del linguaggio del jazz non può iniziare senza aver prima affrontato la questione essenziale della sua definizione. Naturalmente il libro stesso è una risposta a questa legittima domanda; ma prima di inoltrarci nell’analisi di stili e linguaggi è necessario affrontare tre questioni per sgombrare subito il campo da dubbi ed equivoci.
La prima riguarda la parola “jazz” e la sua etimologia, che rimane oscura e controversa. Sono state proposte numerose ipotesi, ma a tutt’oggi nessuna è stata provata in modo convincente e definitivo1. Scremando le congetture più fragili, rimangono due teorie. La prima è sostenuta dallo scrittore Clarence Major, secondo il quale «jazz […] è molto probabilmente una parola moderna per jaja (Bantu), che significa danzare, suonare […] forse una versione creola della parola Ki-Kongo dinza e della prima variante di New Orleans “jizz”». A favore dell’ipotesi di Major vi è il fatto che in effetti molte parole Kongo sono sopravvissute nel linguaggio degli schiavi, ad esempio mambo, tango, rumba, milonga, sarabanda. Tuttavia l’autore non offre ulteriori spiegazioni.
La seconda teoria è sostenuta da Dick Holbrook, che all’etimologia di “jazz” ha dedicato un ampio studio. Basandosi su un precedente lavoro di Peter Tamoy, Holbrook appoggia l’idea che la parola derivi dagli americanismi “gism” e “jasm”. «Essi risalgono all’Ottocento – sempre con il significato di spirito, energia, talento, coraggio, audacia, entusiasmo e abilità. Un secondo significato colloquiale è “seme”, lo sperma maschile. Gism e Jasm hanno un suono simile. Non è forse possibile che con il passare degli anni si sia perso il suono soffice della “m” finale – lasciandoci con Jazz?». La parola “gism” è largamente attestata dalla metà dell’Ottocento, ma – osserva Porter – «l’Oxford English Dictionary annota sotto “jazz” che la connessione tra jazz e jasm “non può essere dimostrata”».
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La casta dei giornali: tutto a carico del contribuente
[Prima di passare al pezzo di Beppe Grillo, un annuncio: domani alle 21, presso la sala Sant’Angelo di via San Mamolo 24, a Bologna Beppe Lopez, autore del libro La casta dei giornali parteciperà al dibattito Politica, potere e informazione. Con lui saranno presente Bernardo Iovene (Report) e Daniela Guerra (capogruppo verdi per la pace regione Emilia Romagna). A moderare il dibattito sarà la giornalista Chiara Valentini (L’Espresso). Qui il pdf con il manifesto dell’incontro.]
I tagli ai costi della Casta sono nel DNA della Mondadori, di RCS, del Sole 24 Ore e dell’Espresso-La Repubblica. Gruppi di punta del risanamento italico. L’importante, però, è che i tagli non li riguardino. Berlusconi, De Benedetti, la Confindustria e il “salotto buono” di RCS si fanno pagare i costi del telefono, della luce e dei francobolli per le spedizioni. Hanno un’IVA scontata e, se gradiscono, finanziamenti agevolati. Sono contento. I più ricchi imprenditori italiani lo sono un po’ anche per merito nostro. Quando lo psiconano leccherà un francobollo gratis per spedire Panorama e il liberal distruttore della Olivetti non pagherà la bolletta della luce penseranno a noi con affetto sincero.
“Per quello che riguarda i contributi indiretti, solo per le spese telefoniche, elettriche e postali, per la carta (a 495 «imprese editrici di quotidiani, periodici e libri») e per la riqualificazione professionale, lo Stato avrebbe dunque “rimborsato” in un solo anno 450 milioni di euro. Ne hanno beneficiato tutte le aziende editoriali, ma di fatto in misura più consistente i giornali a più alta tiratura.
La FIEG calcolava in 270 milioni, nel 2006, la sola “compensazione” per le agevolazioni postali in abbonamento versata dallo Stato a Poste Italiane S.p.A., attribuendoli nella misura di 100 milioni alle pubblicazioni no profit, di 48 ai quotidiani e di 120 ai periodici. In effetti le agevolazioni postali sono costate 303 milioni nel 2005 e 299 nel 2006, secondo il calcolo ufficializzato nel luglio 2007 dal presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato Antonio Catricalà, rendendo pubblica un’indagine dell’Antitrust sul mercato dell’informazione (quotidiani, periodici, TV, nuovi media, ecc.). 7.124 le testate complessivamente sostenute, compresi il settore no profit (104 milioni) e gli editori di libri (25 milioni).
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I racconti di Creative Commons in Noir: “Il timbro e il flagello” di Alberto Prunetti
Dal fondo della foresta saliva il fragore di una canizza: i segugi avevano scovato il cinghiale e lo inseguivano, e i cacciatori alla bracca lanciavano urla bestiali e disumane, per spaventar la preda e spingerla verso le poste, dove l’aspettavano altri con archibugi e fucili a palle spezzate. Crescevano i latrati e risuonarono alcune esplosioni, e poi fu silenzio di nuovo.
Leonardo Ximenes, gesuita e matematico del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, nell’anno di grazia 1766 seguiva un irto sentiero che conduceva al paese di Tirli, nella provincia la più dimenticata di quell’augusto Sovrano. Detta Provincia, nominata Maremma, è nota per la gran quantità di chiari d’acqua costiera, ricolmi di acque torbe e di mefitiche circolazioni d’aria che apportano un grave danno alla salute degli abitanti di quei luoghi. Abitanti che, per parte loro, son la peggior genia che si possa immaginare.
- Quanto mancherà al paese di Tirli?, chiese Ximenes al servitore.
- Pochi minuti al trotto, signore, rispose quello.
- E già ci hanno dato il benvenuto con le loro urla beluine.
- Vede, mio signore, qua la gente non ha altro spasso che la caccia.
- Ma la fanno di frodo, senza pagar dazio a sua Altezza, o rispettare le proprietà dei terreni.
- Loro li chiamano usi civici, signore, e sostengono di poter cacciare dove e quando possono.
- Già, e nessuno è in grado di insegnar loro a rispettare le proprietà. E che dicono i loro preti?
- Signore, i loro preti sono i peggiori, tra loro.
- Ah, di questo parlerò con la persona che mi attende in Tirli, che la condotta delle genti è affar suo, come mio è il governo delle acque.
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Membri di partito: mani e occhi a posto
Entra in vigore il codice antimolestie per i tremila dipendenti della Regione Puglia. Nel mirino anche carezze e allusioni:
Il codice di condotta per la prevenzione di molestie sessuali, discriminazioni e mobbing, elaborato da un paio di comitati regionali, e adottato dalla giunta regionale [pugliese ndr], è puntiglioso, preciso, dettagliato. Soprattutto nella parte in cui s’indugia sulle “tipologie esemplificative di comportamenti”, che si configurano come “molestia sessuale”. Uno “sguardo insistente” può essere pericoloso. Ovviamente per chi lo fa. Più compromettenti e più dimostrabili sono “i gesti alludenti al rapporto sessuale”. Vietati anche i “discorsi a doppio senso a sfondo sessuale”.
Raccontare le proprie perfomance sessuali della notte precedente in presenza di chi non vuole ascoltarle, porta il dipendente regionale dritto dritto alla sanzione disciplinare. Che è sempre in agguato. Anche se sulla scrivania c’è la foto osè di una modella su un giornale letto in ufficio. Ma il vero spauracchio sono i “contatti corporei fastidiosi”. Nell’ordine: pizzicotti, pacche, carezze. Dare un pizzicotto può essere fatale al pari di una pacca. Ma rischiosissima è anche la carezza. Quella evidente, sincera ma non voluta al pari di quella intenzionale camuffata da casualità.
[via Repubblica.it]
I dipendenti della Provincia (di Bari), invece, possono continuare a stare tranquilli. Fortunati loro che hanno vicino il Salottino [*].
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La voce di Pasquino: un’indagine di Salvator Rosa nella Roma di papa Chigi
Il lettore di filosofia Giovanni Maria Onofri alzò gli occhi verso il vano della finestra attraverso il quale entrava la luce di quella calda mattina di agosto. Aveva sul tavolo di fronte a sé i volumi fin allora editati in Amsterdam, a partire dal 1650, dell’Opera philosophica di Cartesio. Benché la Sapienza fosse chiusa per la lunga vacanza estiva, egli si era recato di buon’ora nella biblioteca dell’ateneo per proseguire, nella sua veste di consultore della Congregazione dell’Indice, l’esame di quei testi. Il razionalismo cartesiano lo convinceva in più parti, ma sapeva di non poter spendere pubblicamente la sua opinione in favore di quelle idee. Nonostante l’autore avesse adoperato ogni cautela per non incorrere nella censura ecclesiastica, il nostro consultore si trovava costretto a segnalare tutti quei passi che mal si conciliavano con il magistero della Chiesa cattolica.
Dopo aver fissato su un foglio alcune note, il professore s’immerse nuovamente in quelle pagine e continuò la lettura fino a quando i rintocchi di mezzodì delle campane non lo distolsero. Chiuse il volume che esaminava lasciando un foglio fra le pagine, radunò le carte sul tavolo e rimase in attesa che arrivasse il custode per chiudere a chiave la porta della biblioteca. Si lasciò distrarre per alcuni minuti dai rumori che giungevano dalla strada sottostante, poi si alzò, indossò il giustacuore nero, prese il cappello e si avviò verso l’uscita.
Percorrendo il loggiato superiore sinistro, chiamò a voce alta il giovane Matteo, guardiano da circa un anno dell’edificio. Non udì risposta. Allora si affacciò per guardare nel cortile. Non scorgendo alcuna presenza, scese le scale e quando fu al pianoterra, dopo aver abbracciato con una rapida occhiata la doppia fila di arcate saldate in fondo dalla chiesa non ancora consacrata di S. Ivo, elegante frutto del genio di Borromini, attraversò il cortile e si diresse verso l’alloggio del custode. Ne trovò la porta chiusa.
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Rete 180, la voce di chi sente le voci, chiude
Rete 180, la voce di chi sente le voci, chiude. Rete 180, la cui redazione è composta di pazienti psichiatrici, da sempre ha avuto con Stampa Alternativa un rapporto privilegiato. È stata la radio ufficiale delle ultime due edizioni del Festival della Letteratura Resistente di Pitigliano; ha ospitato nei suoi studi di Mantova Marcello Baraghini e molti autori; il direttore artistico di Rete 180 sono io, che ho scritto Psicofarmaci agli psichiatri, la polemista di punta di Rete 180, Gianna Schiavetti, esordirà a breve come scrittrice in Eretica col suo libro-diario La schizofrenia non esiste e se esistesse io vorrei averla; tra l’editore di Rete 180 Giovanni Rossi e Marcello Baraghini sono in corso contatti per spostare a Mantova una giornata del festival di Pitigliano.
Ma adesso Rete 180 chiude e se vi collegate al sito della radio troverete solo un intervallo. È giusto che gli amici di Stampa Alternativa sappiano della chiusura perché le strade di queste due esperienze sono state spesso vicine e le possibilità di collaborazione sarebbero state tante e interessanti. Per questo il sottoscritto, nella sua veste di direttore artistico di Rete 180, chiede ospitalità al blog per raccontare quanto direbbe adesso in radio se le trasmissioni funzionassero regolarmente.
Lo scorso anno Rete 180 sbancò Sanremo: la canzone di Cristicchi che parlava dei matti divenne l’occasione per riflettere sulla realtà della psichiatria oltre gli stereotipi e la compassione, coinvolgendo lo stesso vincitore in un confronto intelligente e costruttivo che portò, tra l’altro, al rifacimento della canzone Ti regalerò una rosa. E quest’anno? Cosa dire del flop televisivo e della melensa canzone che ha l’unico scopo di trainare con pubblicità a costo zero uno spettacolo teatrale in cui la Rai avrà di sicuro qualche interesse?
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Lopez ospite della trasmissione Sottovoce di Gigi Marzullo
E dopo Mario La Ferla, domani un altro nostro autore sarà ospite delle reti Rai. Si tratta di Beppe Lopez, che ha scritto La casta dei giornali - Così l’editoria italiana è stata sovvenzionata e assimilata alla casta dei politici, che parteciperà alla trasmissione Sottovoce condotta da Gigi Marzullo. All’appuntamento dunque per chi volesse seguire la puntata e per domani notte, a partire dall’una, su RaiUno.









