La fata verde: c’è chi vide il male in un bicchiere

La fata Verde - Storia dell'assenzio di Alex PanigadaL’assenzio è stato l’icona del vivere bohémien, compagno preferito di artisti e scrittori come Vincent Van Gogh, Toulouse-Lautrec, Ernest Hemingway, solo per citarne alcuni. Oscar Wilde, riferendosi ai bicchieri bevuti con acqua e zucchero, scriveva:

Un bicchiere d’assenzio, non c’è niente di più poetico al mondo… Che differenza c’è tra un bicchiere di assenzio e un tramonto? Il primo stadio è quello del bevitore normale, il secondo quello in cui cominciate a vedere cose mostruose e crudeli ma, se perseverate, arriverete al terzo livello, quello in cui vedete le cose che volete, cose strane, meravigliose.

Verso la fine del XIX secolo già si vociferava che l’assenzio avesse proprietà tossiche, addirittura letali. Gustave Flaubert, nel suo Dictionnaire des idées reçues [Dizionario dei luoghi comuni], lo definisce così:

Assenzio veleno ultraviolento: un bicchiere e siete morti. I giornalisti lo bevono mentre scrivono i loro articoli. Ha ucciso più francesi degli stessi beduini.

Dall’inizio del XX secolo il suo abuso e l’assuefazione che provoca cominciarono a far sospettare che fosse una sorta di droga allucinogena, tanto che ancora oggi qualcuno lo crede un liquore contenente oppio. In realtà i suoi effetti sono del tutto particolari: mentre il moderato bevitore di vino tende all’allegria e alla socializzazione, il bevitore di assenzio è perso nelle sue fantasticherie. Si dice che aumenti la creatività e per questo motivo la “fata” fu considerata ispiratrice di moltissimi artisti. Così scriveva Alfred Delvau, giornalista e scrittore francese:

L’ubriachezza che dà non assomiglia a nessun’altra di quelle conosciute. Non è l’ubriacatura pesante della birra né quella feroce dell’acquavite e neppure la gioviale ubriachezza del vino… No, l’assenzio vi fa girare la testa alla prima fermata, vale dire al primo bicchiere, vi salda sulle spalle un paio di ali di grande portata e si parte per un paese senza frontiere e senza orizzonti ma anche senza poesia e senza sole.

Emile Zola ne descrisse gli effetti sulle classi sociali più umili con questa emblematica frase:

Finisce sempre con uomini ubriachi e ragazze incinte.

Il poeta Ernest Doson, morto a 33 anni a causa dell’alcolismo, in una lettera a un amico scriveva:

In realtà è un errore invaghirsi dell’assenzio. Come alcol robusto, è inferiore al vecchio scotch. Io stamattina mi sono svegliato con i nervi a fior di pelle e un alito pestilenziale. Capisco che l’assenzio aumenta l’acidità. È estremamente nocivo per la pelle. Non ho mai avuto un aspetto così vizioso come questa mattina.

Le dicerie sul “principio attivo” che portava a pazzia e delirium tremens furono gli espedienti per metterlo al bando. L’assenzio era bevuto tutti i giorni, prima di rientrare a casa dopo una giornata di lavoro, tra le 5 e le 7 pomeridiane, nell’ora dell’aperitivo, che aveva preso il nome di heure verte (l’ora verde), proprio perché l’aperitivo in questione era l’assenzio. Fosse stato allucinogeno, avremmo avuto un popolo in preda a continui vaneggiamenti. Niente di più falso. Tuttavia c’è effettivamente un abuso nel consumo di assenzio e l’alcolismo era molto diffuso in tutti i ceti sociali e le fasce d’età e persino tra le donne.

Nonostante l’enorme successo, il declino dell’assenzio fu altrettanto rapido. La scomparsa dai mercati europei e d’oltreoceano avvenne in poco più di un decennio. Le ragioni di quest’oblio furono essenzialmente tre: anzitutto il forte movimento contro l’alcolismo che attraversò tutta l’Europa nei primi anni del Novecento; poi gli studi scientifici, che individuavano nel “tujone” (o “tuione”: principio attivo presente nella pianta di assenzio) una neorotossina responsabile di convulsioni e morte negli animali da laboratorio; infine, le pressioni dei produttori di vino francese che temevano la crescente popolarità dell’assenzio.

Il 28 agosto 1905 si aggiunse a queste cause un fatto di cronaca che suscitò grande scalpore: in un cantone svizzero, un contadino di 31 anni, dopo aver abusato di alcol, tra cui due bicchieri di assenzio, tornò a casa e uccise a colpi di fucile la moglie e le due bambine. Gran risalto fu dato ai due bicchieri di assenzio. Questa follia diffuse il terrore nel cantone svizzero, dove la gente identificò l’assenzio non più come una Fata Verde, ma come un tremendo e spaventoso veleno.

Il governo francese e quello svizzero iniziarono la propaganda contro l’assenzio mettendolo al bando. Era l’unico modo per tentare di frenare l’alcolismo e dato che non sarebbe stato possibile eliminare tutti gli alcolici, senza scontrarsi con il potere di certi grandi produttori e causare ingenti danni all’economia, l’assenzio divenne il capro espiatorio.

Questo libro vuole essere un tributo a tutti gli estimatori della Fata Verde e anche se ai veri intenditori non dirà nulla di nuovo o allargherà di poco le loro conoscenze, mi auguro di incuriosire chi non ha mai bevuto assenzio in vita sua o chi invece, per errore, ha creduto di farlo. Questo libro è dedicato soprattutto a loro. A chi ne ha sempre avuto timore. A chi ha considerato questa bevanda come mezzo per “sballi” inesistenti. A chi lo ha sempre screditato e ingiustamente accusato.


La fata Verde – Storia dell’assenzio di Alex Panigada
Prefazione di Andrea G. Pinketts
Collana Eretica
104 pagine
ISBN 978-88-6222-010-1

2 thoughts on “La fata verde: c’è chi vide il male in un bicchiere

  1. Sembra che la “maledizione” della fata verde e la propaganda per metterla al bando esista ancora oggi, certo ha cambiato leggermente il tiro e non sta colpendo soltanto la bevanda “assenzio”, ma più esattamente ha spostato l’attenzione verso il libro che ho scritto.
    Premetto che l’opera in questione si trova abbastanza facilmente in tutte le librerie della nostra penisola, ma il fatto che sia “presente” non comporta anche che sia facilmente individuabile.
    Il libro “LA FATA VERDE” si trova, certo che si trova, ma non prima di averlo chiesto ai commessi dei negozi, infatti cercarlo da solo è davvero un impresa degna del celebre cacciatore di libri del film “LA NONA PORTA”, tanto è nascosto!
    Più che altro perché è stato collocato nei modi e nelle sezioni più assurde possibili, e così facendo difficilmente potremmo incuriosire un cliente che potrebbe magari essere attratto dal titolo, dall’argomento e perché no, dalla copertina.
    Continuo a ricevere segnalazioni che in alcune librerie il libro è stato messo in “sezioni” poco adatte, e capirete anche voi che per me è molto penalizzante.
    Facendo una ricerca nei migliori negozi della mia città l’ho trovato nella sezione “Cucina”, nella sezione “Cura per il corpo”, in “Aromaterapia”, e per rasentare il ridicolo in “CREME DI BELLEZZA”..e capirete anche voi che un cliente capitato in negozio per caso e che non conosce il libro in questione, difficilmente potrebbe acquistarne una copia.
    Ho provato un piccolo test proprio in questi giorni rifornendo a mie spese il mio edicolante di fiducia (che in realtà non potrebbe vendere il libro dato che il circuito edicole non era previsto, ma mi raccomando…acqua in bocca!).
    Bene, nel giro di nemmeno una settimana ha venduto 5 copie senza problemi, semplicemente mettendo bene in vista il libro.
    Questo non fa altro che confermare la mia ipotesi.
    Vi racconto un ultimo aneddoto:
    Mi presento in una famosissima libreria del centro di Milano e chiedo se hanno il mio libro, la tizia mi guarda ed esclama: “ah, il libro sull’assenzio…si l’abbiamo, lo trova in reparto.”
    Cerco e ricerco ma non riesco a trovarlo e spazientito torno dalla commessa.
    Lei gentilmente decide di accompagnami al “giusto reparto” dove in effetti trovo il mio libro che giace tranquillo nella sezione “Creme di bellezza” in compagnia di altri bellissimi libri che parlano di cosmesi, benessere e massaggi Shiatsu.
    Dico quindi alla signora: “Ecco perché non lo trovavo! Ma mi scusi come può trovarsi un libro sulla storia dell’assenzio nella sezione “Creme di bellezza”?
    Lei mi guarda tranquilla e mi risponde: “Deve sapere che proprio ultimamente “L’Erbolario” a prodotto una linea di creme e bagni schiuma all’assenzio!”
    E’ inutile dirvi che davanti a tutto ciò mi sono arreso…
    Mi auguro solo che nell’immediato futuro nessun produttore di cosmesi varia decida di chiamare un profumo “BUKOWSKI”, altrimenti saremmo costretti a cercare i capolavori del vecchio Hank nel reparto “Profumeria” !

    Alex Panigada

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