Il Compagno Veltroni – Conclusioni

Il compagno Veltroni - Dossier sul più abile agente della CIA di Ilya KuriakhinAgente segreto Veltroni: file n. 3, dagli Anni Novanta al Duemila

Agli esordi degli anni ’90, Veltroni continua a occuparsi soprattutto di radiotelevisione. Nel 1990, titola un suo libro sulla politica televisiva del PCI Io e Berlusconi. Poi lancia una grande campagna per proibire l’interruzione con spot pubblicitari dei film trasmessi in tv: «Non si interrompe un’emozione». Una campagna fallita e dimenticata, ma che serve come cassa di risonanza per Veltroni nel ceto intellettuale meno scaltro.

Lo stesso ceto intellettuale che Veltroni chiama a raccolta, il 10 febbraio 1990, al cinema Capranica di Roma. È la “Sinistra sommersa”, un’operazione di corto respiro (dalle sue ceneri nascerà l’effimera Alleanza Democratica di Ferdinando Adornato), ma che serve a Veltroni per schierare con sé e con Achille Occhetto molte “celebri firme”.

Si tratta di uno schieramento utilissimo, dato che si avvicina il diciannovesimo congresso del PCI, in un clima agitato e con una forte opposizione al progetto di scioglimento del partito. Per Veltroni, però, non è ancora giunto il tempo di prendere le distanze dalla storia del PCI. Tutt’altro. Per lui il PCI è una bandiera da difendere anche al congresso, che si tiene a Bologna nel marzo 1990. Veltroni enfatizza il fatto che «la svolta» ha un solo obiettivo: «Evitare il declino del PCI per costruire le condizioni perché le ragioni e gli ideali del nostro partito possano vivere e vincere nell’Italia degli anni ’90».

Dunque l’obiettivo è evitare il declino del PCI, non sciogliere il partito. Del resto, nel gennaio del 1991, a Rimini, al ventesimo Congresso del PCI, quello in cui muore il PCI e nasce il PDS, Veltroni continua a rivendicare la sua appartenenza alla storia del PCI, distinguendo nettamente tra «i comunisti» (ai quali ancora sostiene di appartenere) e «gli esterni»: «Per tutti noi che portiamo la parte più viva della grande storia e della originalità politica dei comunisti italiani, per gli esterni che recano nuove culture e competenze è ora davvero un nuovo inizio».

Veltroni al Congresso si schiera contro la Guerra del Golfo, richiamando Robert Kennedy e i suoi antichi dissensi per la guerra del Vietnam. Però non parla più di socialismo, non cita più Lenin e Togliatti, e riduce l’alternativa alla «riforma del sistema politico, dei meccanismi elettorali, degli strumenti di governo». Una logica, dunque, tutta istituzionale.

Tuttavia la sua firma appare in calce alla mozione presentata da Achille Occhetto per il Partito Democratico della Sinistra, dove i legami con la storia comunista sono ancora enfatizzati. Si legge nella mozione che il PDS si propone «il grande obiettivo del socialismo. La bandiera del nuovo partito sarà, pertanto, la bandiera rossa».

E la mozione firmata da Veltroni aggiunge: «Non è il crollo del “socialismo reale” all’origine della nostra proposta. Da quando, abbattuto il fascismo, i comunisti italiani poterono sviluppare liberamente la loro azione non si sono mai proposti di imitare quei modelli. Hanno seguito, invece, una propria via, fondata sull’affermazione del legame inscindibile fra democrazia e socialismo. Noi, quindi, non dobbiamo rinnegare una storia e una tradizione per entrare a far parte di un’altra».

E se Veltroni, nell’intervento al Congresso, mette «in primo luogo» i ritocchi istituzionali e la legge elettorale, nella mozione sotto cui appone la firma viene citato Marx e si parla (togliattianamente e con linguaggio cripto-marxista) di un «riformismo forte, capace di incidere non solo sui processi distributivi ma sulle strutture, di investire direttamente un meccanismo di accumulazione, la cui forza risiede oltre che nei rapporti economico-sociali nel modo di essere dello Stato».

Che la continuità con il PCI (almeno di immagine) stesse a cuore al gruppo occhettiano di Veltroni lo dimostrava persino il simbolo scelto per la nuova formazione politica, dove il marchio del PCI (falce, martello e stella su bandiera rossa e tricolore) rimane ai piedi della quercia. Secondo Ajello, quel simbolo sarebbe proprio una creatura di Veltroni: «È stato Veltroni, “l’americano”, a curare, come responsabile della propaganda, la messa a punto del simbolo della quercia, disegnato dal grafico delle Botteghe Oscure, Bruno Magno».

Con il nuovo partito, Veltroni ascende al trono di direttore dell’Unità, carica che mantiene dal maggio 1992 fino all’aprile 1996. La sua gestione si caratterizza per l’allontanamento o l’emarginazione dei giornalisti contrari alla svolta occhettiana, mentre acquistano spazio alcune vecchie conoscenze di Veltroni ai tempi della FGCI.

Ma quel che piace a Veltroni sono le “iniziative speciali” del suo giornale. Tra le più eclatanti, la sua trovata del 1994 di vendere gli album di figurine dei calciatori Panini allegate a L’Unità.

Accanto alle figurine, Veltroni sviluppa l’operazione delle videocassette. Un espediente che nasconde momentaneamente la drammatica crisi finanziaria del quotidiano: nei giorni in cui è allegata una cassetta di successo, le vendite risalgono, per poi precipitare di nuovo quando non c’è gadget. Con le videocassette Veltroni occulta il declino dell’Unità: il rialzo di vendite si rivela un’illusione ottica, si moltiplicano i consumatori che acquistano il giornale solo per avere la cassetta, senza maturare alcuna “fedeltà” al quotidiano.

Nel 1994 Veltroni decide di auto-candidarsi per la segreteria del PDS. Riesce a ottenere il consenso dei dirigenti locali del partito, nel corso di una sorta di referendum interno. Ma al Consiglio Nazionale del PDS perde il duello con D’Alema.

Ha inizio in quell’occasione una sfida tra Veltroni e D’Alema che non si è ancora conclusa. Obiettivo di Walter è quello di additare l’avversario come esponente di una vecchia sinistra tradizionalista, schematico, inviso ai moderati. Mentre lui si presenta come campione della «bella modernità» (una sua formula ricorrente) e del nuovo: «Noi vinceremo solo se saremo più moderni della destra», afferma al fatidico Consiglio Nazionale del giugno 1994.

L’appello al moderno non convince i suoi colleghi di partito, e Veltroni perde la corsa alla segreteria, pur avendo le redini del giornale del PDS.

Presto conierà le sue nuove definizioni della politica: dal «cammino delle persone» a «la bella politica», titolo del libro che scrive per Rizzoli nel 1995. Il suo La bella politica contiene una vibrante lettera alle sue due figlie, dove si legge: «Certe volte provo a immaginarlo, il loro futuro. Non so perché, quando chiudo gli occhi, penso a una notte di Natale. Penso che si incontreranno con le loro famiglie e ci saranno i loro bambini e la storia continuerà…».

Nello stesso libro (aperto da un apologo del cardinal Martini, definito «biblista magnifico»), Veltroni afferma: «Ho dedicato tutta la mia vita politica a un obiettivo: far incontrare i democratici». Forse dimentica i suoi anni alla FGCI, quando, come abbiamo visto, aveva in mente soprattutto «l’egemonia» dei comunisti sulle altre forze politiche.

Ma Veltroni si vanta per la prima volta anche della sua passata ostilità verso i paesi del socialismo reale: un’ostilità che, abbiamo visto, a dire il vero non si è mai palesata. Dice nel suo libro: «Io non sono mai andato all’estero, nei paesi socialisti». Falso. Quantomeno, ha partecipato a meeting della gioventù comunista in Germania est.

Del resto, nel 1994 Veltroni comincia a rivelare le sue carte a lungo mascherate: «In questi giorni, da più parti, si è scritto del mio interesse per il kennedismo, o il clintonismo, o il rooseveltismo. Non ho detto, come di solito si fa, presunto. Perché il mio interesse è reale».

Dunque, può liberarsi anche dell’ultima “copertura”. È uomo degli americani, e ora può dirlo: non deve più respingere le insinuazioni con un «presunto».

Abbiamo visto che Veltroni mai, neppure per un momento, si è distanziato pubblicamente dalle posizioni dominanti nel PCI. Non c’è la seppur minima traccia di “dissenso” nelle sue dichiarazioni, nei suoi comportamenti e nei suoi scritti. Eppure, a partire dalla metà degli anni ’90, ha iniziato un’opera di permanente manipolazione riguardo alla sua biografia politica. Ora deve accreditarsi come l’uomo che non ha mai condiviso le «pagine tragiche» del PCI o le contraddizioni del «più grande partito comunista d’occidente», arrivando a ridipingere sé stesso come un tenace avversario della linea prevalente nel vecchio PCI. È rivelatore di questa manipolazione uno scambio di battute tra Veltroni e l’ex segretario democristiano Ciriaco De Mita nei corridoi di Montecitorio, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera. A un Veltroni che lo aveva pesantemente criticato per alcune sue affermazioni, De Mita dice: «La verità è che siete solo degli opportunisti, non guardate in faccia a niente e a nessuno… ». E Walter replica: «Che cosa vuoi dire, che sono comunista? Io sono sempre andato controcorrente, anche nel mio partito». De Mita: «Ma fammi il piacere… ».

L’allineamento totale di Veltroni alle tesi predominanti nel PCI è raccontato anche da un suo ex compagno di partito, Paolo Franchi, che lo conosce bene. Franchi anni fa ha scritto che la caratteristica di Veltroni, fin da ragazzo, è stata «la fedeltà assoluta ai gruppi dirigenti in carica», e ne delineava questo ritratto: «Scarso gusto per la lotta politica interna, modesto tasso di passione ideologica, attenzione estrema alle modificazioni anche minute dei rapporti di forza nel partito, sforzo costante di miscelare nelle giuste dosi modernità e attaccamento al “patrimonio storico del PCI”».

E nel 1989 La Repubblica informava che Veltroni era soprannominato nel PCI “compagno Perfettini”,xiii per la sua «miscela di fantasia e diligenza»: un vero modello, persino imbarazzante, di fedeltà ai vertici.

Ma torniamo agli anni ’90. La lotta con D’Alema, nel frattempo, ha relegato Veltroni a cercare la scalata di potere momentaneamente fuori dalle strettoie di partito, per navigare verso l’alleanza di centrosinistra. Non che gli manchino le cariche: è direttore dell’Unità, deputato, numero due del PDS e finanche critico cinematografico per il Venerdì di Repubblica. Ma la mancata nomina a segretario del partito gli brucia.

Le elezioni regionali del 1995, poi, abbastanza soddisfacenti per il PDS, fanno sfumare i suoi sogni di rivalsa su D’Alema. Dopo aver criticato la scelta di Romano Prodi come candidato del centrosinistra, perché sarebbe stata una concessione di D’Alema al PPI, ecco che diventa il numero due proprio dell’ex DC Prodi nella corsa per Palazzo Chigi.

Certo, gli pesa il destino di eterno numero due (prima di D’Alema, ora di Prodi), ma se la coalizione di centrosinistra vincesse, per lui si aprirebbero finalmente le porte del Potere con la P maiuscola: il governo, vero oggetto del desiderio della covata di quarantenni dell’ex PCI.
Per raggiungere questo obiettivo, ora conta su appoggi a largo raggio. Con lui, da tempo, c’è La Repubblica. Ma anche “ceti sociali” molto, molto antichi. Non la classe operaia, però: l’aristocrazia.

Durante la campagna elettorale, infatti, Roma ospita una festa organizzata espressamente per lui dalla principessa Damietta Hercolani del Drago, a Palazzo del Drago, in via delle Quattro Fontane. È la nobiltà di Roma che si incontra con il leader ulivista, per celebrarlo. Una cena dell’aristocrazia, con alcune decine di invitati eccellenti. Piace ai nobili capitolini, il secondo di Prodi. Gente raffinata, che preferisce l’ex-leninista di buona famiglia Walter al parvenu Berlusconi.

La campagna elettorale “a tutto campo” porta i suoi frutti, e il 21 aprile 1996 i risultati elettorali consentono a Veltroni di coronare il suo sogno governativista: è Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, e nel primo governo Prodi ricopre anche l’incarico di Ministro per i Beni Culturali.

Incautamente, si lascia andare più volte ad affermazioni perentorie, dicendosi sicuro che il suo governo avrebbe superato la soglia del 2000. Invece Prodi deve capitolare molto presto, e Veltroni torna a impegnarsi nel suo partito. O meglio, nel terzo partito della sua vita. Dopo il PCI e il PDS, infatti, ora è il momento dei Democratici di Sinistra. Ma questa volta il comando è tutto suo. Mentre D’Alema assurge alla carica di Presidente del Consiglio, per Veltroni è pronto il passo conclusivo della sua antica missione segreta: conquistare il ruolo di segretario nazionale del partito. Dal 6 novembre 1998 è Segretario politico dei Democratici di Sinistra.

Ora che il suo compito è assolto, può rapidamente liberarsi di ogni infingimento, e scoprire le sue carte. Soprattutto può sostenere pubblicamente il suo odio per il comunismo.

Quando scoppia “l’affare Mitrokhin”, molti intellettuali, in particolare dalle colonne della Stampa, sollecitano Veltroni a dare una ulteriore dimostrazione di distacco dalla propria storia, recidendo l’ultimo filo. Dopo le bordate di Barbara Spinelli e Gianni Riotta, ecco che Veltroni coglie la palla al balzo: non ne può più di vedersi rimproverata la sua militanza ventennale nel PCI, è un ingombro che va tolto una volta per tutte.

È venuto il momento di riscrivere la storia, la sua storia in particolare. Gli mancava, infatti, l’abiura e lo “strappo” dall’intera vicenda comunista, con l’equiparazione del comunismo al nazismo e l’affermazione che comunismo e libertà sono stati «incompatibili». Per avvalorare la sua differenza da questo ritratto a colori cupi dell’esperienza comunista, e che finalmente Veltroni può esplicitare dopo tanto e lungo silenzio, il nostro cerca di sbiancare tutta la sua biografia dal totalitarismo rosso. Fino ad arrivare al punto di suggerire ciò che apparentemente è incredibile: lui non ha colpe perché non è mai stato comunista, giacché «si poteva stare nel PCI senza essere comunisti. Era possibile, è stato così».

È quanto afferma nello “storico” articolo per La Stampa, il 16 ottobre 1999, dal titolo “Incompatibili comunismo e libertà”. Tra i primi apprezzamenti, quelli del capo di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini.

Una lode che sarà ricambiata, di lì a poco, da Veltroni. Il 17 febbraio 2000, infatti, Veltroni, a proposito delle valutazioni del cancelliere tedesco Schroeder, si affretta a spiegare che non si possono mettere sullo stesso piano AN e il partito austriaco di Joerg Haider.

Nell’articolo “Incompatibili comunismo e libertà” la demolizione del passato è globale, non risparmia nulla. C’è persino una frase che non compare nel testo pubblicato da La Stampa il 16 ottobre 1999, ma che lo stesso quotidiano torinese, due giorni dopo, riporta in un box riassuntivo: «Mi riconosco volentieri e sinceramente nell’affermazione secondo la quale la rivoluzione russa non fu un successo tradito ma lo stravolgimento di nobili ideali».

Dunque anche il Lenin così positivamente citato dal giovane Veltroni, come leggevamo su Roma Giovani, ora è a sua volta relegato nel firmamento dei “cattivi”, giacché la rivoluzione d’Ottobre di per sé diventa «stravolgimento di nobili ideali» (mentre il PCI di Enrico Berlinguer condannava Stalin, ma salvava sempre Lenin).

Passano pochi giorni, e Veltroni ribadisce le sue tesi durante un dibattito al liceo classico Tasso di Roma, in occasione del convegno “L’ultimo Ottobre. Ragionamenti sul comunismo come problema irrisolto”.

Ancora una volta Veltroni critica duramente il PCI degli anni ’80, senza ricordare che, all’epoca, pur essendo un dirigente di quel partito lui stesso non osò mai esprimere pubblicamente un dissenso. Dice Veltroni che «occorre tagliare» quella che definisce «la parte tragica della storia del PCI», una parte che sarebbe durata «sino alla seconda metà degli anni ’80». Ebbene, come abbiamo visto, sono anni in cui Veltroni è di casa a Botteghe Oscure, ha incarichi di responsabilità, interviene a comitati centrali e congressi. Eppure mai, nemmeno una volta, il Veltroni di allora pensò di scoprire il suo vero pensiero, mai scrisse un articolo o dedicò un discorso a quella «parte tragica».

Adesso, invece, tutto ruota intorno all’ossessione del comunismo. Nel suo discorso alla Festa nazionale dell’Unità, così come nell’articolo su La Stampa, arriva a definire «il simbolo del migliore Novecento» quello di un individuo che si batte contro i carri armati di un regime comunista: «Se dovessi scegliere una immagine, una sola, della grandezza del Novecento, prenderei la foto di un ragazzo di cui nessuno sa il nome. È quel ragazzo cinese, con due buste di plastica in mano, che si parò da solo di fronte ad una colonna di carri armati che andavano a massacrare i suoi coetanei nella piazza Tien An Men. Sia quel ragazzo sconosciuto e coraggioso, sia la sua voglia di libertà il simbolo del migliore Novecento».

Il Novecento è stato lungo, e di eroi e simboli forse ne ha avuti di più significativi. Ma l’individuo isolato che si erge contro il comunismo sembrava a Veltroni un’irresistibile metafora. Peccato che Veltroni, un tempo acuto conoscitore dei meccanismi massmediatici, abbia dimenticato i seri dubbi che esistono sulla genuinità di quell’episodio. Michele Tito, che non è certo un provocatore anti-liberale, scrive nel giugno 1999: «Dieci anni or sono la foto del ragazzo che va incontro ai carri armati e li immobilizza fece il giro del mondo e della protesta di Tien An Men fece un’epopea. Ma quel giovane era un agente degli organismi di sicurezza. Era un complice dei soldati dei carri armati e il suo improvviso sbucare dalla folla per attraversare l’immensa via della Lunga Pace e mettersi sull’attenti dinanzi alla colonna dei blindati era forse una messa in scena del potere. Il racconto, meticolosamente documentato da uno studioso americano di origine cinese ch’era in missione a Pechino e che si trovò ad assistere all’episodio, fu pubblicato da una rivista degli universitari vietnamiti di California nel ’93, porta la firma del professor Tung Jen, è stato ripreso da più parti e mai è stato smentito».

Ma quando Veltroni deve rimuovere «l’ombra del comunismo, che continuerà a pesare a lungo, come un’ipoteca, sulle sorti della sinistra italiana», la forza delle belle immagini non ha bisogno di riscontri reali. Del resto, nel mondo del Duemila, dov’è il confine tra fiction e reale, tra manipolazione e verità?

L’importante, ormai, è rendere indiscutibile l’assioma secondo cui il comunismo è «una delle più grandi tragedie del Novecento». Sicuro di avere riscritto la storia una volta per tutte, Veltroni può arrivare ad affermare in modo “totalitario”, nella relazione al Congresso dei DS, che gli argomenti da lui sostenuti nell’articolo su La Stampa sono «argomenti sui quali tra di noi non vi sono, non vi possono essere, non vi potrebbero essere differenze». Un vero capo, deciso e potente, che esclude qualsiasi differenziazione sulle proprie parole, proprio come avveniva ai leader dei partiti comunisti di un tempo. Del resto, sa che ormai la sinistra interna ed esterna ai DS è talmente anestetizzata e divisa da non avere nemmeno la forza di reagire. Della sua relazione al congresso parleranno tutti bene, dai Verdi (che non trovano niente da dire quando Veltroni mette le istanze ecologiste per la qualità non in contraddizione ma a «integrazione della cultura quantitativa dominante nella modernità») ai Comunisti Italiani, contenti di non aver subito attacchi diretti da parte del leader. Anche la sinistra democratica, laica e cattolica, ormai accetta il primato clintoniano di Veltroni. Tutto è relativo, anche la battaglia “politically correct” contro la pena di morte: se la pena di morte va contro i diritti umani, perché quando Veltroni dice che «nessun governante, nessuno Stato, in nessuna parte del mondo, può abusare dei diritti umani e rimanere impunito» non gli si ricorda che Bill Clinton è uno dei difensori più strenui della pena di morte?

E a segnalare con precisione la vuotezza del partito veltroniano, a parte gli avversari di sempre della sinistra, restano in pochi, come Il Sole-24 Ore, allarmato da un partito «sempre più gracile»: «Al venir meno del rigido ancoraggio ideologico non ha sopperito una forte elaborazione politica».

Ma queste sono minuzie, sottigliezze, inutili chiose. Il punto importante è che la missione di Walter Veltroni, noto alla CIA con il nome in codice di “agente Icare”, si è conclusa con un trionfo. Gradino dopo gradino ha raggiunto la vetta del più grande partito comunista d’occidente, ha contribuito al suo scioglimento e, non pago, ha scalato anche le due formazioni politiche nate da quello scioglimento, prima il PDS e poi il partito dei DS, riuscendo a conquistarne la guida.

Ben fatto, agente Veltroni! Ora manca solo l’ultimo atto: riveli ufficialmente la sua identità di agente segreto e di infiltrato. Questa è la richiesta definitiva che le viene dall’opinione pubblica democratica, per cancellare ogni residuo dubbio sulla sua affidabilità, sulla sua coerenza, sulla sua limpida onestà intellettuale.

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