Compagna Marilyn: comunista, spia, cospiratrice / 2

Compagna Marilyn - Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell'Fbi Mario La FerlaMarilyn ci metteva la sua personalità controversa, afflitta da depressioni improvvise e da felicità ingiustificate. Gli altri, facevano il resto. Il mito è nato così. Tutti ne parlavano, ne scrivevano. Giornalisti, cronisti di tabloid, columnist, reporter di riviste-spazzatura, scrittori apprezzati, produttori, registi, sceneggiatori, attori e attrici, uomini politici, poliziotti, psichiatri e psicanalisti, governanti, segretarie, cameriere, portieri d’albergo, ex mariti (escluso il fedelissimo e innamoratissimo Joe Di Maggio), ex fidanzati, amanti e compagni di merende. Il mondo di Marilyn attrice famosa assomiglia a una corte dei miracoli, dove accanto a qualche amico sincero, si agitavano sbirri corrotti, artisti del ricatto, ruffiani, medici disposti per un onorario ricco a prescrivere medicine da ammazzare un bue, ricattatori con qualche foto imbarazzante da smerciare in cambio di un pugno di dollari o di un quarto d’ora di sesso. Poi erano arrivati i boss di cosa nostra, gangster vestiti come nei film ma veri banditi spietati e sanguinari, assassini su commissione, e uomini politici destinati alla guida del paese implicati in sordide combine con mafiosi.

Era facile scrivere storie lacrimevoli e squallide su Marilyn: alla ricerca del padre perduto, l’infanzia desolata, l’adolescenza violata, la giovinezza compromessa, un corpo in vendita, una ragazza perduta dietro al sogno della celebrità. Bambola parlante, capricciosa e instabile, senza coraggio e senza iniziativa, non era riuscita nemmeno ad avere una casa tutta sua, ne aveva cambiate a decine, come una zingara. La sua morte era stata seguita da un’ondata di rivelazioni squallide e oscene di chi, sulla scia dell’emozione e del clamore, psicanalisti e chirurghi addetti alle autopsie, cameriere pagate dai servizi segreti, sciacalli della stampa, aveva messo in piazza turpi racconti e storie ignobili. Però la fine tragica e misteriosa aveva aperto uno spiraglio nella diga di menzogne. Per merito dei pochissimi veri amici, di qualche poliziotto con la coscienza a posto, non venduto a nessuno né alla Cia né alla cricche mafiose della West Coast, qualche giudice resistente alle minacce delle famiglie potenti, non quelle di Cosa Nostra, ma quelle più rispettabili che guidavano allora l’America.

Da 46 anni si continua a parlare di Marilyn Monroe, ma il suo ritratto è ancora in chiaroscuro. C’è da raccontare un capitolo nuovo della sua vita e della vita dell’America di quegli anni. Ha scritto Vittorio Zucconi, nel suo ritratto dell’attrice:

Non so quali altre lenzuola sporche possano essere frugate, quali altri segreti possano essere immaginati, e quali altre immagini possano essere lette nello specchio di Marilyn, lo specchio di tutte le brame. Temo che dovrà avere pazienza, povera donna, ancora per qualche anno. Deve pur esistere, in qualche cantuccio del nostro tempo impietoso, anche un ripostiglio di pietà e dimenticanza per le stelle di carta, una tomba per Diana, per Marilyn, per tutti i cadaveri delle nostre illusioni che non abbiamo il coraggio di seppellire.

Marilyn dovrà avere pazienza ancora per un po’ di tempo, quello necessario per tentare di ristabilire alcune realtà, per consegnarla alla memoria degli irriducibili fan con qualche menzogna in meno. E per ridare la dignità della verità a un capitolo intero della storia degli Stati Uniti, ancora appesantito da false interpretazioni e da snobistiche ideologie. È quello che riguarda la storia del clan Kennedy, del patriarca Joseph e dei suoi figli John e Robert, lanciati verso l’irresistibile conquista del potere. E delle loro spericolate acrobazie politiche, legate agli interessi di alcuni boss mafiosi di Chicago e di Los Angeles, ai quali i fratelli Kennedy dovranno essere riconoscenti per il sostegno ottenuto nelle vittoriose battaglie politiche.

Nella vita di Marilyn erano entrati i Kennedy, con la loro infantile irruenza, con passione, con calcolo cinico, con sfrontatezza, pronti a prendere e disposti a non concedere nulla. Insieme con John e Robert, Marilyn aveva fatto la conoscenza di Sam Giancana e Joseph Rosselli, due boss, due pezzi da novanta, esponenti di spicco di cosa nostra, amici di Franck Sinatra che era amico di Peter Lawford, l’attore inglese diventato cognato dei Kennedy, che a sua volta era amico di ex agenti federali passati al nemico, di ruffiani per miliardari, di ragazze disposte a passare da un letto all’altro in cambio di una promessa di raccomandazione agli studios mai mantenuta. Senza pudore e senza remore, Marilyn diventava, di volta in volta, l’amante di John, prima senatore poi presidente degli Stati Uniti; quindi di Robert, ministro della Giustizia; e poi, ma anche nello stesso tempo, dei gangster “amici” dei Kennedy con i quali intrattenevano la piacevole consuetudine di scambiarsi le amanti, attrici o avventuriere, puttane di lusso o ballerine di night a La Vegas. Marilyn era al centro di questo quadro, animato da personaggi dediti alla cura del paese, tra strategie politiche, affari, delazioni, compromessi, tradimenti, ricatti e omicidi.

Incredibile a pensare, Marilyn sarebbe rimasta per sempre quell'”oca giuliva”, l’attrice “dal seno granitico e dal cervello come gruviera”, secondo il parere del regista Billy Wilder, se il maledetto intrigo in cui era caduta non fosse diventato l’ossessione preferita di Edgar Hoover, il celebre, famigerato direttore dell’ Fbi. Repubblicano, cattolico, moralista, patriota, sincero nemico dei “nemici” dell’America, ambizioso, sessuofobico, Hoover odiava i Kennedy, a cominciare dal vecchio Joseph, democratico, ricchissimo e libertino. Quando il patriarca aveva deciso che John sarebbe diventato l’inquilino numero uno della Casa Bianca, Hoover aveva deciso di controllare, giorno dopo giorno, ora dopo ora, i movimenti di John, Robert e di tutti i componenti del clan. Quando i suoi agenti gli regalarono la notizia straordinaria che il senatore John se la spassava con Marilyn, Hoover diventò l’ombra della bionda attrice.

Aveva deciso di seguirla, sempre, a casa, negli alberghi, negli studios, nelle cabine telefoniche, nelle dimore dei suoi amanti, durante i viaggi e in qualsiasi spostamento, nelle pieghe più intime della sua esistenza. Le telefonate erano registrate, i suoi movimenti segnalati in tempo reale, le sue esibizioni sessuali finivano negli archivi più segreti dell’Fbi. Hoover ci andava matto, perché era un pervertito, soprattutto perché con quel materiale scovato nel letto e tra la biancheria della Monroe, poteva ricattare i Kennedy, per ottenere quello al quale teneva più d’ogni altra cosa: il suo posto di comando all’Fbi. Spiare era la sua aspirazione fondamentale, il suo scopo nella vita, e Marilyn era l’arma puntata contro i potenti per mantenere questo privilegio. Seguendo Marilyn, senza rendersene conto, Edgar Hoover stava scrivendo un capitolo inedito della storia di Marilyn, di Hollywood, e del suo amato paese. I protagonisti erano tutti colpevoli, tutti cattivi, tutti deboli, tutti compromessi. Sguinzagliati in ogni angolo degli Stati Uniti, Hollywood, La Vegas e New York le méte preferite, i suoi agenti federali inviavano rapporti, note e relazioni, scritti con lucida, sapiente e crudele precisione, ricchi di dettagli e particolari talvolta intimi e per lo più osceni. Non c’è ombra di pietà o di riguardo per nessuno, però tutto è vero, genuino, rappresentato senza infingimenti o ipocrisie, senza giri di parole.

Hoover voleva distruggere la diva bella e celebre. Lui la detestava, perché disprezzava le donne attraenti e facili, e lei rappresentava quel mondo che il direttore dell’Fbi avrebbe voluto far sparire dalla faccia della terra, prima Hollywood con i suoi degenerati abitanti, quindi La Vegas, terra di padrini e artisti loro cari amici. Il “dossier MM”, come era stato classificato da Hoover, si gonfiava ogni giorno di informazioni, sempre più scabrose, sorprendenti, sconvolgenti. Il ritratto che ne veniva fuori, giorno dopo giorno e notte dopo notte, regalava sensazioni forti. Marilyn ninfomane, drogata, ubriacona, lesbica, esibizionista. Ottimo materiale per mettere l’intera famiglia Kennedy con le spalle al muro, se ce ne fosse stato bisogno. Mentre scopriva sfrontati fili rossi tra organizzazioni criminali e istituzioni, tresche di sesso tra uomini ai quali erano state affidate le sorti del paese e avventuriere dalla facile parlantina, Edgar Hoover metteva a nudo la personalità di Marilyn Monroe. Rendendole, finalmente, giustizia. Perché il ritratto che viene riscritto dai federali, è quello nuovo, inedito, sorprendente dell’attrice. Spariva l'”oca giuliva” raccontata dai giornali e dalle pettegole di Hollywood: al suo posto appariva un’altra Marilyn. Una donna in grado di fronteggiare le trappole insidiose del mondo di cui faceva parte e abitato da uomini senza scrupoli, che lei riusciva a tenere a bada. Era sparita l’attrice vittima del sistema spietato di Hollywood e compariva l’attrice che sapeva scegliere gli uomini giusti, ricchi, importanti, generosi e utili per i suoi scopi.

Era lei che aveva scelto il campione di baseball Joe Di Maggio, era stata ancora lei a sedurre il drammaturgo idolo della cultura newyorkese, Arthur Miller, era lei che faceva le fusa con Frank Sinatra amico di padrini che tenevano buoni amici a Las Vegas e a Hollywood, era stata lei a imporre come protagonista al suo fianco nel film Facciamo l’amore lo chansonnier Yves Montand di cui era innamorata, era stata lei a far cadere nelle sue trame sessuali i fratelli Kennedy ed era ancora lei a tenere a bada con le armi della seduzione i boss amici dei suoi amici. La Marilyn secondo la versione dell’Fbi è intelligente, dunque, ma anche assidua frequentatrice di personaggi del mondo della cultura, poeti, scrittori, artisti e rappresentanti della Beat Generation. Non era una vittima predestinata, piuttosto appariva una donna di potere che sapeva usare con cinica puntualità le sue armi migliori. Edgar Hoover scopriva anche una donna molto pericolosa. Perché aveva fatto una scoperta davvero sconvolgente. Lei che veniva presa in giro dai maligni, accusata di non conoscere nemmeno il nome della capitale degli Stati Uniti, aveva idee politiche tutte sue, magari annaffiate dalla passione di Arthur Miller, ma erano idee forti, radicate fin dalla sua adolescenza difficile.

La Marilyn inedita dell’Fbi era una liberal, anzi una radicale o piuttosto una “comunista” vera e propria. Hoover l’aveva intuito ancora prima che lei sposasse Miller. Per le sue frequentazioni con i registi come Elia Kazan e personaggi del cinema come gli Strasberg quelli dell’Actor’s Studio di cui l’attrice era un’allieva diligente; per i suoi discorsi, le sue prese di posizione a favore della gente di colore, dei poveri e dei bambini abbandonati negli orfanatrofi, prima nelle battaglie a Hollywood per la difesa dei diritti civili. Con i fratelli Kennedy, e questo Hoover lo sapeva, affrontava con decisione, senza timore reverenziale, argomenti scottanti della politica estera americana come i rapporti con l’Urss e Cuba, e la strategia in campo nucleare. Affrontava le sue battaglie politiche con quel candore che sfiorava l’incoscienza, senza rendersi conto di poter andare incontro a spiacevoli conseguenze e a correre dei rischi. Poi Hoover scoprirà quello che sognava di scoprire. Marilyn, la “comunista”, era diventata un “pericolo pubblico”, una minaccia per la sicurezza del paese. Nel viaggio in Messico, nel febbraio 1962, si era incontrata con esponenti dell’American Communist Group, intellettuali e attivisti politici legati al partito comunista americano, perseguitati dalla commissione per le attività antiamericane e quindi rifugiati in Messico. Questa colonia era un mondo a sé, incredibilmente bene abitato. I più bei nomi delle Beat Generation transitavano per Mexico City, Guadalajara o Toluca, a far visita ai fuggiaschi, o fuggiaschi loro stessi. Dopo aver trascorso ore di sesso e chiacchiere con John o Robert Kennedy, dopo essersi fatta raccontare segreti e retroscena di Cuba, Fidel Castro e bombe atomiche, Marilyn raccontava tutto, per filo e per segno, ai suoi companeros i quali erano collegati, ogni giorno, con gli amici all’Avana e a Mosca.

Tra i “rossi” in fuga in Messico, Marilyn aveva conosciuto e amato un americano molto particolare. Comunista fin dagli anni 30, ricco rampollo di una famiglia di industriali newyorkesi, Frederick Vanderbilt Field, teneva le fila dei fuggiaschi con i capi del Cremlino e con lo stesso Fidel Castro. A lui Marilyn aveva raccontato quello che avrebbe dovuto tenere nel segreto più assoluto. L’Fbi aveva saputo tutto, registrato ogni parola e ogni sospiro, quindi Marilyn era stata considerata non solo comunista, ma anche una spia pericolosa, una cospiratrice ai danni del suo paese. Hoover fece il suo dovere di spione e aveva riferito ogni cosa ai Kennedy. Nel luglio 1962 l’Fbi inviò alla Casa Bianca una relazione piena di rivelazioni terrificanti sul conto di Marilyn. Il rapporto riservato si leggeva come una storia affascinante, che andava dal soggiorno di Fidel Castro e Che Guevara in Messico, fino agli inizi del 1962. Dieci giorni dopo, l’attrice sarà uccisa brutalmente nella sua casa, sulle colline di Hollywood. La verità davvero straordinaria sulla famosa attrice è venuta fuori dopo molto tempo. Esattamente, ci sono voluti 27 anni prima di aver potuto esaminare alcuni importanti documenti custoditi nell’archivio dell’Fbi, a Washington. Era tutto lì, conservato e schedato con rigore, pronto per scrivere una storia dai risvolti fantastici.

La Marilyn inedita dell’ Fbi era capace di tenere testa a tutti, anche ai caporioni di cosa nostra, agli assassini di mestiere, agenti segreti, scrittori e potei, intellettuali progressisti, all’alcol, alla droga, sesso e avventure azzardate. Così Marilyn ha attraversato da protagonista gli anni di una generazione perduta, lotte clandestine, legami pericolosi, le mille luci di New York e le strade viscide che portano a Hollywood, le atmosfere esotiche del Messico, conservando quell’apparente candore che le serviva per sedurre e ottenere soldi e successo. L’ Fbi l’ha “vendicata”, una rivincita magnifica, per l’orfanella abbandonata, la ragazzina violentata, la giovanetta sfruttata e poi calpestata. È la rivelazione sorprendente di un capitolo inedito della storia di un periodo irripetibile che appartiene a tutti noi.


Compagna Marilyn – Comunista, spia, cospiratrice. I retroscena della vita e della morte di Marilyn Monroe in un rapporto segreto dell’Fbi di Mario La Ferla
Collana Eretica speciale
312 pagine
ISBN: 978-88-6222-017-0

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