I racconti di Creative Commons in Noir: “Scultura” di Davide Bacchilega

Creative Commons in NoirQuando mi chiedono cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa».

La gente non lo trova molto artistico, non lo trova molto chic. Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri dicono: «Un igloo con oblò».

Dicono: «L’auto da corsa di Fangio».

Dicono: «La mongolfiera di Montgolfier».

Dicono: «La Sacra Famiglia».

Perché quando lo chiedono agli altri, cosa fanno, gli altri ti raccontano di sogni da discount: una casa da fiaba, un’auto veloce, la sfida del volo, l’illusione della fede. È l’immaginazione a portata di mano, quella rassicurante, che non si spinge mai troppo in là.

Ma quando lo chiedono a me, cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa». E la gente che si becca la mia risposta, poi mi guarda strano. Pensano che io sia un vecchio sciroccato, e tutto sommato hanno ragione.

Anche in carcere dicevano che lo ero. Sciroccato, non vecchio. Per quella mania di scolpire i mattoni. Statuette facevo, soldatini, guardie e ladri. Là dentro lo devi trovare per forza un modo per occupare la mente, uno qualsiasi. Altrimenti il pavimento t’ingoia, e ci rimani.

Io mi sono dato alla scultura dei mattoni, perché c’erano quelli là dentro, nient’altro. Quando sono uscito, invecchiato di sette anni, me lo sono portato dietro quel modo di occupare la mente. Di occupare la vita. E se impari con i mattoni, che sono friabili, disobbedienti alla forma, fai presto a imparare con la pietra, o con il marmo.

E se impari con la pietra, o con il marmo, puoi pensare anche al ghiaccio. A dare una forma pure a quello. In fondo, puoi scolpire tutto ciò che è solido, e muto. È molto una questione di allenamento. E io mi sono allenato tanto, dentro.

Per di più, trovare un blocco di ghiaccio è più facile ed economico che trovarne uno di marmo: prendi un cubo di ferro di tre metri per lato, lo riempi d’acqua e lo lasci a se stesso a trenta gradi sotto zero. Fa presto a diventare solido, e muto. Pronto.

Quando gli organizzatori del concorso hanno tolto il supporto di ferro, il cubo di ghiaccio era lì davanti a me, aspettava. Dopo il via, mi sono dato da fare con martello e scalpello.

Così, alla gente che mi chiede cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa».

Non è facile fare un carrello per la spesa di ghiaccio. Pensate solo a tutte quelle piccole sbarrette di metallo che si intersecano tra loro come in una griglia. Pensate agli steli sottili delle gambe che lo sostengono. Alle ruote tonde che stanno sotto. Provate a immaginare quanto sia più difficile rifare pari pari un carrello per la spesa rispetto a un banale igloo, o a un’algida madonna. Provate pure.

Mentre ci provate, io me ne sto al freddo a scolpire, paziente. Con la stessa pazienza con la quale per trent’anni ho atteso di ritrovare l’infame che ha detto il mio nome e che s’è fatto di nebbia dopo una pena dimezzata. Nel frattempo ho sposato una donna, non quella dei miei sogni, ho avuto due figlie, grasse come la madre, e un paio di nipoti, già ben viziati. Sono diventato un buon vicino di casa che ti dà consigli sul giardino e bada al tuo gatto quando sei in vacanza.

L’unica cosa che rimane è la vendetta. È Francesco. Che ai tempi della rapina aveva trent’anni, oggi più di sessanta. E dopo aver pazientemente scolpito una vita artefatta, smussando tutti gli angoli e scopando senza amore, sono riuscito a ritrovarlo.

Qui, a trenta gradi sotto zero. Pura montagna. Alta Valtellina.

Livigno.

Ecco perché mi sono iscritto a questa gara del cazzo di pseudoartisti allucinati che vedono madonne e mongolfiere nei riflessi del ghiaccio.
Sono venuto per lui, che è fuggito dalle code agli sportelli, dal traffico, dallo smog, da me. A Livigno s’è dato al turismo, entrando in società con la proprietaria di un albergo. L’ha poi sposata, c’ha messo su famiglia. Adesso anche il mio ex socio è a posto, con tutte le carte in regola per fare il buon vicino.

Potremmo andarcene ognuno per la propria strada e vivere tranquilli finché non crepiamo, ma non è questo il punto, cioè vivere un po’ di più o un po’ di meno rispetto a quello che ci spetta. Il punto è che lui ha un debito e io voglio mettere i conti in pari prima che la banca chiuda.

Il piano, secondo noi, era quasi perfetto. Rischioso, certo, ma quale rapina non lo è.

Il centro commerciale era una bella botta di soldi, soprattutto al sabato, quando tutte le famiglie dell’interland lasciavano lì i loro stipendi per portarsi a casa quei beni voluttuari indispensabili per essere un borghese rispettabile con la coscienza a posto.

Il centro chiudeva alle otto di sera. Alle otto e mezzo, sotto la supervisione di cinque guardie armate, il direttore della baracca trasferiva gli incassi di giornata dal deposito centrale al furgone portavalori che andava a mettere i soldi al sicuro. Poco dopo, arrivavano i pakistani dell’azienda che aveva l’appalto per le pulizie.

Mi feci assumere dalla ditta di pulizie firmando un contratto intestato a un nome che non era il mio, trascritto da una carta d’identità falsa che mostrava la mia foto. Per due mesi, tutte le sere dalle nove alle undici, pulii cessi e pavimenti insieme agli altri pakistani e a qualche rumena dalle cosce lunghe.

Qualche volta iniziavo a lavorare con una buona mezzora d’anticipo rispetto al mio orario, soprattutto al sabato. Dicevo alle guardie che c’era molto da fare quel giorno e che non avevo certo voglia di starmene con lo scopettone in mano fino a mezzanotte. Mi facevano fare. Divenni una presenza abituale, un bravo ragazzo ligio al dovere, l’unico italiano in mezzo agli immigrati. Praticamente, un esempio di umiltà.

Quelle sere, mentre passavo lo straccio, il direttore controllava che gli incassi di tutti i negozi del centro commerciale convogliassero al deposito centrale entro le otto e mezzo. A quell’ora, puntuale, arrivava il furgone salvadanaio. Il più delle volte le cinque guardie si limitavano a controllare pigramente le entrate, mettendosi sul chi va là solo all’arrivo del portavalori. Poi, una volta caricati i sacchi, tutti a casa. Tranne me che annusavo merda dalle turche.

La sera del colpo era una di quelle sere in cui ero in anticipo. Francesco era assieme a me, vestito con la divisa da pulitore che avevo fregato a un pakistano. Un nuovo collega, avevo detto, e nessuno se l’era cagato. Con sé aveva un’arma silenziata che passò senza problemi sotto un metal detector spento. Dopo un certo orario, il via vai delle guardie lo avrebbe fatto strillare a vuoto troppe volte.

Quando tutti gli incassi di giornata furono nel deposito centrale, il direttore si vide la pistola di Francesco puntata alla testa. Non la richiuse la cassaforte, e ci lasciò fare mentre lo legavamo alla gamba del tavolo.

Più tardi, le guardie raccontarono di non aver visto nessuno entrare o uscire dal centro commerciale, se non quei due poveri addetti alle pulizie, carichi dei loro sacchi neri gonfi d’immondizia.

Ottocentotrentaseimilioni e rotti a testa, in realtà, e ognuno per i cazzi suoi. Ma Francesco non era stato così furbo e s’era fatto beccare. Poi, il resto si sa.

E ora l’ho trovato, l’infame. A 2.400 metri sul livello del mare, dove la benzina costa poco, dove le tasse sono meno pressanti. Ecco dove poteva finire il bastardo: in un porto franco.

Così, quando mi chiedono cosa faccio, io dico: «Un carrello per la spesa».

Mi giro verso l’autore di quella domanda e lo riconosco. Più vecchio e con la pancia, proprio lui. Io, certo non mi riconosce più. Primo, perché adesso c’ho una barba bianca e fitta che mi nasconde i lineamenti appassiti. Secondo, perché non mi aspetta.

E chiede: «Perché un carrello per la spesa?».

Rispondo: «Perché mi piacciono i carrelli per la spesa».

La gente pensa che io sia un vecchio sciroccato, ma è colpa della mia sottile vena ironica che pochi riescono a capire.

Francesco alza le spalle e va dagli altri a chiederlo, cosa fanno. E gli altri dicono: «Un igloo con oblò».

Dicono: «L’auto da corsa di Fangio».

Dicono: «La mongolfiera di Montgolfier».

Dicono: «La Sacra Famiglia».

È l’ultima ora di gara e il mio carrello è quasi finito: tutte le sbarrette sottili al posto giusto e le ruote tonde che lo sollevano da terra. Se la gente mi domanda dove ho imparato a scolpire così bene, io dico: «Un dono di natura». Ma non è vero, c’ho messo sette anni, dentro, e altri trenta, fuori.

E quando il vecchio e grasso Francesco mi dice che sono davvero bravo e che vorrebbe imparare anche lui, io gli faccio: «Venga qui stasera, dopo cena. Le spiego i segreti del mio carrello».

È bizzarro come si insegua una persona per tutta la vita e poi questa si consegni a te nel modo più banale. È bizzarro sentirsi chiedere: «Ma ci siamo già visti da qualche parte?». E rispondere: «Forse sì, la sua faccia mi è familiare». È bizzarro osservarlo piegato sulle ginocchia, mentre osserva con perizia quelle sottili sbarre di ghiaccio che si intersecano perfette tra loro, ricreando la forma di un carrello per la spesa, preciso preciso.
Quando hai imparato con la pietra, o con il marmo, puoi anche pensare al ghiaccio. In fondo, puoi scolpire tutto ciò che è solido, e muto. È molto una questione di allenamento. Puoi perfino provare a scolpire un cranio, anche quello è solido.

Muto lo diventa quando il quinto colpo di martello viene assestato allo scalpello.

Domani mattina qualcuno troverà il corpo di Francesco, con ciò che rimane della sua testa, buttato dentro a un carrello per la spesa. Di ghiaccio.
Qualcuno griderà. Qualcuno porterà i bambini a casa. Qualcuno vomiterà. Qualcuno della giuria si scuserà perfino con me per l’inconveniente. Per quel cadavere che ha rovinato la mia opera d’arte, striata di sangue.

Nessuno però capirà la mia sottile vena ironica. Quella di infilare l’autore di una rapina al centro commerciale dentro a un carrello della spesa.
Ironia della sorte. Ironia della morte.

Il premio del concorso artistico quest’anno non sarà assegnato e qualcuno, forse, si dispiacerà per me. Perché la gara l’avrei vinta io, con quel bel carrello finemente scolpito, perfetto e senz’anima come il suo cuore di ghiaccio.

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