A proposito di Israele, Ramadam e boicottaggi

Menashe Kadishman - Foto di Angel TOHo letto sul vostro sito la Lettera 22 di Marcello Baraghini, Boicotto Ramadam che boicotta Torino, e mi trovo pienamente d’accordo con lui. Scrive Marcello:

Tariq Ramadan è un intellettuale islamico che solo per la definizione di cui si fregia, mi mette i brividi, perché mi fa subito pensare al più noto e invadente intellettuale di casa nostra, ossessivamente presente in televisione e sui giornali e al nulla del suo pensiero, così ben mostrato nel nostro Millelire Il giovane Cacciari, leggibile e scaricabile dal sito Libera Cultura.

Dunque Ramadan qualche giorno fa dichiara, con mille grancasse mediatiche al seguito, che boicotterà, e invita tutti a fare altrettanto, la Fiera del Libro di Torino, poiché quest’anno il Paese Ospite sarà Israele. Lui boicotta la Fiera e io, nel mio piccolo e senza grancasse, voglio dare un segnale per boicottare lui, l’intellettuale islamico: lo stand di Stampa Alternativa alla Fiera di Torino ospiterà Israele. Attenzione però, non lo stato di Israele, che pure io non amo, ritenendolo violento e militarista, ma gli scrittori israeliani, i soli capaci, secondo me, con le loro opere, di mettere in crisi l’arroganza e la violenza dei loro generali e politici. Pensate un po’ che la persona che mi dette questa idea fu il primo ambasciatore di “Al Fatah” in Italia. Io dopo aver collaborato alla redazione e alla diffusione di “Vietnam Informazioni”, il bollettino delle forze di liberazione vietnamite, fui chiamato a fondare ed a diffondere “Al Fatah”. Accettai, senza pensarci su e così frequentai assiduamente l’ambasciatore, che era anche poeta, scrittore e innamorato delle arti, della musica soprattutto.


Sarà anche perché in questo periodo sto studiando l’yddish, la cultura ebraica, le sue barzellette e ancora la liturgia, lo yom kippur, l’accento sefardita e ashkenazita, insomma trovo ridicolo tutto questo subbuglio. Ancora di più i lettori, le persone presunte di cultura dovrebbero capire che Israele, quello dei muri e del mossad non ha nulla a che vedere con la cultura e lo spirito ebraico, con l’Israele sognata, quella dell’anno prossimo a Gerusalemme, quella dei poeti e dei cantori, degli aforismi e delle persone di pace.

Commenti

2 commenti to “A proposito di Israele, Ramadam e boicottaggi”

  1. Franco Vite on Febbraio 28th, 2008 08:07

    Vero, la cultura di un popolo spesso non ha nulla a che fare con uno Stato, per fortuna.
    Peccato che alla mostra del libro di Tornino non è stata invitata una “cultura”, ma uno Stato, a celebrazione del sessantesimo anno della sua fondazione.

    E’ qui la differenza, e la novità, pure, visto che non è mai stato fatto prima.

    Fino a che non si capisce, o meglio si accetta, questa differenza, a mio avviso enorme, si continuerà con questa farsa, perdonatemi se uso un termine forte.

    Sul blog di Ettore Bianciardi, http://www.riaprireilfuoco.org/blog, che purtroppo da qualche giorno è vuoto, c’è stata una discussione su quanto sopra, che non ho voglia di stare a ripetere, per cui vi ci rimando:

    http://tinyurl.com/2aqydj

    Saluti affettuosi.

  2. stefano on Febbraio 28th, 2008 23:34

    Fiera del Libro di Torino. Un appello degli e agli editori
    La cultura sia al servizio della pace tra i popoli, non della celebrazione
    del colonialismo

    ” Io non ritengo che uno Stato che mantiene un’occupazione, commettendo
    giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato ad una
    qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale; è un atto barbaro
    mascherato da cultura in maniera cinica. Manifesta un sostegno ad Israele, e
    forse anche alla Francia che appoggia l’occupazione. Ed io non voglio
    partecipare.
    Cordiali saluti,
    Aharon Shabtai ”

    Come editori, piccoli e non, sentiamo doveroso intervenire con un nostro
    punto di vista in merito alla polemica scatenatasi attorno alla prossima
    Fiera del Libro di Torino, a cui è stato invitato come paese ospite Israele.
    Tale scelta ci sembra motivata non da ragioni di tipo culturale e dalla
    volontà di promuovere gli scrittori e la letteratura israeliani, ma da
    ragioni di tipo politico che nulla hanno a che vedere con gli scambi
    culturali tra i popoli e che rischiano di ritorcersi contro gli stessi
    artisti israeliani.

    Come è emerso anche dalla stampa, il paese ospite doveva essere un altro, l’
    Egitto, a seguito di accordi sottoscritti e sanciti nei mesi passati; dietro
    le pressioni degli organismi diplomatici israeliani, impegnati in tutto il
    mondo a organizzare le celebrazioni del sessantesimo anniversario della
    fondazione dello Stato di Israele, l’Ente Fiera del Libro ha deciso di
    cambiare il paese ospite.
    Questa scelta ci sembra francamente inopportuna, dal momento che finge di
    non considerare quanto accade sul terreno in Palestina/Israele. Nello stesso
    momento in cui sessanta anni fa nasceva lo Stato di Israele, il popolo che
    sul quelle terre abitava è stato scacciato con la violenza e il terrore ed è
    divenuto profugo, o costretto a vivere in porzioni sempre minori della terra
    originariamente abitata proprio a causa dell’espansionismo nel neonato stato
    ebraico.
    Sessanta anni fa iniziava per i palestinesi la nakba, la catastrofe, che non
    ha mai avuto fine. Più di tre milioni e mezzo di palestinesi vivono tuttora
    in campi profughi fuori dalla Palestina, mentre gli abitanti della Palestina
    vivono in Territori Occupati, sottoposti a tutte le limitazioni e alle
    angherie di una occupazione militare.
    Decine sono le risoluzioni ONU che Israele non ha rispettato in questi
    sessant’anni.
    Lo Stato di Israele non ha nulla da celebrare: sono forse degni di
    celebrazione la colonizzazione illegale delle terre palestinesi, la
    distruzione delle case e delle terre coltivate, gli omicidi “mirati”, il
    sequestro di parlamentari democraticamente eletti, le punizioni collettive
    inferte alla popolazione in modo indiscriminato o la negazione dei più
    elementari diritti umani ai palestinesi che vivono a Gaza e in Cisgiordania
    come l’accesso all’ acqua e la libertà di movimento, ecc.?
    Nessuno dovrebbe dimenticare che i comportamenti adottati da Israele verso
    gli scrittori palestinesi e la cultura in generale non sono certo degni di
    celebrazioni, vedi l’uccisione mirata di intellettuali e scrittori
    palestinesi considerati scomodi (ricordiamo qui: Ghassan Kanafani, Wael
    Zwaiter, Kamal Nasser, Mahmoud Hamshari, Majed Abu Sharar) e la massiccia
    negazione del diritto allo studio per i bambini e i ragazzi palestinesi, che
    a causa del Muro, dei blocchi stradali, dei bombardamenti quotidiani non
    hanno la possibilità di raggiungere fisicamente le scuole.

    Come possiamo far finta di non vedere l’ipocrisia di chi tenta di far
    passare per innocente operazione culturale una vera e propria scelta di
    parte? Se si fosse voluto usare il terreno culturale come momento di scambio
    e di creazione di ponti tra popoli e intellettuali, aldilà delle scelte dei
    propri governi, allora i paesi ospiti avrebbero dovuto essere due: Israele e
    Palestina, con pari dignità. Ma chi ha spinto affinché il Consiglio
    Direttivo della Fiera del Libro di Torino decidesse di invitare Israele
    proprio quest’anno, ha anche rifiutato con determinazione ogni ipotesi che
    prevedesse pari opportunità e spazio per la cultura israeliana e
    palestinese.

    Vogliamo, infine, denunciare da subito chiunque ricorra alla pretestuosa
    accusa di antisemitismo per negarci il diritto a dissentire da una decisione
    dettata unicamente da esigenze politiche, con l’obiettivo di gettare fumo
    negli occhi dell’opinione pubblica. La cultura millenaria dell’ebraismo non
    è, per fortuna, rappresentata solo dallo Stato di Israele. Sono forse
    antisemiti quegli intellettuali e scrittori israeliani come Aaron Shabtai,
    Ilan Pappe e tanti altri, che per primi hanno considerato sbagliato l’invito
    a Israele
    proprio in occasione dell’anniversario dell’inizio della tragedia del popolo
    palestinese? Sono forse antisemiti i movimenti che nello stesso Stato di
    Israele lottano coraggiosamente contro la politica del loro governo, o i
    giovani militari israeliani che preferiscono il carcere all’obbedienza cieca
    verso chi li vorrebbe strumenti del martirio di un altro popolo?

    Facciamo dunque appello al Consiglio Direttivo della Fiera del Libro di
    Torino perché revochi questo invito inopportuno e perché respinga le
    pressioni politiche che vorrebbero trasformare la Fiera del Libro, da
    occasione di crescita culturale e formativa, a vetrina per la propaganda del
    volto umano di un paese colonialista e che pratica l’apartheid anche nei
    confronti dei cittadini arabi residenti in Israele.

    Milano, 28/02/2008

    Primi firmatari:

    Zambon Editore
    Edizioni “La Città del Sole”
    Manni Editori
    Edizioni Clandestine
    Casa Editrice Filema
    Edizioni i libri del Fondo

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